lunedì 5 settembre 2016

Exitus

Forse il tempo non esiste. Ci serve per dare un ordine alla nostra esistenza, ma non appena chiudiamo gli occhi passato, presente e futuro – perché noi non possiamo sapere cosa sia il futuro finché non ci siamo dentro – si mescolano e si scompongono. Un evento risalente ai primi mesi della nostra vita pulsa nella nostra mente come cosa viva e bruciante mentre la storia dell’ultima settimana trascorsa svanisce come un sogno al risveglio. Qualcuno potrebbe obiettare che è semplicemente il sistema con cui il nostro cervello elabora e assimila gli accadimenti più o meno significativi della nostra esistenza ed è un’osservazione sensata, ma allora è proprio per questo che il tempo, al di fuori di noi, non esiste oppure è una cosa totalmente diversa, aliena. Dico questo perché penso che al tempo si dia continuamente il significato sbagliato. Negli animali distinguere il "prima" e il "dopo" è fondamentale per acquisire esperienza, perché i cosiddetti ricordi servono loro per non ripetere gli errori che in passato li hanno messi in pericolo. All’uomo invece il tempo non serve a niente. Noi dimentichiamo continuamente e lasciamo che dettagli insignificanti della nostra vita diventino giganteschi, fino a trasformarsi a volte in bubboni velenosi e ingombranti che rivelano la propria pochezza di contenuto solamente dopo l’esplosione. E allora ci si strugge, ci si strappa i capelli per l’errore di valutazione commesso, ma è un eterno ritorno, la caverna lasciata dal bubbone è pronta per essere riempita da nuova, inutile immondizia. In alcuni casi invece accadimenti enormi diventano in pochi attimi pulviscolo che una brezza leggerissima spazza via con sconcertante facilità. Nel silenzio della notte ci impegniamo a ricompattarli, a definirne i bordi, la dimensione, ma è una fatica spaventosa e incomprensibile.

venerdì 22 luglio 2016

Birra, parte 3

Ecco la grande menzogna, lampante come una macchia di sangue su una camicia bianca. Sono bastate tre bottiglie e un po' di stanchezza per svelarla. Si dice spesso che l'alcol annebbia la mente ma non è del tutto vero, esiste un momento in cui la realtà si spiega davanti a te come un lenzuolo, tutta intera, talmente luminosa da annichilirti... e tutto si riduce alla tua abilità o predisposizione nel saperla cogliere.

giovedì 14 luglio 2016

Birra, parte 2

Mentre stappi la seconda bottiglia pensi alla notte appena passata. Il rumore delle costole che si incrinano sotto le tue mani ti attraversa il cervello come la scheggia rovente di una granata. Un grosso ematoma si sta allargando sui fianchi della signora che cerchi di trattenere in questo mondo, pur sapendo che lei molto probabilmente non vuole essere trattenuta. Ha ottantotto anni, le stavi prescrivendo gli antibiotici per una polmonite quando il suo cuore ha deciso di prendere congedo. Il tuo collega dell'ambulanza ha pensato all'istante, senza nemmeno guardare la paziente, di far intervenire l'elisoccorso. E l'esercito no? gli hai detto con lo sguardo, ma a quel punto il padrone della situazione era lui. E ora sei qui, ad allungare di poche decine di battiti la vita di un corpo sfinito con la consapevolezza di eseguire niente più che un banale esercizio. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove, DIECI. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, VENTI, con Stayin' Alive dei Bee Gees a risuonare in un angolino del cervello. Il ritmo giusto è quello, ti hanno detto un po' di tempo fa. Si muore e si vive al ritmo di un pezzo disco.

