Ieri sera ho avuto una discussione piuttosto accesa con alcuni miei amici riguardo alla notizia che Anders Behring Breivik rischia "solamente" 21 anni di carcere, pena massima prevista dalla legge norvegese. L'unica eccezione riguarda i crimini contro l'umanità, per cui la reclusione si prolunga fino a 30 anni. Non solo: il carcere in cui probabilmente Breivik sconterà la pena prevede una sistemazione "umana", in cui i detenuti hanno un frigorifero in cella e possono pasteggiare con le guardie carcerarie. Un'idea di carcere del genere, esattamente agli antipodi di quella a cui siamo abituati, alimenta con molta facilità lo sdegno popolare, grazie anche alla spinta fondamentale data da alcuni titoli di giornale (il Corriere della Sera parla di "carcere a 5 stelle"). Per cui non c'è da stupirsi se anche la persona più mite del mondo dice che uno così dovrebbe starsene a pane e acqua e spalare merda tutta la vita. Credo che sia la reazione più umana e normale possibile. Poi però bisognerebbe approfondire un po' il discorso, cercare di affrontarlo con maggiore lucidità, perché è tutt'altro che semplice e scontato.
Prima di tutto bisogna stabilire un punto: il principale deterrente al commettere un reato è la certezza della pena, e non la qualità della stessa. Se così non fosse l'Italia dovrebbe essere il paese più tranquillo e sicuro del mondo, ripulito persino da drogati, prostitute e puttanieri, dato che è prevista la detenzione anche per loro. Strano: le carceri italiane non sono posti molto raccomandabili, ogni tanto qualcuno muore in modo misterioso (150 all'anno, uno ogni 3-4 giorni), perché la gente si ostina a delinquere? Semplicemente perché se si pagano buoni avvocati non c'è niente di più facile che tramutare vent'anni di galera in cinque o sei, magari agli arresti domiciliari. Questo per parlare del processo, perché se spostiamo il discorso un po' indietro, mi sembra chiaro che se le forze dell'ordine arrestassero tutti quelli che girano con una canna in tasca in Italia rimarrebbe ben poca gente in circolazione. Tutta roba trita e ritrita, ma fondamentale per dire che se in Norvegia ti danno 21 anni, saranno 21 anni. Non ci sono scappatoie.
Seconda questione: la qualità della detenzione. Articolo 27 della Costituzione: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte". Sprecare troppe parole in questo senso è inutile, perché in Italia questa idea di pena semplicemente non esiste. Le carceri sono contenitori in cui mettere le persone cattive, ma ricollegandoci al discorso precedente, le "persone cattive" molto spesso sono poveracci a cui è stato assegnato un avvocato d'ufficio, gente che quando uscirà non avrà uno straccio di prospettiva e finirà quasi inevitabilmente a reiterare il reato e ricascare in un posto sovraffollato, gestito da personale carente, sottopagato e svogliato, in cui la prevaricazione e l'umiliazione sono all'ordine del giorno. Questa è l'immagine che abbiamo del carcere, e invece di indignarci come dovremmo liquidiamo la faccenda con un lapidario "se la sono cercata". In Norvegia a quanto pare non funziona così, a quanto pare prendono sul serio la funzione rieducativa della detenzione: i prigionieri vengono trattati umanamente e, cosa che i giornali si sono dimenticati di dire, si rendono utili coltivando la terra, imparando ad allevare animali e facendo legna. In altre parole, i detenuti vengono responsabilizzati.
Si può ribattere: ma come si può pensare che uno come Breivik possa essere rieducato? Qui ancora una volta entra in gioco la nostra meravigliosa stampa, che si è dimenticata di dire un'altra cosa piccola piccola: se si reputa l'individuo pericoloso per la società il periodo di custodia può essere prolungato a piacimento, con scatti di cinque anni, proprio in virtù della funzione primaria del carcere, vale a dire rieducare i detenuti, e quindi può accadere (e accade) che un pericolo pubblico dopo aver scontato la pena non lo sia più, semplicemente perché gli si è data una prospettiva, un'idea di vita diversa da quella che l'aveva portato a delinquere. Breivik è un caso fuori dal normale, qualcuno potrebbe dire patologico, ma chissà come sarà tra 21 anni o 30. Qualcuno giudicherà a suo tempo, ma di certo il compito non spetta a noi, che purtroppo siamo immersi in una società degenerata fino al midollo a tal punto da non renderci più conto di cosa sia la normalità e dell'autentico significato della parola "civiltà". Leggete questo, e provate a immaginare, con uno sforzo indicibile, lo stesso discorso pronunciato da un'autorità italiana. Immaginate le reazioni, la nostra reazione, e capirete la differenza tra un paese civile e uno che, da qualche tempo a questa parte, è solamente spacciato per tale.
