Nel paese che sembra uno stivale sadomaso, il paese delle Audi TT a Gpl e dei telefonini comprati a rate, il paese dove si mettono in palio stipendi mensili nelle tabaccherie e nelle agenzie interinali, il paese in cui capita di leggere, nel tabellone di una stazione, numeri a tre cifre nella colonnina del ritardo, dove ci sono sindaci che si rifiutano di celebrare matrimoni civili, dove "chissà che adesso che hanno ammazzato quello là [Gheddafi] il gasolio costa meno", dove si fanno feste di compleanno che costano quanto due stipendi annuali di un operaio, ecco, in questo meraviglioso paese esiste una sola costante, una sorta di parola magica che sbuca fuori ogni tanto, che indigna molti ma sotto sotto ne fa contenti tanti, primo tra tutti il capo supremo. Per non farsi mancare niente questa volta hanno messo sul piatto 12 opzioni diverse: anatomico, ritardante, ultrasottile, ai frutti di bosco, trompe l'oeil (che te lo fa sembrare più lungo), al gusto di collutorio Oral-B (edizione speciale per igieniste dentali), e altri sei, da utilizzare assieme a potenti allucinogeni, per compiacere i sei fedelissimi che gli sono rimasti, ché per gli altri bastano i codici IBAN. Dodici gondoni, così c'era scritto ieri sul giornale, assieme all'innalzamento dell'età pensionabile a data da destinarsi, abbassamento della minore età a quindici anni, e che diamine, e alla vendita della Sicilia a un magnate russo che ne farà un parco giochi a tema per bambini ricchi ("Hai sempre sognato un capannone dentro la Valle dei Templi? Abbiamo quello che fa per te!"). Il vulcano però sarà venduto a parte, e qualcosa mi dice che qualcuno se lo sia già accaparrato.
Un momento, ho letto male. Erano "condoni", non "gondoni". Devo rifare tutto, cazzo.
O forse no. Meglio così.
martedì 25 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
La classe non è acqua, è Aria
Fino a qualche tempo fa la mia idea dell'elettronica nella musica stava un gradino sotto la merda, e la sacra triade chitarra-basso-batteria era elemento necessario per ogni canzone che si reputasse tale. Poi ho iniziato ad ampliare le mie vedute, ho scoperto prima la magia di Krafterk, David Bowie e Brian Eno e poi quella dei Radiohead di Kid A, e la mia idea è cambiata. Ho capito che la bellezza prescinde dai generi e dai mezzi con cui viene creata. E così un universo intero si è aperto davanti a me.
Tutto questo per dire che Moon Safari degli AIR è un disco che qualche anno fa non avrei minimamente preso in considerazione. Bastava l'etichetta "elettro-pop" per farmi passare oltre. Eppure credo che anche allora, se avessi provato ad ascoltarlo, mi avrebbe preso alla gola. I sette minuti della traccia iniziale La femme d'Argent sono freschi come un Mojito fatto a regola d'arte e soffici come una caramella mou, e credo che anche chi consideri le tracce strumentali dei mattoni ("Che palle, quando arriva il ritornello?") non possa fare a meno di lasciarsi avvolgere totalmente da questa meraviglia:
Il resto, poi, sarebbe venuto da sé, perché c'è una sola cosa che si riconosce al primo ascolto: la classe. Ed è proprio questa la prima parola che mi viene in mente per descrivere questo disco: classe infinita. Una cosa come Sexy Boy nelle mani di qualcun altro sarebbe stata una tamarrata d'antologia, e invece...
Il resto del disco non molla un colpo, è un ascolto rilassante ed appagante, facile ma mai scontato, una goduria senza interruzioni che una volta arrivata alla fine è molto difficile non ricominciare daccapo.
E se ve lo dice uno che nello stesso lettore mp3 tiene Nevermind, Led Zeppelin IV e Master of Puppets dovete crederci.
venerdì 14 ottobre 2011
L'Italia ce la fà!
