Mi alzai alle sette come tutti i giorni, e fin dal primo momento in cui aprii gli occhi percepii qualcosa di strano. La finestra aperta lasciava passare un filo d'aria e un vuoto indecifrabile. Mi affacciai e vidi la strada e i marciapiedi invasi da persone in giacca e cravatta che correvano di qua e di là, le facce nascoste dietro ai quotidiani aperti. Qualcuno particolarmente assorto passeggiava sulla carreggiata vuota, disegnando cerchi ossessivi in mezzo all'incrocio. Altri ancora camminavano avanti e indietro controllando continuamente l'orologio, come se stessero aspettando qualcosa. Di tanto in tanto controllavano il cellulare, prima di ficcarlo in tasca scuotendo la testa. Le poche auto procedevano a passo d'uomo a colpi di clacson. Ma che è, hanno trasferito Piazza Affari sotto casa mia? mi sono chiesto. Mentre i colletti bianchi continuavano il loro incomprensibile balletto una sirena ruppe il brusio, accompagnata da furibondi clacson. Evidentemente i broker (chissà se lo erano davvero?) non intasavano solamente l'incrocio sotto casa mia. Con molte difficoltà l'ambulanza raggiunse la clinica che sta a due passi da me, e nel giro di pochi minuti ne arrivarono altre due. Chissà, forse era successo qualcosa all'ospedale centrale, e quindi tutte le ambulanze venivano dirottate verso le altre cliniche. A quel punto volevo capire il motivo di tanto scompiglio.
Accesi il computer e con molta lentezza (rete intasata? E che palle) sulla homepage di tutti i quotidiani online vidi campeggiare un'unica, enorme, terrorizzante scritta: “LA BANCAROTTA DELLA SVIZZERA”. A quanto pare i nostri vicini avevano qualche problema sotto il tappeto che per una strana congiuntura astrale aveva deciso di saltare fuori proprio quel giorno. Iniziai a scorrere con molta disattenzione l'articolo mentre nel mio cervello faceva capolino una domanda: ecchissenefrega? Ma impiegai poco a capire.
Era semplice: per appianare il debito il Parlamento svizzero aveva approvato, con un provvedimento senza precedenti, un prelievo forzoso del dieci per mille da tutti i conti correnti bancari. La legge sarebbe entrata in vigore a partire dal giorno dopo.
In pratica, i riccastri di tutto il mondo erano in preda al panico. Dalla rete intasata riuscii a carpire immagini di aeroporti e stazioni presi d'assalto, richieste disperate di passaggi in aereo su Twitter e su Facebook di chi era rimasto a piedi e, povero lui, non poteva disporre di un volo privato – e l'Audi Q7, in una strada bloccata, non può sfogare appieno tutta la sua potenza. Mi scollegai alla rete quasi inservibile e decisi di fare una passeggiata. La notizia era ormai di dominio pubblico. Vidi un bel po' di attività chiuse: studi medici e legali, gioiellerie, boutique, ma anche fruttivendoli, edicole, autofficine. Vedevo gente andare in giro con cartelli del tipo “cerco volo charter per Zurigo: pago bene” e altri sdraiarsi di fronte ai taxi pieni, implorandoli di scarrozzarli fino alla stazione. Il caos era incredibile. Altri come me osservavano la scena sbigottiti, con il sorriso sulle labbra ma con una furiosa domanda che lampeggiava nei loro occhi: quanti cazzo di ricconi ci sono in Italia? Da dove sono spuntati?
La stazione era un autentico delirio: pregavano in ginocchio per un biglietto, tiravano fuori il libretto degli assegni: “Le do quanto vuole”, sventolavano carte di credito di ogni tipo, chiedevano di parlare con i responsabili, qualcuno urlava: “Compro la stazione! Compro tutti i biglietti!”, mentre dietro a lui la coda era un concerto di suonerie polifoniche e balbettii nervosi agli auricolari. Me ne andai prima che iniziasse qualche rissa.
A metà mattinata la rete era inaccessibile. I telegiornali parlavano di svariati infarti, mancamenti, momenti di tensione, bollini neri sulle strade italiane eccetera eccetera. Le operazioni bancarie di trasferimento verso altri lidi felici procedevano a fatica e molte di esse, chissà perché, passavano dall'Italia e lasciavano delle tracce. E alcune si fermavano a causa di strani cavilli procedurali. “Si tratta del più massiccio rientro di capitali della storia italiana”, dicevano. E senza scudi fiscali, aggiungevo io.