giovedì 28 luglio 2011
lunedì 25 luglio 2011
Racconto: attaccapanni
Poi all'improvviso accade che, dopo aver ingurgitato carne cruda e polenta con un merluzzo troppo salato, ti ritrovi davanti al cancello aperto di una casa. La gente che varca la soglia viene accolta da quella che deve essere la padrona di casa con un sorriso smagliante ma con un retrogusto fastidioso, tanto da riuscire a intravedere i tiranti che costringono gli angoli della bocca a quella posa di plastica. – Venite, venite, prego, venite! – continua a ripetere, muovendo la mandibola come un pupazzo la cui bocca è solo una finzione, perché tutti sanno che il suono arriva da uno speaker impiantato nella schiena. Questa ce l'ha tra le tette, poco ma sicuro. Fatto sta che, trascinato da quella folla spinta dalla curiosità altrui, oltrepassi il cancello e calpesti il vialetto che ti conduce al portichetto della villa. Un tizio prende il sole su una sdraio e sembra compiaciuto della tua presenza. Ti chiedi cosa ci fai in una casa in cui vieni trattato come se fossi in un museo. Il tipo abbronzato ha la pelle grinzosa ai lati del volto: sei proprio fico, vecchio mio. Ma qualcosa ti dice che nella SPA a cui è abbonato ci sia poco da fare per le sue chiappe pendule come le orecchie di un elefante. Lo vedi benissimo aggirarsi tra le piscine con il petto di fuori e le mutandine di carta igienica a sostenere i chicchi di caffè che si ritrova al posto delle palle. – Prego, prego, buonaseera! – ti dice, riscuotendoti da quella visione libidinosa. Ora sei fermo, la massa umana davanti a te si è inchiodata. Intravedi un portone aperto su una grande sala, e senti qualcuno parlare. La tizia-pupazzo si fa largo e procede verso l'origine misteriosa della voce. – Poi magari ricominci – dice. Una visita guidata in piena regola, a quanto pare, e ti senti perfettamente a tuo agio in una società umana in cui un tizio sconosciuto le porte ad altri tizi sconosciuti per mostrare l'opulenza della propria abitazione. Prego, per di qua, ammirate il nuovo LED da 55 pollici, con connessione WiFi e visualizzazione 3D senza occhialini! Niente foto, grazie. Rispettate la distanza di sicurezza, prego. E guardate la meravigliosa invisibilità dell'impianto home-theater. Non la notate? È invisibile, perbacco! Passiamo al bagno, prego.
E invece no, forse non ci siamo ancora arrivati. Ma alzandoti sulle punte dei piedi vedi qualcosa sporgere al di là delle teste. Una protuberanza scura, ramificata. La folla avanza un poco e finalmente con lo sguardo riesci a seguire la linea di quel bizzarro pseudo-ramo fino a incrociarne l'origine: la testa imbalsamata di un cervo. L'occhio di vetro nero ti fissa e ammicca: anche tu qui, sfigato!
– Questo è un impala della Tanzania, mi ricordo che arrivammo in idrovolante alle quattro del mattino su... – La voce appartiene a un signore anziano molto simile a Chiappe Pendule. Forse è il fratello. Di certo è più vecchio e più logorroico. Mentre osservi le pareti ricoperte di trofei di ogni specie e colore, tutti rigorosamente muniti di corna o palchi, il tuo orecchio capta il fluire incessante e ricco di dettagli del bracconiere, un avventuriero con i controcazzi, a suo dire. Siamo atterrati qui, ci siamo incagliati lì, abbiamo allunato là, siamo precipitati qua, e i suoi racconti prendono vita davanti a te, lo vedi saltare fuori, doppietta in mano e binocolo al collo, dalle foto corredate di didascalia che riempiono gli spazi vuoti lasciati dalle teste. Lo vedi sistemare il cadavere della nuova preda per la messa in posa, inarcare la testa dell'alce, o il caribù, o lo gnu, o l'impala, perdio!, perché si vedano bene le corna. Lo vedi inginocchiarglisi accanto e accarezzargli la testa davanti alla macchina fotografica, prima di avvolgere le preziose membra in un sacco, infilare la testa con tanto di corna in un preservativo di gommapiuma e spedire il tutto all'imbalsamatore di fiducia. O forse ci lavora lui in persona, chi lo sa. 1980, 1992, 1997: le didascalie raccontano decenni di scorribande in giungle, tundre, macchie, deserti, vallate, in cerca di animali provvisti di corna o altre protuberanze. Il salone è pieno di corna dalle forme più disparate, ma tu non capisci un cazzo di animali – qual è la differenza tra una gazzella e un'antilope? Boh! –, vedi soltanto un intreccio di spuntoni, spirali, protrusioni simili a paraboliche, cornini corti e tozzi, e soprattutto vedi gli occhi, che tu sai essere finti, ma che in qualche modo ti seguono come quelli della Gioconda, li senti perforarti le spalle, e ti chiedi come possa fare quell'omino a sopportarne l'acume. Il quale omino ora sta accarezzando un ghepardo bianco – senza corna, cribbio! – con lo sguardo puntato sul pacco, o meglio, pacchetto, del suo assassino. – E questo è un ghepardo! Non leopardo, ma ghepardo, quello veloce! – Come a dire: sono stato più veloce io, sono un fico pazzesco. Ti par di sentire il fruscio della sua mano sul pelo morto del felino, rumore molesto per il tuo stomaco, come un gessetto non spezzato sulla lavagna. Il sorriso della donna-pupazzo accanto a lui (corna? qualcuno ha parlato di corna?) sta per risvegliare definitivamente il merluzzo salato che si agita nel tuo sacchetto gastrico, sbatte la coda, si arrampica lungo l'esofago, e sai devi fare qualcosa per fermarlo, scappare, certo, ma la via di fuga è ostruita, attorno a te tutti sono immobili, ingessati, imbalsamati, e gli occhi degli animali morti ti pungono, non resisti più, devi agire...
Alzi la mano. Lo sterminatore si interrompe. – Vuole chiedere qualcosa?
E tu, con il merluzzo resuscitato alle porte della faringe: – Se aveva bisogno di attaccapanni poteva andare all'Ikea. Costano meno e sono più comodi.
La mandibola del vecchio bracconiere penzola. I tiranti della donna-pupazzo si smollano, rilasciando la pelle lucida e deformata. Quella donna è davvero un fantoccio. Qualcuno sghignazza. Il ghepardo ti fa l'occhiolino.
Il ghepardo ti fa l'occhiolino.