Vedete, la traggedia itagliana non stà solamente nel vedere il presidente del consilio che dice sempre le stesse cose da quasi ventanni con un signore di fianco che sbadilia 12 volte (perche cualcuno le a contate, davero). di fronte alla solita mandria di buoi ad aplaudire e che domani pur di non molare la tetta che li nutre e li fà sopravvivere senza dover lavorare mandera giu e votera la fiducia per lennesima volta, una sciena che tutto il mondo a visto e che a fatto sicuramente vergoniare tutti gli itagliani e non solo. Dicevo, la traggedia italiana non si manifesta solo in cuesti grandi avvenimenti che tutti vedono, ma stà anche nelle piccole cose, aparentemente in significanti, ma che in realta sono il vero metro dello sfacello del nostro paese. Banalita, facende della vita cuotidiana che sommate tutte assieme sono un enormita mostruosa. Sta sera, ad esempio, o visto per caso i titoli del tigi5, e la notizzia del discorso di berlusconi veniva data con cueste parole: "L'Italia ce la fà!". Cosi, senza vergonia, un'errore teribbile sparato a caratteri giganteschi di fronte a miglioni di persone. Ma la cosa teribbile non e solo il fatto che cualcuno ha commesso un'errore che non a giustificazzioni, un'errore blu di quelli che la maestra ti metteva dietro alla lavania davanti a tutti, e che di certo per cuesto errore paghera poco ho niente, ma il fatto che io non o idea di cuanti tele spettatori si siano accorti di quel errore, tal mente profondo e labisso culturale in cui l'Itaglia e sprofondata. Io credo pochissimi.
Cioe, Itaglia senza la GL! Ma che scherziamo! Ma che paese di mmerda siamo diventati! Io me ne vado a L'ondra.
Cioe, Itaglia senza la GL! Ma che scherziamo! Ma che paese di mmerda siamo diventati! Io me ne vado a L'ondra.
giovedì 6 ottobre 2011
Franco Steiner
Quando l'uomo che rispondeva al nome di Franco Steiner scese dal taxi una scossa formidabile gli riempì il braccio di spilli. Percorse il vialetto di casa, cercò in tasca la chiave e nell'infilarla nella toppa una nuova scarica gli diede il benvenuto. Girò la chiave usando la sinistra, mentre il braccio destro penzolava morto dalla spalla. Varcò la soglia e annusò l'aria familiare: qualcosa non andava.
Era tornato a casa un paio di mesi prima. La settimana di latitanza aveva richiamato, in odore di testamento, i gradi più remoti di cuginato. Dopo aver varcato la soglia Ginevra, bionda più che mai, l'aveva abbracciato a naso e bocca serrati, per evitare di essere violentati dalla nube di alcol e sudore che lo avvolgeva. Ma non gli aveva fatto domande. Non l'aveva guardato in faccia. Da brava mogliettina lo aveva accompagnato in bagno e solamente mentre lui si radeva gli aveva chiesto cosa fosse successo. Aveva dato risposte vaghe: qualcuno gli aveva dato una botta in testa, e qualcun altro, quel mattino, l'aveva svegliato su una panchina del parco. Ma che importava? A lei interessava che l'uomo con la carta d'identità e soprattutto le carte di credito di Franco Steiner fosse sano e salvo.
Posò le chiavi sul tavolino del soggiorno e camminò a fari spenti in quelle stanze piene di oggetti misteriosi. Come l'orologio fermo, congelato dal suo creatore nell'eterna posizione delle 12,30. La batteria al suo interno non faceva altro che assicurare l'assoluta fissità di quell'attimo, e la moglie di Franco aveva deciso di ergere quell'affare a simbolo della casa appendendolo all'architrave dell'ingresso. Assaporò l''immobilità perversa delle sue lancette, ma c'era qualcosa, qualcosa che incrinava quella perfezione di cristallo, e nella penombra lo individuò: un'anomalia nell'aria, molecole di un odore fuori posto. Quando lo riconobbe si bloccò, con le lancette dell'orologio inutile ad indicarlo con il suo acume diamantato, e rise e rise e rise, meravigliandosi di quel suono che aveva dimenticato. Così la sacra e vacua immobilità di quelle mura era violata, sussurri ricchi di panico scappavano dalle lenzuola, bisbigli dell'individuo che un paio di sere prima gli aveva impartito la sua morale da quattro soldi, confezionata e pronta all'uso, fissando un boccale pieno di birra e di se stesso. Ripensando a quella serata il suo riso si alzò di una tonalità, e dopo qualche attimo Ginevra si affacciò dalla camera. – Oh caro, sei già tornato? – disse con voce afona.
– Scusami tesoro, non volevo interrompere la tua scopata. Volevo solo comunicarti che mi sono licenziato, e con immenso piacere ho mandato affanculo tuo padre.
Non aspettò la reazione a quella raffica di schiaffi. Girò i tacchi e uscì da quella casa, lasciando uno strascico di risate. Prima di chiudere la porta gridò: – Ah, vero che il Moretti ce l'ha piccolo? Gliel'ho visto una volta in bagno. Mi meraviglio di te, cara. Non è da te accontentarti così.
La serata era fresca e decise di camminare. Il termometro digitale di una farmacia diceva che c'erano quattro gradi sottozero. Cazzo. Quattro gradi sotto e lui pensava che l'aria era fresca? Era cambiato così tanto in così poco tempo? Si fermò davanti ad una vetrina e vide il cappotto che il suo riflesso indossava. In un rapido gesto se lo tolse, lo gettò a terra e si strappò via il maglione di cachemire. Rimase in maniche di camicia e finalmente sentì il gelo che tagliava la carne e stringeva il cervello in tenaglie d'acciaio. L'aria era gelida, cazzo, ed era quella la verità.