Il giorno dopo spuntò un messaggio su internet. Un tizio di spalle diceva di essere penetrato nella rete svizzera e di aver taroccato i dati economici per scatenare il putiferio, e poi di aver fatto in modo che tutte le operazioni passassero dall'Italia, lasciando il resto del lavoro alla burocrazia. “I soldi vanno presi a chi ce li ha, e soprattutto a chi ce li ha e fa finta di non averli. Chi ci governa, per paura e per convenienza, non l'avrebbe mai fatto: l'ho fatto io al posto loro”. I media si fiondarono come bestie sull'hacker senza nome, sperarono con tutto il cuore in una sua ricomparsa, ma svanì nel nulla. La polizia postale non scoprì mai la sua identità, e mai si capì se fosse tutto vero o solamente la piazzata di un megalomane in cerca di un quarto d'ora di celebrità. Ma ormai danno era fatto, i soldi rientrati erano tanti e splendenti alla luce del sole. Quindi a me, caro hacker, non frega niente se sei stato tu. Nel tal caso, ti ringrazio con tutto il cuore. Se non sei stato tu, grazie comunque per le tue parole. Sono cibo per gli onesti.
martedì 30 agosto 2011
martedì 23 agosto 2011
Dies irae
Eccomi qui. Dite la verità: non ci credevate fino in fondo, vero? Lo leggo nelle vostre menti, libri aperti e pronti da sfogliare davanti a me. Anche la devozione più grondante cede il passo al dubbio, di tanto in tanto. È normale, è umano. Ma sono poche le anime di tal fatta, credetemi. Scorro le pagine e vedo spazi bianchi, maldestri tentativi di cancellature, e poi addizioni, sottrazioni, contraddizioni, manomissioni varie e stravaganti, scappatoie linguistiche per giustificare l'azione più bieca davanti a me. E così il dubbio, cuore pulsante delle vostre povere menti, se ne sta in un angolo, preso a calci e soffocato da milioni di parole, parole, parole. È una lettura soffocante e assurda, e potrei farvi impazzire in una manciata di secondi se esponessi i vostri intrugli mentali alla vostra attenzione. Ma sarebbe troppo rapido, troppo semplice. Voglio gustarmi questo momento fino in fondo, e qui c'è ancora tanta roba da leggere, roba molto più interessante, peraltro. Perché laddove il dubbio è lasciato libero le pagine respirano, soffrono per il dolore e divengono strazianti, vere, umane. E i momenti più laceranti non riguardano certo me, oh no, ma riguardano voi. A chi fate le confessioni e gli interrogativi che vi dilaniano più nel profondo? A voi stessi, signori miei, solo a voi stessi.
Ancora un attimo. È il giorno del giudizio, che diamine, avete tanta fretta di andarvene? Non vi piace stare sulla graticola? Perdonatemi, cari miei, ma ve la siete cercata. Avete passato migliaia di anni a descrivermi come un mostro assetato di sangue e vendetta, capace di assassinare perfino la creatura più innocente, avete raccontato il mio gusto per la carne di strega rosolata a fuoco lento, avete descritto il mio orrore per gli uomini che si baciano tra di loro e per le bistecche al sangue cucinate il venerdì sera. Avete detto che io inorridisco per il maiale e vado pazzo per l'agnello. Che stare a sentire decine di volte la stessa preghiera nel giro di un'ora mi riempie il cuore di letizia. Che andare a fare il bagno nelle acque marroni di un fiume inquinato vi renda casti e puri ai miei occhi. Che far finta di pentirsi delle proprie cattive azioni pochi secondi prima di morire mi faccia contento. Che il sangue delle donne fertili è una bestemmia. Che gongolo di felicità quando fate saltare un palazzo pieno di infedeli. Ne avete dette di cotte e di crude, tracciando linee nettissime tra bene e male, e lo avete fatto a nome mio. È comoda la vita così, non trovate? Ma vedete come tutti i nodi vengono al pettine: ora siete qui, davanti a me, tremanti come pulcini appena sbucati dall'uovo. Perché avete paura? Avete forse qualcosa da rimproverarvi? La verità è che ve la fate sotto per paura dei giudizi che voi avete inventato, e ve la fate sotto perché non sarò di certo io a condannarvi, ma nemmeno potrò salvarvi. Io non posso fare nulla, mi limito a ricordare tutto. A essere sincero mi spiace un po' non avere alcun potere di giudizio, perché sono molto, molto arrabbiato con molti di voi, e sarebbe un piacere infinito soggiogarvi in una dannazione eterna e indicibile (coraggio, inventatene un'altra, adesso!), ma tant'è. Mi limiterò a elencare i peccati che voi avete inventato e che voi avete commesso, prodigandovi poi in elaborate acrobazie intellettuali per giustificarvi davanti ai miei occhi (la carne è debole, era un modo per avvicinarmi a te, e bla bla bla). Ho registrato ogni cosa, dallo stupro più brutale alla masturbazione più insignificante. Tu, ad esempio, hai peccato di lussuria e ti sei massaggiato il membro 1245 volte guardando i tuoi chierichetti di nascosto. Ti penti? Sì? Dillo a loro di persona. Li vedi? Sono qui che ti aspettano, e sono ansiosi di ricambiare la tua amorevole attenzione.