E il caribù. E il cervo. E l'impala, questo sconosciuto.
Il bracconiere finalmente articola un fonema: – Non credo di aver capiiiiIIIIIOOOOOAAAAAAHHHHH! –, e la sua mano non c'è più, svanita tra le fauci rapidissime del ghepardo. L'aria si riempie di un rumore strano, come di biglie che cadono. Volti la testa: il cervo sbraita e si agita. C'è da capirlo: gli occhi di vetro sono caduti lasciando le orbite vuote e cieche, il corpo finito in qualche pentola o peggio ancora in un cassonetto per rifiuti organici. Ci sta che sia leggermente incazzato. Attorno a lui altre teste iniziano a muoversi e sbuffare, altri occhi cadono. La gente urla, si fionda verso l'uscita mentre il ghepardo banchetta con i maroni del bracconiere – piatto ben misero, a dire la verità. La donna-pupazzo, o pupazzo-donna, prova a sgambettare con le sue estremità di legno per portarsi in salvo, ma un occhio di vetro rotola sotto il suo piede con un tempismo che ha il sapore del divino, nella tua bocca il gusto acre di merluzzo è scacciato dall'ambrosia mentre il culo del pupazzo-donna rovina a terra con lo schianto secco di qualcosa che si spezza. Legno di balsa: pessima qualità per un pupazzo.
Attorno a te il concerto di urla sfiora vette operistiche. Gli uomini rotolano a terra. Le teste divelgono i chiodi che le imprigionano alla parete e si trascinano verso gli avventori, selezionando con cura le loro vittime. Con tutta la calma del mondo scavalchi quei brandelli di umanità e bestialità variamente mescolati e guadagni l'uscita. Gli occhi di vetro si scansano al tuo passaggio. Non appena varchi la soglia l'urlo più potente di tutti fa esplodere i vetri. Le foto finiscono a terra. Ti volti e vedi il bracconiere scalciare con tutte le sue forze la testa dell'impala che si è insinuato tra le sue gambe. Le corna dell'impala non sono molto lunghe, ma bastano. Chiappe Pendule, comparso misteriosamente accanto a lui, lancia grida torcibudella in empatia con il presunto fratello.
Impalato dall'impala, pensa te.
Al tuo fianco un tipo sghignazza, lo stesso di prima. – Impalato dall'impala, bella questa! – Ma l'hai detto o l'hai pensato? Hai le idee un po' confuse in merito.
Deve essere colpa del merluzzo.
E invece no, forse non ci siamo ancora arrivati. Ma alzandoti sulle punte dei piedi vedi qualcosa sporgere al di là delle teste. Una protuberanza scura, ramificata. La folla avanza un poco e finalmente con lo sguardo riesci a seguire la linea di quel bizzarro pseudo-ramo fino a incrociarne l'origine: la testa imbalsamata di un cervo. L'occhio di vetro nero ti fissa e ammicca: anche tu qui, sfigato!
– Questo è un impala della Tanzania, mi ricordo che arrivammo in idrovolante alle quattro del mattino su... – La voce appartiene a un signore anziano molto simile a Chiappe Pendule. Forse è il fratello. Di certo è più vecchio e più logorroico. Mentre osservi le pareti ricoperte di trofei di ogni specie e colore, tutti rigorosamente muniti di corna o palchi, il tuo orecchio capta il fluire incessante e ricco di dettagli del bracconiere, un avventuriero con i controcazzi, a suo dire. Siamo atterrati qui, ci siamo incagliati lì, abbiamo allunato là, siamo precipitati qua, e i suoi racconti prendono vita davanti a te, lo vedi saltare fuori, doppietta in mano e binocolo al collo, dalle foto corredate di didascalia che riempiono gli spazi vuoti lasciati dalle teste. Lo vedi sistemare il cadavere della nuova preda per la messa in posa, inarcare la testa dell'alce, o il caribù, o lo gnu, o l'impala, perdio!, perché si vedano bene le corna. Lo vedi inginocchiarglisi accanto e accarezzargli la testa davanti alla macchina fotografica, prima di avvolgere le preziose membra in un sacco, infilare la testa con tanto di corna in un preservativo di gommapiuma e spedire il tutto all'imbalsamatore di fiducia. O forse ci lavora lui in persona, chi lo sa. 1980, 1992, 1997: le didascalie raccontano decenni di scorribande in giungle, tundre, macchie, deserti, vallate, in cerca di animali provvisti di corna o altre protuberanze. Il salone è pieno di corna dalle forme più disparate, ma tu non capisci un cazzo di animali – qual è la differenza tra una gazzella e un'antilope? Boh! –, vedi soltanto un intreccio di spuntoni, spirali, protrusioni simili a paraboliche, cornini corti e tozzi, e soprattutto vedi gli occhi, che tu sai essere finti, ma che in qualche modo ti seguono come quelli della Gioconda, li senti perforarti le spalle, e ti chiedi come possa fare quell'omino a sopportarne l'acume. Il quale omino ora sta accarezzando un ghepardo bianco – senza corna, cribbio! – con lo sguardo puntato sul pacco, o meglio, pacchetto, del suo assassino. – E questo è un ghepardo! Non leopardo, ma ghepardo, quello veloce! – Come a dire: sono stato più veloce io, sono un fico pazzesco. Ti par di sentire il fruscio della sua mano sul pelo morto del felino, rumore molesto per il tuo stomaco, come un gessetto non spezzato sulla lavagna. Il sorriso della donna-pupazzo accanto a lui (corna? qualcuno ha parlato di corna?) sta per risvegliare definitivamente il merluzzo salato che si agita nel tuo sacchetto gastrico, sbatte la coda, si arrampica lungo l'esofago, e sai devi fare qualcosa per fermarlo, scappare, certo, ma la via di fuga è ostruita, attorno a te tutti sono immobili, ingessati, imbalsamati, e gli occhi degli animali morti ti pungono, non resisti più, devi agire...