Il quartiere in cui viveva Franco era un agglomerato di abitazioni raggrumate attorno ad una strada senza uscita. Ville gigantesche, popolate di oggetti luccicanti e servitù silenziosa, a cui i SUV accedevano procedendo piano, perché in quell'isola tanto perfetta quanto irreale era fondamentale portare rispetto al vicinato, e altrettanto importante era conquistarselo. Per questo la strada non era una strada, ma una passerella con i tombini laccati d'argento, su cui le auto tirate a lucido anche nei giorni di neve sfilavano specchiandosi sulle grandi vetrate delle abitazioni. L'uomo passò davanti a Villa Lecchi, in cui il suocero, nonché ex datore di lavoro, aveva organizzato, qualche giorno dopo il suo ritorno, una festa in suo onore a cui aveva partecipato tutto il quartiere, compreso papà Gustavo, notaio. Quella sera aveva concesso un giorno di libertà all'autista, si era seduto al posto guida del Cayenne e con un sorriso aveva strizzato l'occhio alla moglie, camuffata sotto una pesante intonacatura di fondotinta a causa di quel disgraziato del suo estetista, che aveva sbagliato le regolazioni della lampada solare. – Sei pronta per una grande emozione? – le aveva sussurrato, prima di schiacciare a tavoletta l'acceleratore e lasciare due metri di pneumatico sull'asfalto impeccabile. Ginevra aveva lanciato un urlo disumano, l'aveva schiaffeggiato sul braccio pregandogli di fermarsi, ma lui non aveva mollato e davanti a Villa Lecchi aveva inchiodato, mettendo a dura prova l'ABS del Cayenne. La moglie si era ricomposta ed erano entrati a braccetto nel salone, dove li aveva accolti una selva di sorrisi troppo bianchi e applausi troppo ovattati. Gustavo gli aveva stretto la mano e sua madre l'aveva baciato sulle guance. L'avvocato Lecchi gli aveva dato un buffetto sulla guancia. Nessuno l'aveva guardato in faccia. Lui aveva sorriso tantissimo, mentre con gli occhi cercava l'angolo dei superalcolici. Era accanto alla zona della polvere magica, in cui gli ospiti potevano incipriarsi il naso al riparo da occhi indiscreti dietro ad eleganti paravento.
Il resto della serata gli sfuggiva e nessuno gliel'aveva mai riferito: non Ginevra, che si era limitata a non rivolgergli la parola se non nelle occasioni strettamente pubbliche; non l'avvocato Lecchi, per cui sembrava non fosse successo nulla; non i colleghi, che come sempre lisciavano il pelo come è usanza fare con il genero del capo; e non il padre Gustavo, che grazie alla potenza del suo cognome aveva sistemato il pasticcio senza muovere un dito. Forse doveva ringraziarlo, perché grazie a lui il suo piccolo esperimento era riuscito alla perfezione.
Già, un esperimento. Quella sera, prima di uscire, si era guardato allo specchio e si era detto: vediamo un po', caro Steiner. Vediamo se hai ragione tu. Vediamo la loro reazione. Dopo il suo ritorno, in realtà, non servivano ulteriori conferme, ma quella festa era stata la vera apoteosi, la dimostrazione definitiva della tesi iniziale. Soltanto Moretti aveva accennato un briciolo di scompostezza. – Non ti riconosco più – gli aveva detto senza guardarlo in faccia, prima di vomitare un lungo discorso sul rispetto dei colleghi, del ruolo che rivestiva, assieme ad un'altra camionata di parole che aveva presto dimenticato. Ma fin dal primo momento aveva capito che Moretti era uno di quelli a cui piace verniciare ogni cosa delle sue verità inattaccabili, e non bisognava prestarci molta attenzione. Una persona misera, miserrima, se alla fine dei conti si riduceva a trombarsi quel mostro botulinico di Ginevra, a dispetto della tronfiaggine con cui decantava gli sguardi estasiati delle sue conquiste. – Non ti riconosco più – Ma tu guarda.
Povero Moretti, gli faceva quasi pena.
Gli ci vollero pochi minuti per uscire dal quartiere. Ora navigava in mare aperto, nella città vera, e ne respirava l'odore a pieni polmoni. Camminò sicuro, schivando auto parcheggiate male, calpestando merde di cane con le sue scarpe di pelle lucida, lasciando generose elemosine ai mendicanti.
