lunedì 18 aprile 2011

Utopia

Care italiane, cari italiani,
a parlarvi è l'uomo che da cinque anni, su richiesta del Parlamento, vigila sull'operato delle Camere in nome della Costituzione su cui ha giurato. Un compito all'apparenza poco più che formale, ma che nasconde una difficoltà e un'importanza capitali per la sopravvivenza stessa della Stato di diritto. Un compito che in passato è stato affidato a grandissimi uomini di Stato, che l'Italia ricorda con affetto e una nostalgia crescenti. Fin dall'inizio ho colto la difficoltà della mia mansione, costruita per essere null'altro che il braccio umano della Costituzione, e quindi priva della benché minima velleità politica in merito alle leggi. I padri costituenti hanno pensato che in un buon regime democratico, in cui il Parlamento operi con coscienza e nel rispetto delle reciproche posizioni, e soprattutto nel rispetto dei poteri costituzionalmente sanciti, la funzione del capo dello Stato prescinda totalmente dal trascorso politico e culturale, e poggi unicamente sulla credibilità ed autorevolezza che la sua figura si è costruita con il passare del tempo. La parola del capo dello Stato non necessita di ulteriori garanzie o conferme, perché è garanzia essa stessa, e parola a cui tutti i rappresentanti parlamentari debbono attenersi, in virtù della Costituzione su cui hanno giurato. Il capo dello Stato, in un valido sistema parlamentare, è il fulcro che permette il mantenimento di quell'equilibrio essenziale tra potere politico e potere giudiziario.
Da qualche tempo a questa parte, però, questo equilibrio su cui i padri costituenti hanno costruito la nostra Repubblica vacilla. La tensione tra le fazioni politiche ha raggiunto un'acme che non ha precedenti nella storia repubblicana. In nome del compito che mi è stato affidato ho tentato molte volte di richiamare all'ordine la classe politica e non solo, ma i miei richiami, se possibile, hanno accentuato lo scontro politico, e così, senza volerlo, le mie parole sono state gettate nella mischia alla stregua di quelle di un qualsivoglia onorevole. Questo accade per un motivo che ho faticato ad accettare, forse per ingenuità, forse per scarsa visione politica. È un motivo molto semplice, e riguarda la presenza di forze anticostituzionali non fuori, ma dentro il Parlamento. Qui non si tratta della qualità della classe politica e del suo operato, su cui il popolo italiano può e deve farsi la propria opinione, ma di forze che agiscono per eliminare quei contrappesi che permettono la convivenza civile e un'autentica uguaglianza tra tutti i cittadini italiani. In tale, inaudito contesto un richiamo all'unità nazionale diventa per forza di cose un attacco a quelle forze politiche che fondano la loro azione su un'idea secessionista, e un discorso che ricordi l'indipendenza della magistratura dalla politica si trasforma in un attacco a chi, quotidianamente, si scaglia contro di essa con crescente violenza. Tale atteggiamento è deprecabile a prescindere da ogni contesto, ma che assume i caratteri del vilipendio se a farsene carico è chi delle istituzioni fa parte. I miei mille moniti hanno tentato di risolvere questa situazione in maniera indolore, ma ho fallito, e l'ho capito nel momento in cui questa deriva eversiva è esplosa nel modo più eclatante, con la condanna di autorevoli rappresentanti del governo di un violentissimo attacco nei confronti del potere giudiziario che faceva da contrappunto ad un attacco, se possibile ancora più violento, da parte del Presidente del Consiglio a cui quegli esponenti fanno capo. In questa dicotomia ho colto il male che ha precipitato il Parlamento nell'impasse in cui si trova da troppo tempo, e ho capito che è giunto il momento di far valere, in piena coscienza, l'altissima responsabilità che mi è stata affidata. Per questo ho deciso di convocare i Presidenti delle Camere e il Presidente del Consiglio per aprire ufficialmente una crisi che condurrà allo scioglimento delle Camere, e alla costituzione di un governo di transizione che operi una base di riforme essenziali per il Paese, nel pieno rispetto della Costituzione. Dopodiché rassegnerò le mie dimissioni.
È una decisione difficile e molto sofferta, ma la prenderò assumendomi tutta la responsabilità e in piena coscienza e convinzione di agire per il bene dell'Italia e in nome della Costituzione su cui ho giurato. Le ripercussioni saranno molte e violente, anche nei confronti della mia persona, ma ritengo che la situazione in cui ci troviamo, se lasciata degenerare, arriverà a un punto di non ritorno che potrebbe demolire totalmente il sistema democratico faticosamente costruito alla fine dell'ultima guerra, con conseguenze devastanti per chi verrà dopo di noi. Se avrò fatto bene, sarà la storia, e soprattutto il popolo italiano a giudicarlo.

Giorgio Napolitano

5 commenti:

  1. Più che utopia, fantascienza.

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  2. "Le ripercussioni saranno molte e violente, anche nei confronti della mia persona, ma ritengo che la situazione in cui ci troviamo, se lasciata degenerare, arriverà a un punto di non ritorno che potrebbe demolire totalmente il sistema democratico faticosamente costruito alla fine dell'ultima guerra, con conseguenze devastanti per chi verrà dopo di noi."

    Cosa dovrà succedere per sentire queste parole?

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  3. sarebbe il regalo più bello che si possa fare all'Italia.

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