Alzi la mano. Lo sterminatore si interrompe. – Vuole chiedere qualcosa?
E tu, con il merluzzo resuscitato alle porte della faringe: – Se aveva bisogno di attaccapanni poteva andare all'Ikea. Costano meno e sono più comodi.
La mandibola del vecchio bracconiere penzola. I tiranti della donna-pupazzo si smollano, rilasciando la pelle lucida e deformata. Quella donna è davvero un fantoccio. Qualcuno sghignazza. Il ghepardo ti fa l'occhiolino.
Il ghepardo ti fa l'occhiolino.
E il caribù. E il cervo. E l'impala, questo sconosciuto.
Il bracconiere finalmente articola un fonema: – Non credo di aver capiiiiIIIIIOOOOOAAAAAAHHHHH! –, e la sua mano non c'è più, svanita tra le fauci rapidissime del ghepardo. L'aria si riempie di un rumore strano, come di biglie che cadono. Volti la testa: il cervo sbraita e si agita. C'è da capirlo: gli occhi di vetro sono caduti lasciando le orbite vuote e cieche, il corpo finito in qualche pentola o peggio ancora in un cassonetto per rifiuti organici. Ci sta che sia leggermente incazzato. Attorno a lui altre teste iniziano a muoversi e sbuffare, altri occhi cadono. La gente urla, si fionda verso l'uscita mentre il ghepardo banchetta con i maroni del bracconiere – piatto ben misero, a dire la verità. La donna-pupazzo, o pupazzo-donna, prova a sgambettare con le sue estremità di legno per portarsi in salvo, ma un occhio di vetro rotola sotto il suo piede con un tempismo che ha il sapore del divino, nella tua bocca il gusto acre di merluzzo è scacciato dall'ambrosia mentre il culo del pupazzo-donna rovina a terra con lo schianto secco di qualcosa che si spezza. Legno di balsa: pessima qualità per un pupazzo.
Attorno a te il concerto di urla sfiora vette operistiche. Gli uomini rotolano a terra. Le teste divelgono i chiodi che le imprigionano alla parete e si trascinano verso gli avventori, selezionando con cura le loro vittime. Con tutta la calma del mondo scavalchi quei brandelli di umanità e bestialità variamente mescolati e guadagni l'uscita. Gli occhi di vetro si scansano al tuo passaggio. Non appena varchi la soglia l'urlo più potente di tutti fa esplodere i vetri. Le foto finiscono a terra. Ti volti e vedi il bracconiere scalciare con tutte le sue forze la testa dell'impala che si è insinuato tra le sue gambe. Le corna dell'impala non sono molto lunghe, ma bastano. Chiappe Pendule, comparso misteriosamente accanto a lui, lancia grida torcibudella in empatia con il presunto fratello.
Impalato dall'impala, pensa te.
Al tuo fianco un tipo sghignazza, lo stesso di prima. – Impalato dall'impala, bella questa! – Ma l'hai detto o l'hai pensato? Hai le idee un po' confuse in merito.
Deve essere colpa del merluzzo.
mercoledì 20 luglio 2011
Boomerang
Hai dimenticato come si guida. Attraverso il vetro oscurato il mondo esterno è buio e grigiastro, impastato in una monotonia di cui ti sei stancato da tempo. Quando attraversi la portiera che qualcun altro ti ha aperto avanzi a testa bassa, a spallate ti fai largo tra individui muniti di microfoni e registratori. Le loro domande si mescolano a formare una pappa indistinta. Per farli contenti butti lì parole a caso, le prime che ti vengono in mente, pronte all'uso per tutte le occasioni. Sempre sorridendo, naturalmente. Proprio mentre entri percepisci con la coda dell'orecchio un insulto, anche quello monotono e triste come tutto il resto, ma ti ferisce, è più forte di te. Al corso di formazione ti hanno spiegato come convertire gli insulti in potenti strumenti di potere, con tanto di esempi illustrati. Voltati, sorridi allo stronzo perdente che ti schernisce. È invidia, lo sai che è tutta invidia, sai che quello stronzetto sarebbe uguale a te al posto tuo. Te l'hanno spiegato. Sorridi.
I tuoi assistenti aspettano mentre tu corri in bagno. Ne hai bisogno fin da quando sei sceso dall'aereo. È dura la vita se non si usa qualche trucchetto. Ti guardi allo specchio mentre ti pulisci il naso: sei tutto sudato, ma chi se ne frega, oggi non ci sono le telecamere.
I posti accanto ai tuoi sono vuoti. Al momento giusto ti divarichi come un'ostrica incravattata e compi il tuo dovere. Dall'altra parte qualcuno urla qualcosa, ma non senti. Dopo sei o sette votazioni inframezzate da un paio di sospensioni per rissa, un sacchetto dell'immondizia posato sulla postazione del ministro dell'ambiente, fischi, sputi e un portatile lanciato dagli spalti apri il giornale sulla pagina sportiva. Un'altra giornata di lavoro è conclusa. Mentre osservi una foto del tuo capo che parla con un giocatore ti viene un'idea brillante, forse la prima da quando sei diventato un dipendente statale senza obbligo di cartellino. Un'idea che farebbe contento anche il tuo capo, a cui hai stretto la mano una volta e che non hai mai visto in un luogo di lavoro. È rischiosa, ma può funzionare. D'altra parte anche al corso di formazione dicono qualcosa del genere. Tiri fuori il portatile e inizi a scrivere, e così il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Non hai mai lavorato così tanto. Ti interrompi giusto il tempo necessario per premere il bottone giusto al momento giusto.