Arrivò a destinazione dopo un'ora. In tasca gli erano rimaste le carte di credito e la carta d'identità. I bidoni incandescenti riverberavano sulle sponde del fiume, sovrastati dal ponte di ferro. Franco strinse gli occhi e mise a fuoco una baracca fatta di lamiere. Scese lungo il terrapieno a grandi falcate, inciampò e terminò la discesa rotolando. Si rialzò ridendo come un pazzo e corse fino alla baracca.
Tre uomini si strofinavano le mani sui fuochi. Nessuno gli prestò attenzione, mentre entrava nella baracca. Su una branda un uomo avvolto da coperte strappate tremava da capo a piedi.
– Ciao – disse al barbone.
L'uomo sulla branda aprì due fessure tra le palpebre. – Chi sei? – chiese con un sussurro.
– Non mi riconosci?
L'uomo spalancò gli occhi ed esclamò: - Mio dio, Franco!
– Così mi chiamano – disse l'uomo in piedi.
Il barbone tacque qualche attimo, prima di chiedere: – Che ci fai qui?
– Avevi ragione, sai? Avevi ragione su tutto.
Il barbone sorrise, poi rise. Da quanto tempo non lo faceva?
– Ginevra se la fa con Moretti – disse l'uomo in piedi.
Il barbone non smetteva di ridere. – Oh, lo sapevo già! Li hai beccati?
– Proprio adesso. Mi sono licenziato e sono tornato a casa prima. Non l'ho visto ma ho sentito la puzza di quel suo dopobarba di merda.
– Davvero ti sei licenziato?
– E ho mandato affanculo il caro dottor Lecchi. – L'uomo in camicia si sedette per terra, mentre il barbone rideva sempre più fragorosamente. – Sei un genio, sei un genio – disse asciugandosi gli occhi.
– Direi che l'esperimento è riuscito. Hai vinto la scommessa.
– Che ti avevo detto? – disse il barbone. Di colpo si fece serio. – Ma tu che vuoi adesso?
– Rivoglio la mia vita.
Il barbone rimase a bocca aperta. – Ah, questa è vita per te?
L'uomo a terra rise. – Di certo non è peggio della vita dell'avvocato Franco Steiner.
Il barbone sembrò disorientato. – Ma cosa potrei fare adesso? Senza più un lavoro, senza più una famiglia... Se lasciassi mia moglie, mio padre mi diserederebbe all'istante. Che potrei fare?
– Dovresti ringraziarmi. Sei libero, ora. Hai una vita meravigliosa davanti a te. E adesso alzati dalla mia branda, per favore.
– Era così comoda – disse Franco Steiner alzandosi da quello scheletro di letto.
Dopo una settimana varcò la soglia dello studio legale Lecchi con la moglie sottobraccio, salutò tutti i colleghi, strinse la mano al suocero e si accomodò alla sua scrivania.
In casa Steiner l'orologio segnava le 12,30.
Racconto silurato a un concorso. Che ne pensate?
Era tornato a casa un paio di mesi prima. La settimana di latitanza aveva richiamato, in odore di testamento, i gradi più remoti di cuginato. Dopo aver varcato la soglia Ginevra, bionda più che mai, l'aveva abbracciato a naso e bocca serrati, per evitare di essere violentati dalla nube di alcol e sudore che lo avvolgeva. Ma non gli aveva fatto domande. Non l'aveva guardato in faccia. Da brava mogliettina lo aveva accompagnato in bagno e solamente mentre lui si radeva gli aveva chiesto cosa fosse successo. Aveva dato risposte vaghe: qualcuno gli aveva dato una botta in testa, e qualcun altro, quel mattino, l'aveva svegliato su una panchina del parco. Ma che importava? A lei interessava che l'uomo con la carta d'identità e soprattutto le carte di credito di Franco Steiner fosse sano e salvo.
Posò le chiavi sul tavolino del soggiorno e camminò a fari spenti in quelle stanze piene di oggetti misteriosi. Come l'orologio fermo, congelato dal suo creatore nell'eterna posizione delle 12,30. La batteria al suo interno non faceva altro che assicurare l'assoluta fissità di quell'attimo, e la moglie di Franco aveva deciso di ergere quell'affare a simbolo della casa appendendolo all'architrave dell'ingresso. Assaporò l''immobilità perversa delle sue lancette, ma c'era qualcosa, qualcosa che incrinava quella perfezione di cristallo, e nella penombra lo individuò: un'anomalia nell'aria, molecole di un odore fuori posto. Quando lo riconobbe si bloccò, con le lancette dell'orologio inutile ad indicarlo con il suo acume diamantato, e rise e rise e rise, meravigliandosi di quel suono che aveva dimenticato. Così la sacra e vacua immobilità di quelle mura era violata, sussurri ricchi di panico scappavano dalle lenzuola, bisbigli dell'individuo che un paio di sere prima gli aveva impartito la sua morale da quattro soldi, confezionata e pronta all'uso, fissando un boccale pieno di birra e di se stesso. Ripensando a quella serata il suo riso si alzò di una tonalità, e dopo qualche attimo Ginevra si affacciò dalla camera. – Oh caro, sei già tornato? – disse con voce afona.