martedì 12 luglio 2016

Birra, parte 1

In una notte di mezza estate la terza birra può essere decisiva. Te ne stai a languire sul divano guardando distrattamente l'ennesima puntata di una serie televisiva che ha iniziato ad annoiarti parecchio tempo fa, ma che non riesci a tagliare perché speri ostinatamente che da un momento all'altro possa esserci una svolta, un'accelerazione improvvisa che dia un senso a tutto il tempo e a tutte le parole sprecate finora, quando decidi che hai sete. Ci può stare, la cena è stata frugale e la temperatura giustifica sicuramente un'assunzione di liquidi più significativa del solito. D'altra parte le tue ghiandole sudoripare hanno sempre lavorato molto, forse anche troppo e nei momenti più inopportuni, per cui non c'è niente di male nell'alzarsi e aprire il frigorifero in cerca di salvezza. È chiaro quindi che la catasta di bottiglie da 66 che hai accumulato nella speranza che la nazionale avesse proseguito la sua trionfale marcia verso la finale rappresenti un richiamo a cui nessun maschio adulto dotato di raziocinio possa resistere. Le goccioline vaporose che ricoprono come rugiada il vetro scuro esercitano un'attrazione erotica a tal punto che nella tua mente senti Jane Birkin sussurrare parole dolci al suo Serge Gainsbourg: Je t'aime, je t'aime... Afferri la prima bottiglia sulla catasta cancellando la ridicola sovrapposizione, la stappi e versi la birra in un boccale lasciando la giusta dose di schiuma. Je t'aime, je t'aime... Ti soffermi a osservare il boccale che trasuda, poi bevi.

giovedì 2 giugno 2016

La matita e le scarpe (storia in tre movimenti)

Giallo


Soundtrack: Hurt, Nine Inch Nails

Una faccia lunare, gialla come un evidenziatore, mi fissa dall'altra parte della scrivania. Le palpebre sono a mezz'asta, una bavetta traslucida circonda le labbra. È un viso che mi ricorda qualcosa, pizzica ricordi archiviati e dimenticati in un angolo polveroso del cervello. Ma ora non posso scavare, devo concentrarmi sulle parole del paziente, se possiamo chiamare parole i suoni biascicati che escono dalla sua bocca.

È facile capire il suo problema: il fegato non funziona più. Il ragazzo è giovane, forse più giovane di me, per cui traggo velocemente le conclusioni riguardo al motivo per cui la sua centrale chimica è guasta. Mi sembra di vedere le bottiglie di birra da 66 cl accatastate alla bell'e meglio fuori dalla porta di casa, oppure a fianco del divano. Dai suoi occhi spenti e giallastri sento trasudare l'ammoniaca che giorno dopo giorno si sta accumulando dentro di lui, nelle sinapsi, nei polmoni, ovunque. Si regge a stento sulla sedia. La prognosi è infausta.

sabato 26 marzo 2016

La falce ha il filo smussato

Soundtrack: Lazarus, David Bowie

Il telefono vibra tra le mie mani verso le tre di notte proprio mentre sto superando una sezione complicata di un gioco chiamato "Limbo", in cui si è chiamati a guidare un bimbo in un mondo grigio-nero popolato di ragni biomeccanici e scheletri industriali, molto ben fatto devo dire, permeato di un'inquietudine che non esplode mai in vero e proprio terrore ma che ti intossica come un veleno preso a piccole dosi. Viene quasi da pensare che gli sviluppatori abbiano chiesto qualche consulenza ai piani alti. Con un certo disappunto esco dal gioco confidando di aver superato l'ultimo checkpoint e leggo il messaggio che mi è appena arrivato: cognome, nome e indirizzo seguiti da un "Buona Pasqua". I miei capi hanno uno strano senso dell'umorismo.

giovedì 3 marzo 2016

Varici esofagee (il Male)

Non è semplice descrivere il Male. Lo vedi, lo riconosci, ma non puoi raccontarlo. Ruoti attorno al nucleo della sua essenza come una stella morente orbita attorno a un buco nero, ma quando tenti di spiegarlo il pensiero soccombe.

Il paziente era arrivato la sera prima, un signore del sessantadue con un tumore al polmone metastatizzato a livello della colonna vertebrale. Le migliaia di sigarette fumate nei suoi cinquantatré anni di vita avevano presentato il conto. In cartella si parlava anche di un'imprecisata epatopatia, ma in quel momento il fegato sembrava il minore dei suoi problemi. Nel diario clinico del pomeriggio e della notte appena passata non venivano segnalati problemi particolari, il paziente era tranquillo e stabile.