Giorno dopo giorno la coda del tuo orecchio sente gli insulti moltiplicarsi. Te l'aspettavi, ma non così tanto e in così poco tempo, per la miseria! Non sai cosa fare, forse non è stata una buona idea. Forse è meglio smettere. Ma poi succede qualcosa, cambia qualcosa: lo vedi nelle pagine dei quotidiani, nei siti, nei blog. È fatta, sta funzionando! Ma non basta, ci vuole una pennellata finale, un colpo da maestro. Prendi un foglio e inizi a scarabocchiarci qualcosa, poi raccatti una bandiera italiana. Piazzi su un cavalletto una telecamera digitale. Infine indossi una maschera.
Davanti alla telecamera accesa inizi a leggere: – 19 luglio 2011: questo è il primo videomessaggio di SpiderTruman...
Una settimana dopo, mentre percorri i soliti cinque metri che separano l'auto dall'ingresso, un dolce silenzio, lievemente increspato dalle domande afone dei giornalisti, ti accarezza i timpani. Prima di entrare ti volti per un istante a osservare lo spazio vuoto lasciato dallo stronzo perdente. SpiderTruman ha compiuto anche questo miracolo. Sorridi ai giornalisti, sorridi ai tuoi assistenti mentre entri nella toilette. Alzi gli occhi verso il tuo riflesso con il naso imbiancato e dici: sei un genio, prima di scoppiare a ridere.
I tuoi assistenti aspettano mentre tu corri in bagno. Ne hai bisogno fin da quando sei sceso dall'aereo. È dura la vita se non si usa qualche trucchetto. Ti guardi allo specchio mentre ti pulisci il naso: sei tutto sudato, ma chi se ne frega, oggi non ci sono le telecamere.
I posti accanto ai tuoi sono vuoti. Al momento giusto ti divarichi come un'ostrica incravattata e compi il tuo dovere. Dall'altra parte qualcuno urla qualcosa, ma non senti. Dopo sei o sette votazioni inframezzate da un paio di sospensioni per rissa, un sacchetto dell'immondizia posato sulla postazione del ministro dell'ambiente, fischi, sputi e un portatile lanciato dagli spalti apri il giornale sulla pagina sportiva. Un'altra giornata di lavoro è conclusa. Mentre osservi una foto del tuo capo che parla con un giocatore ti viene un'idea brillante, forse la prima da quando sei diventato un dipendente statale senza obbligo di cartellino. Un'idea che farebbe contento anche il tuo capo, a cui hai stretto la mano una volta e che non hai mai visto in un luogo di lavoro. È rischiosa, ma può funzionare. D'altra parte anche al corso di formazione dicono qualcosa del genere. Tiri fuori il portatile e inizi a scrivere, e così il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Non hai mai lavorato così tanto. Ti interrompi giusto il tempo necessario per premere il bottone giusto al momento giusto.
Giorno dopo giorno la coda del tuo orecchio sente gli insulti moltiplicarsi. Te l'aspettavi, ma non così tanto e in così poco tempo, per la miseria! Non sai cosa fare, forse non è stata una buona idea. Forse è meglio smettere. Ma poi succede qualcosa, cambia qualcosa: lo vedi nelle pagine dei quotidiani, nei siti, nei blog. È fatta, sta funzionando! Ma non basta, ci vuole una pennellata finale, un colpo da maestro. Prendi un foglio e inizi a scarabocchiarci qualcosa, poi raccatti una bandiera italiana. Piazzi su un cavalletto una telecamera digitale. Infine indossi una maschera.
Davanti alla telecamera accesa inizi a leggere: – 19 luglio 2011: questo è il primo videomessaggio di SpiderTruman...
Una settimana dopo, mentre percorri i soliti cinque metri che separano l'auto dall'ingresso, un dolce silenzio, lievemente increspato dalle domande afone dei giornalisti, ti accarezza i timpani. Prima di entrare ti volti per un istante a osservare lo spazio vuoto lasciato dallo stronzo perdente. SpiderTruman ha compiuto anche questo miracolo. Sorridi ai giornalisti, sorridi ai tuoi assistenti mentre entri nella toilette. Alzi gli occhi verso il tuo riflesso con il naso imbiancato e dici: sei un genio, prima di scoppiare a ridere.