– Scusami tesoro, non volevo interrompere la tua scopata. Volevo solo comunicarti che mi sono licenziato, e con immenso piacere ho mandato affanculo tuo padre.
Non aspettò la reazione a quella raffica di schiaffi. Girò i tacchi e uscì da quella casa, lasciando uno strascico di risate. Prima di chiudere la porta gridò: – Ah, vero che il Moretti ce l'ha piccolo? Gliel'ho visto una volta in bagno. Mi meraviglio di te, cara. Non è da te accontentarti così.
La serata era fresca e decise di camminare. Il termometro digitale di una farmacia diceva che c'erano quattro gradi sottozero. Cazzo. Quattro gradi sotto e lui pensava che l'aria era fresca? Era cambiato così tanto in così poco tempo? Si fermò davanti ad una vetrina e vide il cappotto che il suo riflesso indossava. In un rapido gesto se lo tolse, lo gettò a terra e si strappò via il maglione di cachemire. Rimase in maniche di camicia e finalmente sentì il gelo che tagliava la carne e stringeva il cervello in tenaglie d'acciaio. L'aria era gelida, cazzo, ed era quella la verità.
Il quartiere in cui viveva Franco era un agglomerato di abitazioni raggrumate attorno ad una strada senza uscita. Ville gigantesche, popolate di oggetti luccicanti e servitù silenziosa, a cui i SUV accedevano procedendo piano, perché in quell'isola tanto perfetta quanto irreale era fondamentale portare rispetto al vicinato, e altrettanto importante era conquistarselo. Per questo la strada non era una strada, ma una passerella con i tombini laccati d'argento, su cui le auto tirate a lucido anche nei giorni di neve sfilavano specchiandosi sulle grandi vetrate delle abitazioni. L'uomo passò davanti a Villa Lecchi, in cui il suocero, nonché ex datore di lavoro, aveva organizzato, qualche giorno dopo il suo ritorno, una festa in suo onore a cui aveva partecipato tutto il quartiere, compreso papà Gustavo, notaio. Quella sera aveva concesso un giorno di libertà all'autista, si era seduto al posto guida del Cayenne e con un sorriso aveva strizzato l'occhio alla moglie, camuffata sotto una pesante intonacatura di fondotinta a causa di quel disgraziato del suo estetista, che aveva sbagliato le regolazioni della lampada solare. – Sei pronta per una grande emozione? – le aveva sussurrato, prima di schiacciare a tavoletta l'acceleratore e lasciare due metri di pneumatico sull'asfalto impeccabile. Ginevra aveva lanciato un urlo disumano, l'aveva schiaffeggiato sul braccio pregandogli di fermarsi, ma lui non aveva mollato e davanti a Villa Lecchi aveva inchiodato, mettendo a dura prova l'ABS del Cayenne. La moglie si era ricomposta ed erano entrati a braccetto nel salone, dove li aveva accolti una selva di sorrisi troppo bianchi e applausi troppo ovattati. Gustavo gli aveva stretto la mano e sua madre l'aveva baciato sulle guance. L'avvocato Lecchi gli aveva dato un buffetto sulla guancia. Nessuno l'aveva guardato in faccia. Lui aveva sorriso tantissimo, mentre con gli occhi cercava l'angolo dei superalcolici. Era accanto alla zona della polvere magica, in cui gli ospiti potevano incipriarsi il naso al riparo da occhi indiscreti dietro ad eleganti paravento.
Il resto della serata gli sfuggiva e nessuno gliel'aveva mai riferito: non Ginevra, che si era limitata a non rivolgergli la parola se non nelle occasioni strettamente pubbliche; non l'avvocato Lecchi, per cui sembrava non fosse successo nulla; non i colleghi, che come sempre lisciavano il pelo come è usanza fare con il genero del capo; e non il padre Gustavo, che grazie alla potenza del suo cognome aveva sistemato il pasticcio senza muovere un dito. Forse doveva ringraziarlo, perché grazie a lui il suo piccolo esperimento era riuscito alla perfezione.