Avanti il prossimo.
Ancora un attimo. È il giorno del giudizio, che diamine, avete tanta fretta di andarvene? Non vi piace stare sulla graticola? Perdonatemi, cari miei, ma ve la siete cercata. Avete passato migliaia di anni a descrivermi come un mostro assetato di sangue e vendetta, capace di assassinare perfino la creatura più innocente, avete raccontato il mio gusto per la carne di strega rosolata a fuoco lento, avete descritto il mio orrore per gli uomini che si baciano tra di loro e per le bistecche al sangue cucinate il venerdì sera. Avete detto che io inorridisco per il maiale e vado pazzo per l'agnello. Che stare a sentire decine di volte la stessa preghiera nel giro di un'ora mi riempie il cuore di letizia. Che andare a fare il bagno nelle acque marroni di un fiume inquinato vi renda casti e puri ai miei occhi. Che far finta di pentirsi delle proprie cattive azioni pochi secondi prima di morire mi faccia contento. Che il sangue delle donne fertili è una bestemmia. Che gongolo di felicità quando fate saltare un palazzo pieno di infedeli. Ne avete dette di cotte e di crude, tracciando linee nettissime tra bene e male, e lo avete fatto a nome mio. È comoda la vita così, non trovate? Ma vedete come tutti i nodi vengono al pettine: ora siete qui, davanti a me, tremanti come pulcini appena sbucati dall'uovo. Perché avete paura? Avete forse qualcosa da rimproverarvi? La verità è che ve la fate sotto per paura dei giudizi che voi avete inventato, e ve la fate sotto perché non sarò di certo io a condannarvi, ma nemmeno potrò salvarvi. Io non posso fare nulla, mi limito a ricordare tutto. A essere sincero mi spiace un po' non avere alcun potere di giudizio, perché sono molto, molto arrabbiato con molti di voi, e sarebbe un piacere infinito soggiogarvi in una dannazione eterna e indicibile (coraggio, inventatene un'altra, adesso!), ma tant'è. Mi limiterò a elencare i peccati che voi avete inventato e che voi avete commesso, prodigandovi poi in elaborate acrobazie intellettuali per giustificarvi davanti ai miei occhi (la carne è debole, era un modo per avvicinarmi a te, e bla bla bla). Ho registrato ogni cosa, dallo stupro più brutale alla masturbazione più insignificante. Tu, ad esempio, hai peccato di lussuria e ti sei massaggiato il membro 1245 volte guardando i tuoi chierichetti di nascosto. Ti penti? Sì? Dillo a loro di persona. Li vedi? Sono qui che ti aspettano, e sono ansiosi di ricambiare la tua amorevole attenzione.
Avanti il prossimo.