lunedì 18 luglio 2011
Memento
La rete è una memoria sterile. Tutto rimane ma tutto affoga in un flusso sovraccarico di informazioni, e così nulla sopravvive. Tra qualche anno di quest'epoca disgraziata rimarrà ben poco, giusto tre nomi in croce che da tempo ormai immemorabile consumano la nostra resistenza: al centro il Padreterno, un pupazzo di cera e asfalto costretto in questi giorni di "più tasse per tutti... quelli che non possono permetterselo" a un TSO per evitare troppi crolli imbarazzanti sulla sua figura ormai in decomposizione; alla sua destra il Figliol Prodigo padano, dalla cui bocca offesa pendono sempre meno adepti, perché la bava non tiene all'infinito, prima o poi cede alla gran massa di stronzate emesse in anni e anni di occupazione abusiva di suolo laziale, a suo dire terra straniera; infine, un po' in disparte, il Ribelle (anzi, Vibelle) con la calcolatrice in mano, l'ideologo della Finanza Creativa, il Mago delle Crisi a Scomparsa (ora non c'è, ora c'è, voilà). I libri delle scuole che rimarranno - quelle private insomma, a cui il foraggio non può essere negato nemmeno in tempi di Crisi - rimarcheranno l'opera di questi nobili, eroici traghettatori nella tempesta, e scarteranno tutto il resto. Non citeranno gli esecutori materiali del disastro, scarti tossici da seppellire al più presto. Paniz, Scilipoti, Papa, Romano, Verdini, Scajola, Brancher, Brunetta, Bondi, Razzi, Pionati, Calearo, Ronchi, Stracquadanio, Mauro, Buonanno, Bricolo, Capezzone, Barbareschi eccetera eccetera saranno entità impalpabili che la rete ogni tanto rigurgiterà per un riflesso involontario, ma che nessuno ricorderà più. Nei confronti di questa desolante nullità non occorre tirare in ballo strani meccanismi di rimozione: semplicemente svaniranno. Ma noi dobbiamo impedire questa amnesia con tutte le nostre energie. Perché ci sarà un giorno in cui riusciremo a rialzarci, questo è certo, ma non sarà quello in cui spariranno. Sarà il momento in cui, voltandoci indietro, ricorderemo che un certo Paniz, tanto tempo fa, dichiarò in nome del popolo italiano e di un cospicuo vitalizio la demenza del proprio capo, o il delirio di una certa Rosi Mauro che chissà come si ritrovò seduta sullo scranno della presidenza del Senato. Ricorderemo, e lo faremo tutti, nessuno escluso, con tutto il disprezzo possibile e tanta, tanta vergogna. Allora, e solo allora, potremo finalmente guardare avanti.
venerdì 8 luglio 2011
Quando si parla di calcio diventare berluschini è un attimo
A inaugurare in grande stile la stagione del "così fan tutti" fu Craxi, nel suo celeberrimo discorso in Parlamento. Parole sconcertanti che furono ricambiate a monetine dall'opinione pubblica. La discesa in campo di Berlusconi ingannò gran parte degli italiani, e colui che si era presentato come il moralizzatore della vita politica e civile italiana sfruttò il suo potere mediatico per ribaltare il messaggio: Craxi divenne la vittima sacrificale, i giudici inizialmente osannati divennero i nemici della libertà, il tutto con l'unico scopo di salvaguardare i propri interessi. Con grande abilità manovrò il consenso popolare per far sì che lo seguisse in questa crociata all'insegna della libertà spregiudicata, e così il motto craxiano divenne la regola aurea della maggioranza degli italiani.
Tutte cose sapute e risapute, ovviamente. Così come è risaputo che oggi, in molti, attribuiscano proprio a Berlusconi la decadenza morale e civile del nostro paese. Io credo che in parte sia vero, ma credo anche che lui sia in fondo solamente un prodotto del vizio italiano, un vizio che è stato solamente sdoganato dal premier e che talvolta emerge con violenza anche nel suo più accanito oppositore. Basta dare un'occhiata a Facebook in questi giorni: le conclusioni del procuratore Palazzi riguardo all'Inter nell'inchiesta Calciopoli hanno scatenato un'ondata impressionante di revisionismo tra i tifosi juventini. La pagina di Luciano Moggi è stata inondata da messaggi di solidarietà, gruppi che chiedono la restituzione dello scudetto continuano a moltiplicarsi e compaiono in bacheche che spesso, due o tre righe più in basso, rivendicano con orgoglio la questione morale di Berlinguer o urlano a gran voce la delinquenza di Berlusconi. Un coro all'insegna di quel "così fan tutti, quindi abbiamo ragione noi" simbolo del berlusconismo che dicono di rigettare. Forse è solo effetto del calcio, chissà, ma calcio e politica in Italia vengono vissuti con lo stesso spirito ultrà, quindi la differenza è molto sottile. Per questo chiederei agli juventini anti-berlusconiani di riflettere un attimo: il fatto che anche Moratti e Facchetti non siano stati dei santi cancella forse la manifesta mafiosità di Moggi e company? Come dice Tavaglio, la somma di due ladri fa due ladri, non zero ladri. Perché vedete, questo è il berlusconismo, e se davvero vogliamo superarlo, quale che ne sia la natura, dobbiamo iniziare da queste piccole cose, per non rendere inutile anche il gesto più eclatante e "impegnato".
Per la cronaca, io sono juventino.
Tutte cose sapute e risapute, ovviamente. Così come è risaputo che oggi, in molti, attribuiscano proprio a Berlusconi la decadenza morale e civile del nostro paese. Io credo che in parte sia vero, ma credo anche che lui sia in fondo solamente un prodotto del vizio italiano, un vizio che è stato solamente sdoganato dal premier e che talvolta emerge con violenza anche nel suo più accanito oppositore. Basta dare un'occhiata a Facebook in questi giorni: le conclusioni del procuratore Palazzi riguardo all'Inter nell'inchiesta Calciopoli hanno scatenato un'ondata impressionante di revisionismo tra i tifosi juventini. La pagina di Luciano Moggi è stata inondata da messaggi di solidarietà, gruppi che chiedono la restituzione dello scudetto continuano a moltiplicarsi e compaiono in bacheche che spesso, due o tre righe più in basso, rivendicano con orgoglio la questione morale di Berlinguer o urlano a gran voce la delinquenza di Berlusconi. Un coro all'insegna di quel "così fan tutti, quindi abbiamo ragione noi" simbolo del berlusconismo che dicono di rigettare. Forse è solo effetto del calcio, chissà, ma calcio e politica in Italia vengono vissuti con lo stesso spirito ultrà, quindi la differenza è molto sottile. Per questo chiederei agli juventini anti-berlusconiani di riflettere un attimo: il fatto che anche Moratti e Facchetti non siano stati dei santi cancella forse la manifesta mafiosità di Moggi e company? Come dice Tavaglio, la somma di due ladri fa due ladri, non zero ladri. Perché vedete, questo è il berlusconismo, e se davvero vogliamo superarlo, quale che ne sia la natura, dobbiamo iniziare da queste piccole cose, per non rendere inutile anche il gesto più eclatante e "impegnato".