Già, un esperimento. Quella sera, prima di uscire, si era guardato allo specchio e si era detto: vediamo un po', caro Steiner. Vediamo se hai ragione tu. Vediamo la loro reazione. Dopo il suo ritorno, in realtà, non servivano ulteriori conferme, ma quella festa era stata la vera apoteosi, la dimostrazione definitiva della tesi iniziale. Soltanto Moretti aveva accennato un briciolo di scompostezza. – Non ti riconosco più – gli aveva detto senza guardarlo in faccia, prima di vomitare un lungo discorso sul rispetto dei colleghi, del ruolo che rivestiva, assieme ad un'altra camionata di parole che aveva presto dimenticato. Ma fin dal primo momento aveva capito che Moretti era uno di quelli a cui piace verniciare ogni cosa delle sue verità inattaccabili, e non bisognava prestarci molta attenzione. Una persona misera, miserrima, se alla fine dei conti si riduceva a trombarsi quel mostro botulinico di Ginevra, a dispetto della tronfiaggine con cui decantava gli sguardi estasiati delle sue conquiste. – Non ti riconosco più – Ma tu guarda.
Povero Moretti, gli faceva quasi pena.
Gli ci vollero pochi minuti per uscire dal quartiere. Ora navigava in mare aperto, nella città vera, e ne respirava l'odore a pieni polmoni. Camminò sicuro, schivando auto parcheggiate male, calpestando merde di cane con le sue scarpe di pelle lucida, lasciando generose elemosine ai mendicanti.
Arrivò a destinazione dopo un'ora. In tasca gli erano rimaste le carte di credito e la carta d'identità. I bidoni incandescenti riverberavano sulle sponde del fiume, sovrastati dal ponte di ferro. Franco strinse gli occhi e mise a fuoco una baracca fatta di lamiere. Scese lungo il terrapieno a grandi falcate, inciampò e terminò la discesa rotolando. Si rialzò ridendo come un pazzo e corse fino alla baracca.
Tre uomini si strofinavano le mani sui fuochi. Nessuno gli prestò attenzione, mentre entrava nella baracca. Su una branda un uomo avvolto da coperte strappate tremava da capo a piedi.
– Ciao – disse al barbone.
L'uomo sulla branda aprì due fessure tra le palpebre. – Chi sei? – chiese con un sussurro.
– Non mi riconosci?
L'uomo spalancò gli occhi ed esclamò: - Mio dio, Franco!
– Così mi chiamano – disse l'uomo in piedi.
Il barbone tacque qualche attimo, prima di chiedere: – Che ci fai qui?
– Avevi ragione, sai? Avevi ragione su tutto.
Il barbone sorrise, poi rise. Da quanto tempo non lo faceva?
– Ginevra se la fa con Moretti – disse l'uomo in piedi.
Il barbone non smetteva di ridere. – Oh, lo sapevo già! Li hai beccati?
– Proprio adesso. Mi sono licenziato e sono tornato a casa prima. Non l'ho visto ma ho sentito la puzza di quel suo dopobarba di merda.
– Davvero ti sei licenziato?
– E ho mandato affanculo il caro dottor Lecchi. – L'uomo in camicia si sedette per terra, mentre il barbone rideva sempre più fragorosamente. – Sei un genio, sei un genio – disse asciugandosi gli occhi.
– Direi che l'esperimento è riuscito. Hai vinto la scommessa.
– Che ti avevo detto? – disse il barbone. Di colpo si fece serio. – Ma tu che vuoi adesso?
– Rivoglio la mia vita.
Il barbone rimase a bocca aperta. – Ah, questa è vita per te?
L'uomo a terra rise. – Di certo non è peggio della vita dell'avvocato Franco Steiner.
Il barbone sembrò disorientato. – Ma cosa potrei fare adesso? Senza più un lavoro, senza più una famiglia... Se lasciassi mia moglie, mio padre mi diserederebbe all'istante. Che potrei fare?
– Dovresti ringraziarmi. Sei libero, ora. Hai una vita meravigliosa davanti a te. E adesso alzati dalla mia branda, per favore.
– Era così comoda – disse Franco Steiner alzandosi da quello scheletro di letto.
Dopo una settimana varcò la soglia dello studio legale Lecchi con la moglie sottobraccio, salutò tutti i colleghi, strinse la mano al suocero e si accomodò alla sua scrivania.
In casa Steiner l'orologio segnava le 12,30.
Racconto silurato a un concorso. Che ne pensate?
mercoledì 5 ottobre 2011
Il 1984 è vicino
Il sindaco Pd di Barletta Nicola Maffei, in merito alla strage del laboratorio, dice: "Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone".
