giovedì 2 giugno 2016

La matita e le scarpe (storia in tre movimenti)

Giallo


Soundtrack: Hurt, Nine Inch Nails

Una faccia lunare, gialla come un evidenziatore, mi fissa dall'altra parte della scrivania. Le palpebre sono a mezz'asta, una bavetta traslucida circonda le labbra. È un viso che mi ricorda qualcosa, pizzica ricordi archiviati e dimenticati in un angolo polveroso del cervello. Ma ora non posso scavare, devo concentrarmi sulle parole del paziente, se possiamo chiamare parole i suoni biascicati che escono dalla sua bocca.

È facile capire il suo problema: il fegato non funziona più. Il ragazzo è giovane, forse più giovane di me, per cui traggo velocemente le conclusioni riguardo al motivo per cui la sua centrale chimica è guasta. Mi sembra di vedere le bottiglie di birra da 66 cl accatastate alla bell'e meglio fuori dalla porta di casa, oppure a fianco del divano. Dai suoi occhi spenti e giallastri sento trasudare l'ammoniaca che giorno dopo giorno si sta accumulando dentro di lui, nelle sinapsi, nei polmoni, ovunque. Si regge a stento sulla sedia. La prognosi è infausta.

"Come posso esserti utile?", gli chiedo per interrompere quel flusso inintelligibile di versi bavosi. Il ragazzo sembra improvvisamente rianimarsi e in un moto di lucidità dice: "Mi serve il Tavor".

"A cosa ti serve?".

"Perché... lo uso".

"Ma lo usi per un motivo, no?".

Le domande che gli pongo richiedono processi mentali troppo complicati per il suo cervello intossicato dall'ammonio. "Lo uso perché... perché...".

"È un tipo di farmaco che qui non possiamo darti, mi dispiace".

Il rifiuto lo anima in qualche modo. "Ma mi serve, il mio dottore me lo dà sempre".

"Chi è il tuo dottore?".

Dopo avermi detto il nome del suo dottore mi chiede: "E tu chi sei?".

Gli faccio un timbro su un foglietto. "Adesso devi dirmi pure tu chi sei però".

Prende una matita e fa qualche scarabocchio privo di senso su un foglio. La mano non gli trema. Mi sta chiaramente prendendo per il culo. "Dammi il Tavor", ripete.

"Non posso dartelo, mi spiace".

Il ragazzo si alza, barcolla un attimo e non appena riacquista l'equilibrio prende la matita con cui ha "firmato" il foglio e la spezza davanti al mio naso. "Ti spacco la faccia, stronzo", grida. I suoi occhi gialli sembrano guardare un punto sopra la mia testa, e in quel momento nella mia mente succede qualcosa. Quegli occhi. Quella faccia... È come guardare nel Pensatoio di Silente. Faccio un balzo lungo vent'anni e quella stessa bocca, quegli occhi, mi stanno chiedendo qualcos'altro. È appena salito sullo scuolabus, indossa solo una tuta giallo limone nonostante sia autunno inoltrato. È un bambino più piccolo di me ma fa parte di quella razza capace di annusare la paura altrui come fanno i cani da combattimento. E io ho paura, una paura fottuta, perché una volta in oratorio mi ha picchiato. Mi ha fatto piangere, e lui se lo ricorda.

Il bambino fissa le mie scarpe nuove, Adidas nuove fiammanti che i miei genitori mi hanno regalato rendendomi il bambino più felice del mondo. Sono bianche, splendenti, meravigliose.

"Voglio le tue scarpe", mi dice.

Io non riesco a dire nulla. Sto sudando e vorrei essere coraggioso, ma non lo sono. Lui mi si avvicina e ordina: "Domani mi porti le tue scarpe".

E ora sono qui, dietro una scrivania con una casacca verde addosso, con la stessa paura di vent'anni prima, un Pennywise in miniatura pronto a divorarmi nel momento più inaspettato, quando pensavo di essere diventato grande, un medico alle prime armi alle prese con un alcolizzato moribondo.

"Mi costringi a chiamare i carabinieri", dico ostentando sicurezza.

"Pezzo di merda", grida, prima di alzarsi barcollando e andarsene sbattendo la porta, un rumore che nella mia testa diventa lo sbuffare sordo del pistone che chiude il portellone dello scuolabus giallo, mentre il bimbo in tuta gialla e il ragazzo dagli occhi gialli mi terrorizzano.

What have I become, my sweetest friend


La chiamata delle venti e zero uno è un grande classico della guardia medica. Il mio collega è ancora impegnato a disinfestare con la clorexidina la sua area notte per cui rispondo io. Una voce ferma ma chiaramente preoccupata mi parla di un figlio soporoso, un figlio con problemi di alcol. Mi annoto il nome su un taccuino.

È passato quasi un anno ed è ancora vivo.

Vedo lo scatolone pieno di bottiglie ancor prima di parcheggiare. La madre è una persona calma, rassegnata. Mi fa entrare in un soggiorno piccolissimo in cui trovano spazio un tavolo, qualche sedia, un mobile per la TV e una brandina.

Non è cambiato per niente: stessa faccia gialla e tonda, stessi occhi spenti. Ma ora riesco a svegliarlo a fatica. L'ammoniaca sta lavorando lentamente ma con meticolosità. Dopo una breve visita decido che non è il caso di mandarlo in pronto soccorso e di rinviare al giorno dopo gli accertamenti. Prima di andarmene il paziente mi chiede: "Ma sei il figlio del gommista?".

"Sì. Abitavamo vicini. Ti ricordi di me?".

Iniziamo a parlare. Gli ricordo gli anni dell'oratorio e lui sorride. Gli ricordo l'episodio della matita e lui farfuglia: "Ah eri tu? Non mi ricordo".

Prima di andarmene gli stringo la mano e lui mi chiede scusa per la scena della matita.

E scusa per le scarpe, dice il bambino in tuta gialla.

"Scuse accettate", gli dico sorridendo.

Dallo specchietto retrovisore dell’auto Pennywise mi saluta con la mano. Ha grandi occhi blu, il sorriso contagioso e i giorni contati. Ricambio il saluto, un saluto di addio.






2 commenti:

Rispettate le regole del buonsenso e della civiltà, e una firma non guasta mai. Nascondersi dietro ad un "anonimo" è solo un modo per non prendersi la responsabilità di ciò che si dice.