Per la cronaca, io sono juventino.
lunedì 4 luglio 2011
Trivella
Mi chiamano Trivella fin da piccolo. Per essere precisi, fin dal giorno in cui bucai un secchiello di plastica usando un pezzo di legno appuntito. Non fu una grande impresa - la spiaggia in cui mi trovavo era una discarica a cielo aperto, disseminata di cose dure e puntute - ma io a malapena riuscivo a dire "mamma", per cui posso soltanto immaginare lo sconcerto dei miei genitori mentre mi accanivo su quell'innocuo secchiellino, girando il legno con la foga sadica di cui sono capaci i bambini. Il nomignolo cadde in disuso fino al giorno in cui dovetti prendere un trapano per posizionare alcuni tasselli su una parete. Il chiasso perforante dell'attrezzo e la polvere bianca che veniva proiettata nell'aria riportarono a galla l'antico soprannome e ne provai uno strano piacere, come quando si rivede un vecchio luogo d'infanzia, come quando si ritrova un caro oggetto creduto smarrito. Sentii che quel nome mi calzava alla perfezione: con quell'insignificante trapano in mano mi sentivo bene, mi sentivo me stesso. A quei primi fori ne seguirono molti altri: in una parete piena di quadri vedevo soltanto una miriade di buchi, la tenacia con cui i chiodi sottili sfidavano la gravità. Per non parlare delle mensole e dei mobili pensili: era la stretta profondità di un buco a permettere la loro funzione, e nessuno ci badava. Non trovavo nulla di strano nella mia fascinazione, e anzi era incredibile che nessuno la capisse. All'origine di tutto ci sta un buco, cazzo!
Imparai a controllare la mia passione, perlomeno in pubblico. In casa svuotai un locale in disuso per farlo diventare la mia "stanza del buco". Le pareti bianche, leggermente alonate dai mobili, ben presto lasciarono il posto a buchi di ogni forma e dimensione: con il mio trapano a batteria sperimentavo punte sempre nuove, con una mola ne modificavo la forma sinuosa per vedere l'effetto che faceva. Diventò il mio laboratorio segreto, la stanza d'allenamento in cui coltivavo la meravigliosa e incompresa arte della Trivella.
Ma durò poco. Dopo un paio di settimane i carabinieri bussarono alla mia porta, probabilmente chiamati dai vicini, e videro la mia "stanza del buco". Non chiesero spiegazioni, non dissero nulla. Se ne andarono in silenzio per tornare qualche ora dopo con un'ambulanza e un'ordinanza firmata dal sindaco, in cui si stabiliva che avevo bisogno di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Non avevo fatto del male a nessuno, non avevo allucinazioni, non credevo che gli extraterrestri avessero sostituito le persone attorno a me, ma per loro ero pazzo. Mi fecero una puntura e mi ritrovai in un ospedale psichiatrico, circondato da uomini e donne che vagavano nei corridoi con occhi sbarrati, o che fissavano tutto il giorno una tv accesa. Questo vidi nei brevissimi interludi che mi concedevano tra lunghissime sedute di sonno e altre in cui la mia persona veniva affogata sotto una spessa nebbia farmacologica. Nei momenti di lucidità cercavo di darmi una spiegazione, ma non la trovai mai, e non la trovo nemmeno ora: forse il vicino di casa era uno importante, uno che non si degna di venire a suonarti il campanello se gli dai fastidio. Uno che può permettersi di passare direttamente alle maniere forti con il beneplacito dello Stato. Forse è andata proprio così.
Passò una settimana, o forse poco meno, prima che mi lasciassero andare. Il primario mi convocò per annunciarmi che un suo amico aveva trovato un modo per incanalare la mia passione per i buchi. - Ti piacerà, vedrai - mi disse prima di congedarmi, con la stessa semplicità con cui mi aveva drogato per una settimana, consapevole del proprio reato.
E così mi portarono qui. Mi diedero una casa con una bella vista, tre pasti al giorno e obbligo di firma presso il posto di lavoro, come in galera. Il panorama è bello davvero, con le montagne maestose che all'alba riflettono la luce del sole, e nella casa in cui vivo c'è una stanza insonorizzata ideale per i miei esperimenti. Hanno pensato proprio a tutto, insomma. Ma io non capisco il senso, perché a parte i miei personali buchi, io non ho ancora fatto nulla. Forse mi tengono semplicemente buono, perché sanno quello che mi hanno fatto. Ma d'altra parte, a chi crederebbe a un pazzo che ama trapanare?
Ieri mi hanno fatto vedere il motivo per cui sono qui: un'enorme bestia a motore con un terrificante dispositivo rotante disposto anteriormente. - Questo mangia i sassi - mi ha detto il capo-cantiere, ed era vero. Quella era la Trivella, il trapano dei miei sogni, lo strumento più portentoso mai costruito dall'uomo. I comandi erano straordinariamente semplici, dopo la prima spiegazione del capo-cantiere avevo già capito tutto. - Si vede che ci sai fare con i trapani - mi ha detto.
E così oggi è il grande giorno. Oggi la Trivella inizierà a bucare la montagna. Mi sento felice come mai mi ero sentito prima.
