giovedì 29 dicembre 2011
Maltempo
Stanco di sentire i telegiornali insultare le piogge e le nevi apostrofandole come "maltempo", di sorbirmi il popolo gioire perché per fortuna non nevica, come se il vero maltempo non fosse quest'aria asciutta e sporca che irrita il naso e la gola, questo sole troppo caldo che inaridisce i monti e ci fa presagire stagioni di fiumi fangosi e assetati dall'inverno troppo avaro. Stanco di vedere esistenze che strisciano muso a terra, giorno dopo giorno, senza fare null'altro che lamentarsi per le questioni più insignificanti, gonfiarle fino a far occupare loro tutto il campo visibile e renderle fondamentali come l'aria che si respira. Stanco di sentirle da parte di chi ha davvero poco da lamentarsi, ma è talmente confinato nella sua mediocrità da essere totalmente cieco davanti alla vera sofferenza, alla vera disperazione, anche quando se la trova davanti al naso. Stanco di sentirle ripetere da chi ha tutti i mezzi e tutta la forza per alzarsi e respirare aria pulita, invece di strisciare nel fango, e non lo fa perché troppo preso a commiserarsi per la sua triste situazione, ad arrabbiarsi con il governo, con gli astri o con chi capita, dissipando così una vita che forse qualcun altro meriterebbe di più. Stanco di osservare il senso della vita disperdersi in mille inutili rivoli solamente perché non si è capaci di convogliarla con la propria forza, la propria convinzione, delegando così il conseguimento della felicità a eventi per forza di cose sempre contingenti e mai definitivi, mai dettati da un imperativo personale. Stanco di costatare che troppo spesso occorrono veri e propri cataclismi per ricollocare ogni cosa nel giusto ordine, per convogliare i mille fiumiciattoli in cui il senso si era disperso e riprendere così un corso che forse impareremo a scavare con le nostre mani, invece che lasciare il compito ad altri. Stanco di aspettare la neve di cui sono assetato, allo stesso modo dei fiumi. Quando arriverà le dedicherò un brindisi. Al maltempo, dirò, perché anche se tutti ne parlano e se ne lamentano, nessuno sa cos'è veramente.
martedì 6 dicembre 2011
Prendetevela
Tu, Italiano Medio, che mentre stai leggendo queste righe dirai: "E che palle, 'sta storia dell'italiano medio", sì, proprio tu, pensionato/precario/operaio/imprenditore/disoccupato eccetera, oggi sei arrabbiato, vero? Arrabbiatissimo, direi. Tu, che in questo governo tecnico speravi, e anche tu che non lo volevi perché sono dei fottuti banchieri e tecnocrati. Quanto sei incazzato? Sopratutto con quella tizia che si mette a piangere nel bel mezzo della conferenza stampa? Sei tu che devi piangere, ché per colpa loro da oggi piscerai sangue. Proprio tu, che per vent'anni hai creduto a favole che nel giro di due mesi sono crollate come castelli di sabbia. Tu che adesso ascolti le cravatte verdi in televisione e annuisci convinto. Ma li hai visti chi sono quelli? Ti sei accorto che sono gli stessi di prima, solamente seduti in posti diversi? Incazzati, avanti, incazzati a braccetto con quello che ti sta vicino, quello con il fazzoletto rosso al collo, quello che nelle poche occasioni in cui ha avuto occasione di fare qualcosa non ha fatto nulla perché troppo impegnato a prendersi a martellate nelle palle. Un'opposizione talmente radicale da opporsi perfino a se stessa, fino ad annullarsi. Irritati con quell'ectoplasmico partito che a forza di strattonarsi di qui e di là, un po' al centro e un po' a sinistra, ma anche un po' a destra, è diventato un sacco vuoto e afflosciato, privo di qualsivoglia contenuto, e hai voglia a riempirlo. Arrabbiati con lui giusto un pochino, prima di sfogarti contro il governo tecnico. Iniquo, iniquo, iniquo, grida, prima di fermarti e chiederti: ma che cazzo vuol dire iniquo? Prova a riflettere un attimo, caro Italiano Medio, e ti renderai conto che se vorrai prendertela con il vero artefice del disastro italiano, dovrai fare una cosa molto semplice: correre in bagno e sciacquarti la faccia davanti allo specchio. Guarda bene, Italiano Medio, e incazzati.
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