mercoledì 17 agosto 2011
Cinque giorni (ovvero: la Festa della Liberazione dei Lavoratori della Repubblica)
Non cinque, ma sei giorni fa, mi trovavo lassù per iniziare l'escursione dei Cinque Laghi. Prima di prendere la cabinovia, scarponi ai piedi e zaino in spalla, abbiamo fatto colazione a Madonna di Campiglio in un bar della piazza centrale. Gli sguardi dei villeggianti e dei loro acconciatissimi animali da compagnia - quasi sempre candidi barboncini freschi di permanente - ci trapassavano da parte a parte. Quanta volgarità, quanta rozzezza nei nostri calzettoni, nei nostri pantaloni corti acquistati da Decathlon a venti euro. Noi ce ne siamo sbattuti, abbiamo bevuto il nostro caffè al banco (schifoso, se posso permettermi) e siamo usciti. La giornata era splendida, e la fauna vacanziera campigliana si muoveva al sole del mattino in una sorta di passerella lenta, come in sfilata, per non perdersi le novità della giornata: bellissime scarpe, mia cara! guarda l'orrendo colore di smalto di quella! ieri abbiamo mangiato carne di cervo appena cacciato! Per non parlare di noi, i nuovi arrivati, inquietanti presenze vestite malissimo che si permettevano di aggirarsi tra le vetrine piene di opportunità (Moncler in saldo a 800 euro: un affare) e di sedersi sulle panchine - che oltraggio - con Repubblica in mano, uno di quegli orrendi giornali che sbraita di crisi tutti i santi giorni. Ma dov'è la crisi? Qui si respira aria pulita, aria di festa tutto l'anno, estate e inverno. Qui cacciano il cervo ogni giorno apposta per noi. E così, mentre leggo che le feste laiche verranno raggruppate in un'unica celebrazione domenicale (ma soltanto se è il 29 febbraio, altrimenti si fa senza, e che sarà mai) e il senso di nausea inizia a dare fastidio, scorgo con la coda dell'occhio un tizio, uno dei tanti. Abbronzatissimo, qualcosa di più della mezza età, pantaloni bianchi, scarpe Tod's, Rolex al polso, panama in testa e maglioncino sulle spalle: addosso a lui sta l'economia domestica annuale di un paio di famiglie. Parla al cellulare, forse per finta, giusto per dar l'impressione di lavorare. Non ricordo la sua faccia, esempio classico di cuoio grinzoso e rattrappito a colpi di raggi UVA, ma ho pensato a lui quando ho letto la proposta di tale Tomat per contrastare la crisi: gli operai lavorino cinque giorni gratis all'anno. Ho pensato nell'ordine: al suo Rolex (nove mesi di stipendio, forse), alle sue scarpe (due mesi), ai suoi pantaloni (un mese) e infine al suo fitto dialogo al cellulare. Questo è il vero sacrificio, e questo vi basti: dover lavorare, o fingere di farlo, anche durante le vacanze, anche durante la Festa della Liberazione del Lavoratori della Repubblica, pensate un po'. Questa è la vera, dura vita di chi fa soldi, e il cervo appena cacciato, sappiatelo, non è poi così buono.
giovedì 4 agosto 2011
I produttori di acqua fresca molto salata minacciano
La storia è semplice: succede che Samuele, nel suo Blogzero, pubblica un paio di post (qui e qui) che distruggono, pezzo dopo pezzo, l'incredibile castello di falsità e credenze al limite della magia su cui si fonda l'omeopatia, una delle medicine alternative più conosciute e applicate. In sintesi il principio su cui si basa questa pseudo-scienza è agli antipodi rispetto alla medicina tradizionale: secondo l'omeopatia, infatti, "il simile si cura con il simile". Per curare un avvelenamento, ad esempio, occorre assumere una soluzione estremamente diluita della sostanza che lo ha causato, e quando dico "estremamente" intendo una diluizione tale per cui, secondo le più elementari leggi della chimica, nella "medicina" che alla fine si assume non è presente nemmeno una molecola del principio attivo che si è diluito. In pratica si assume acqua fresca. Questa assurdità però viene superata dagli omeopati spiegando che l'acqua conserva una sorta di "memoria" della sostanza che ha contenuto, e così facendo mantiene e addirittura ne amplifica il potere guaritore. Ovviamente vi invito a leggere i pezzi di Samuele, che trattano l'argomento con rigore e onestà intellettuale, ma credo bastino i pochi accenni che ho fatto per capire che l'omeopatia non ha alcun fondamento razionale, e soprattutto nessuno studio ne ha mai provato la reale efficacia. Il vero problema però è legato al fatto che l'omeopatia è praticata da moltissimi medici regolarmente iscritti all'albo - e capite quanto la parola di un vero medico possa influire sulle opinioni della gente - e che per questo motivo attorno a questa "medicina" circolano un sacco di quattrini. Molte case farmaceutiche si sono specializzate nel produrre "medicine omeopatiche", che come abbiamo visto non sono altro che scatole vuote molto costose. È facile fare soldi commercializzando boccette di acqua fresca a caro prezzo, e la Boiron, una delle case omeopatiche più importanti, ne fa tantissimi, quindi è chiaro quanto le ormai tante voci che si levano contro l'omeopatia le possano dare fastidio. Decide quindi di mandare una lettera di diffida al provider del blog di Samuele, intimando di rimuovere gli articoli che diffamerebbero l'operato della Boiron, pena la chiusura del blog. Forse i signori della Boiron, però, non sanno che mosse di questo genere, in rete, possono rivelarsi ben presto un suicidio: il tam-tam è partito immediatamente, si moltiplica esponenzialmente, e sarà divertente vedere se la Boiron deciderà di spendere tempo, denaro e molta carta per minacciarci tutti. Per cui parlatene nel vostro sito, moltiplicatevi. La rete serve a questo. E chi riceve per primo una lettera di diffida vince un flacone di acqua di rubinetto fresca, non filtrata, dal piacevole retrogusto di cloro e ferro, alla modica cifra di 30 euro. Il flacone è in vetro, naturalmente.