Fumo e rumore di petardi, forse di spari. Nella nebbia vedo uomini incappucciati con bastoni in mano, vedo bambini con la bocca coperta da fazzoletti. Sono venuti a protestare, non vogliono che io buchi la loro montagna, ma loro non capiscono quanto sia importante per me, non capiscono che questo è lo scopo della mia vita. Lo Stato mi ha dato uno scopo. Come ho potuto dubitarne, Lui che non ha fatto che educarmi per giungere a questo momento? Guarda come gliele suonano i carabinieri. Ben gli sta. È per il loro bene, tutto è per il loro bene, devono solo aver fiducia nello Stato. Basta sottomettersi per essere ripagati. Basta dormire, e il dottore poi vi ricompenserà, come ha fatto con me.
Due uomini hanno sfondato la barriera e si dirigono verso di me. Vogliono disarcionarmi dal mio destriero d'acciaio, ma non ce la faranno, perché io sono Trivella. Allungo la mano verso il quadro comandi e giro la chiave. La Bestia si rianima dal suo sonno, il possente muso rotante a violentare l'aria fresca.
Venite a prendermi, adesso.
Imparai a controllare la mia passione, perlomeno in pubblico. In casa svuotai un locale in disuso per farlo diventare la mia "stanza del buco". Le pareti bianche, leggermente alonate dai mobili, ben presto lasciarono il posto a buchi di ogni forma e dimensione: con il mio trapano a batteria sperimentavo punte sempre nuove, con una mola ne modificavo la forma sinuosa per vedere l'effetto che faceva. Diventò il mio laboratorio segreto, la stanza d'allenamento in cui coltivavo la meravigliosa e incompresa arte della Trivella.
Ma durò poco. Dopo un paio di settimane i carabinieri bussarono alla mia porta, probabilmente chiamati dai vicini, e videro la mia "stanza del buco". Non chiesero spiegazioni, non dissero nulla. Se ne andarono in silenzio per tornare qualche ora dopo con un'ambulanza e un'ordinanza firmata dal sindaco, in cui si stabiliva che avevo bisogno di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Non avevo fatto del male a nessuno, non avevo allucinazioni, non credevo che gli extraterrestri avessero sostituito le persone attorno a me, ma per loro ero pazzo. Mi fecero una puntura e mi ritrovai in un ospedale psichiatrico, circondato da uomini e donne che vagavano nei corridoi con occhi sbarrati, o che fissavano tutto il giorno una tv accesa. Questo vidi nei brevissimi interludi che mi concedevano tra lunghissime sedute di sonno e altre in cui la mia persona veniva affogata sotto una spessa nebbia farmacologica. Nei momenti di lucidità cercavo di darmi una spiegazione, ma non la trovai mai, e non la trovo nemmeno ora: forse il vicino di casa era uno importante, uno che non si degna di venire a suonarti il campanello se gli dai fastidio. Uno che può permettersi di passare direttamente alle maniere forti con il beneplacito dello Stato. Forse è andata proprio così.
Passò una settimana, o forse poco meno, prima che mi lasciassero andare. Il primario mi convocò per annunciarmi che un suo amico aveva trovato un modo per incanalare la mia passione per i buchi. - Ti piacerà, vedrai - mi disse prima di congedarmi, con la stessa semplicità con cui mi aveva drogato per una settimana, consapevole del proprio reato.
E così mi portarono qui. Mi diedero una casa con una bella vista, tre pasti al giorno e obbligo di firma presso il posto di lavoro, come in galera. Il panorama è bello davvero, con le montagne maestose che all'alba riflettono la luce del sole, e nella casa in cui vivo c'è una stanza insonorizzata ideale per i miei esperimenti. Hanno pensato proprio a tutto, insomma. Ma io non capisco il senso, perché a parte i miei personali buchi, io non ho ancora fatto nulla. Forse mi tengono semplicemente buono, perché sanno quello che mi hanno fatto. Ma d'altra parte, a chi crederebbe a un pazzo che ama trapanare?
Ieri mi hanno fatto vedere il motivo per cui sono qui: un'enorme bestia a motore con un terrificante dispositivo rotante disposto anteriormente. - Questo mangia i sassi - mi ha detto il capo-cantiere, ed era vero. Quella era la Trivella, il trapano dei miei sogni, lo strumento più portentoso mai costruito dall'uomo. I comandi erano straordinariamente semplici, dopo la prima spiegazione del capo-cantiere avevo già capito tutto. - Si vede che ci sai fare con i trapani - mi ha detto.
E così oggi è il grande giorno. Oggi la Trivella inizierà a bucare la montagna. Mi sento felice come mai mi ero sentito prima.
Fumo e rumore di petardi, forse di spari. Nella nebbia vedo uomini incappucciati con bastoni in mano, vedo bambini con la bocca coperta da fazzoletti. Sono venuti a protestare, non vogliono che io buchi la loro montagna, ma loro non capiscono quanto sia importante per me, non capiscono che questo è lo scopo della mia vita. Lo Stato mi ha dato uno scopo. Come ho potuto dubitarne, Lui che non ha fatto che educarmi per giungere a questo momento? Guarda come gliele suonano i carabinieri. Ben gli sta. È per il loro bene, tutto è per il loro bene, devono solo aver fiducia nello Stato. Basta sottomettersi per essere ripagati. Basta dormire, e il dottore poi vi ricompenserà, come ha fatto con me.
Due uomini hanno sfondato la barriera e si dirigono verso di me. Vogliono disarcionarmi dal mio destriero d'acciaio, ma non ce la faranno, perché io sono Trivella. Allungo la mano verso il quadro comandi e giro la chiave. La Bestia si rianima dal suo sonno, il possente muso rotante a violentare l'aria fresca.
Venite a prendermi, adesso.
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