Rettifico, non è vero niente. Mi ha chiamato il sindaco di Barletta e afferma che il "non" iniziale è un'invenzione dei giornalisti volta a ledere la sua immagine. Quindi la frase autentica è: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone". (scusate, ma 12.000 euro non sono bruscolini)
Un secondo, serve un'altra rettifica. Il sindaco mi ha contattato nuovamente per dirmi che il verbo "assicurando", seguito da un "però", è stato aggiunto allo scopo di dare un'ambiguità totalmente assente nel comunicato ufficiale, che quindi è: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge dando lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone". (che ci volete fare, 24.000 euro non sono uno scherzo)
Alt. Scusate. È tutto sbagliato. Il sindaco di Barletta ha memorizzato il mio numero al primo posto della rubrica e mi ha richiamato, dicendomi che la seconda parte del comunicato non esiste. Lui ha detto in realtà: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge". Fine. (chiedo perdono, dovevo salvare la casa)
No, no e poi no. Nicola mi ha chiamato un'altra volta. Ormai ci diamo del tu. Dice che le mie note tra parentesi conferiscono alle rettifiche un tono sarcastico che lo turbano e annientano il significato stesso della rettifica. Aggiunge che, da cultore della lingua italiana, si sente profondamente offeso dalla povertà linguistica del comunicato che gli è stato messo in bocca. In seguito inizia a dettarmi il vero comunicato pronunciato stamattina, ma sul più bello cade la linea. Se vorrà richiamerà. Nel frattempo dispongo una rettifica a prova di rettifica, assolutamente perfetta:
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Un bello spazio bianco pronto da riempire con tutte le rettifiche che volete. Già che ci sono vi do i dati del mio account, così potete rettificare a piacimento anche tutte le cose che ho scritto fino ad ora, senza avere il disturbo di chiamarmi ogni volta e senza dovermi terrorizzare con quella storia della multa. Così siamo contenti in due, vi pare?
(rettificherei quest'ultima parte, ma la multa, sapete...)
Ah, quando vi compariranno dei pallini al posto dei caratteri che digitate per inserire la password non preoccupatevi, è normale.
Rettifico, non è vero niente. Mi ha chiamato il sindaco di Barletta e afferma che il "non" iniziale è un'invenzione dei giornalisti volta a ledere la sua immagine. Quindi la frase autentica è: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone". (scusate, ma 12.000 euro non sono bruscolini)
Un secondo, serve un'altra rettifica. Il sindaco mi ha contattato nuovamente per dirmi che il verbo "assicurando", seguito da un "però", è stato aggiunto allo scopo di dare un'ambiguità totalmente assente nel comunicato ufficiale, che quindi è: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge dando lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone". (che ci volete fare, 24.000 euro non sono uno scherzo)
Alt. Scusate. È tutto sbagliato. Il sindaco di Barletta ha memorizzato il mio numero al primo posto della rubrica e mi ha richiamato, dicendomi che la seconda parte del comunicato non esiste. Lui ha detto in realtà: "Mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge". Fine. (chiedo perdono, dovevo salvare la casa)
No, no e poi no. Nicola mi ha chiamato un'altra volta. Ormai ci diamo del tu. Dice che le mie note tra parentesi conferiscono alle rettifiche un tono sarcastico che lo turbano e annientano il significato stesso della rettifica. Aggiunge che, da cultore della lingua italiana, si sente profondamente offeso dalla povertà linguistica del comunicato che gli è stato messo in bocca. In seguito inizia a dettarmi il vero comunicato pronunciato stamattina, ma sul più bello cade la linea. Se vorrà richiamerà. Nel frattempo dispongo una rettifica a prova di rettifica, assolutamente perfetta:
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Un bello spazio bianco pronto da riempire con tutte le rettifiche che volete. Già che ci sono vi do i dati del mio account, così potete rettificare a piacimento anche tutte le cose che ho scritto fino ad ora, senza avere il disturbo di chiamarmi ogni volta e senza dovermi terrorizzare con quella storia della multa. Così siamo contenti in due, vi pare?
(rettificherei quest'ultima parte, ma la multa, sapete...)
Ah, quando vi compariranno dei pallini al posto dei caratteri che digitate per inserire la password non preoccupatevi, è normale.
lunedì 3 ottobre 2011
Massacro
Siamo tutti qui, davanti al portone sprangato. Nessuno si azzarda ad uscire. Chi ha tentato è stato sbranato senza dargli tempo di fiatare, e così nessuno ci prova più. Ma d'altra parte perché tentare? Il palazzo è grande, c'è tutto lo spazio necessario per vivere tranquilli, riparati dalla realtà, seduti su cuscini gonfi di carta moneta mentre fanno la voce grossa contro quelli che stanno dall'altra parte del corridoio. Ogni tanto si sporgono dalle porte socchiuse, si scambiano finte occhiate in cagnesco, si lanciano qualche pallina di carta e poi organizzano feste di riconciliazione in cui le strette di mano e le pacche sulle spalle si sprecano, in cui sfogliano assieme le pagine della borsa, asciugandosi il cerone che cola dalla fronte con fazzoletti ricamati dal valore di un paio di stipendi part-time. In cui osservano le crepe negli angoli delle stanze e decidono di coprirle con nuovi, bellissimi arazzi che appagano la vista. In cui mascherano l'odore di muffa con flaconi magnum di Chanel n° 5. In cui ottundono il brusio crescente della folla che attende all'esterno con soave, elegante musica classica.