mercoledì 3 agosto 2011
Preghiamo (non siamo capaci di fare altro)
Dopo l'attesissimo discorso del premier di oggi pomeriggio abbasseranno la serranda e la rialzeranno tra cinque settimane abbronzati, tirati a lucido e carichi di santità a buon mercato, dopo il pellegrinaggio in Terra Santa. Cinque settimane in cui si compirà la strana magia delle sale d'attesa semideserte negli studi dei medici di base, in cui l'indignazione tanto al chilo alla SpiderTruman si riverserà su una notizia letta di striscio mentre stiamo prendendo il sole, tra un cruciverba e l'altro, invece che sul solito link su Facebook che in due secondi condividiamo sulla nostra pagina con tutta la furiosa carica del nostro sdegno, magari accompagnato da un commento acidissimo. Ci incazzeremo in auto, quando Isoradio annuncerà che quest'anno secondo qualcuno andrà in vacanza solo un italiano su cinque, secondo qualcun altro la metà, secondo altri ancora 10 italiani su 5 o dieci alla sesta italiani, ci incazzeremo perché la coda di due chilometri "è in aumento", come dice 103.3, e sbraiteremo ad alta voce: - Son venuti tutti qui quelli che vanno in vacanza??? - E così tra cinque settimane, non appena il cartello "chiuso per ferie" sarà staccato, ripartiremo con le pile cariche e gli indici formicolanti sulla tastiera, ancora più pronti a indignarci a colpi di click, a gridare "TUTTI A CASA!" o "RIVOLUZIONE!" sotto al video dell'ennesima barzelletta di Berlusconi o dell'ennesimo menù di lusso proposto a prezzi popolari nei ristoranti parlamentari. Torneremo ad arrabbiarci perché Vendola preferisce la parola "amici" a "compagni" e per tutti i Giri della Padania e le sedi ministeriali decentrate di questo mondo. È una gara forsennata a chi si indigna di più, un gioco al rialzo che sembra non avere mai fine. Il tappo sta per saltare, la bomba sta per esplodere: da quanto tempo ormai ripetiamo queste frasi come un mantra, sperando che accada davvero? Così non facciamo altro che aspettare qualcosa o qualcuno che faccia scattare la molla al posto nostro. In realtà non facciamo altro che pregare, pregare, pregare. E non accade mai nulla.
Chissà, forse il giorno in cui la traballante sedia su cui poggiamo crollerà definitivamente smetteremo di indignarci e usciremo a milioni, tutti assieme, per gridare la nostra voglia di cambiamento. Quando si ha il culo a terra l'unica cosa che si può fare è rialzarsi. Ma se vogliamo davvero arrivare a quel punto, be', allora significa che tutte le Reti e tutti i social network possibili immaginabili non potranno mai guarire la tragica malattia italiana, e come al solito sarà troppo tardi per dire: "Perché non ci siamo alzati prima?".
Chissà, forse il giorno in cui la traballante sedia su cui poggiamo crollerà definitivamente smetteremo di indignarci e usciremo a milioni, tutti assieme, per gridare la nostra voglia di cambiamento. Quando si ha il culo a terra l'unica cosa che si può fare è rialzarsi. Ma se vogliamo davvero arrivare a quel punto, be', allora significa che tutte le Reti e tutti i social network possibili immaginabili non potranno mai guarire la tragica malattia italiana, e come al solito sarà troppo tardi per dire: "Perché non ci siamo alzati prima?".
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