Siamo tutti qui, davanti al portone sprangato. Nessuno prova ad entrare. Chi ha tentato è stato respinto con furia, come se l'ingesso fosse sigillato da un campo di forza. E così ci guardiamo l'un l'altro, ci parliamo addosso ma non diciamo nulla, le parole scappano via, ci attraversano e si dissolvono nell'aria svuotate di ogni senso. Qualcuno ogni tanto alza la voce, ma nessuno si volta più ad ascoltarlo. Qualcuno minaccia, ma ha le scarpe bucate e nemmeno una fionda per realizzare il proprio intento minaccioso. Altri ancora minacciano, ma lo fanno solo per darsi un tono, per avere gli occhi puntati su di sé un secondo di più, e questo in fondo a loro basta, perché hanno ancora le scarpe tutte intere e un cappotto imbottito nuovo di zecca, con cui ripararsi dal freddo. Infine qualcuno monta una pedana e inizia a sbraitare sulla folla, mescolando cose vere e false, tutto e tutti in una pappa informe e priva di significato. Qualcuno alza la mano, prova a dissentire con educazione, ma in tutta risposta il predicatore estrae un mitragliatore e con una sventagliata lo zittisce. Il sangue cola sotto i piedi della folla mentre il predicatore continua, urlando e sparando sempre più a casaccio, uccidendo anche chi lo ha aiutato a montare la pedana da cui parla, finché un proiettile rimbalza sul campo di forza attorno al palazzo e lo centra in mezzo alla fronte, facendolo tacere una volta per tutte.
Siamo tutti qui, davanti al portone sprangato. Le vittime del massacro giacciono a terra e nessuno le sposta. Guardiamo le crepe del palazzo allargarsi, centimetro dopo centimetro. Ci prepariamo a festeggiare il crollo imminente, a ballare sui morti. La fine è vicina e non ce ne preoccupiamo, perché non ce la facciamo più, siamo svuotati di ogni cosa. E quando il palazzo crollerà su di noi, e le stanze trafugate e sgomberate in fretta e furia dai loro abitanti saranno sommerse di polvere e cemento, sarà troppo tardi per capire che, in realtà, il massacro è appena cominciato.
Siamo tutti qui, davanti al portone sprangato. Nessuno prova ad entrare. Chi ha tentato è stato respinto con furia, come se l'ingesso fosse sigillato da un campo di forza. E così ci guardiamo l'un l'altro, ci parliamo addosso ma non diciamo nulla, le parole scappano via, ci attraversano e si dissolvono nell'aria svuotate di ogni senso. Qualcuno ogni tanto alza la voce, ma nessuno si volta più ad ascoltarlo. Qualcuno minaccia, ma ha le scarpe bucate e nemmeno una fionda per realizzare il proprio intento minaccioso. Altri ancora minacciano, ma lo fanno solo per darsi un tono, per avere gli occhi puntati su di sé un secondo di più, e questo in fondo a loro basta, perché hanno ancora le scarpe tutte intere e un cappotto imbottito nuovo di zecca, con cui ripararsi dal freddo. Infine qualcuno monta una pedana e inizia a sbraitare sulla folla, mescolando cose vere e false, tutto e tutti in una pappa informe e priva di significato. Qualcuno alza la mano, prova a dissentire con educazione, ma in tutta risposta il predicatore estrae un mitragliatore e con una sventagliata lo zittisce. Il sangue cola sotto i piedi della folla mentre il predicatore continua, urlando e sparando sempre più a casaccio, uccidendo anche chi lo ha aiutato a montare la pedana da cui parla, finché un proiettile rimbalza sul campo di forza attorno al palazzo e lo centra in mezzo alla fronte, facendolo tacere una volta per tutte.
Siamo tutti qui, davanti al portone sprangato. Le vittime del massacro giacciono a terra e nessuno le sposta. Guardiamo le crepe del palazzo allargarsi, centimetro dopo centimetro. Ci prepariamo a festeggiare il crollo imminente, a ballare sui morti. La fine è vicina e non ce ne preoccupiamo, perché non ce la facciamo più, siamo svuotati di ogni cosa. E quando il palazzo crollerà su di noi, e le stanze trafugate e sgomberate in fretta e furia dai loro abitanti saranno sommerse di polvere e cemento, sarà troppo tardi per capire che, in realtà, il massacro è appena cominciato.
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