lunedì 28 marzo 2011

Sonnifero e vaselina


Come si costruisce un consenso fondato sul nulla? Il primo ingrediente è ovvio: avere il controllo della maggior parte dell'informazione. Ma non basta. Per sfruttare appieno questo potere occorre molta abilità, e in questo il nostro capo del governo è un autentico genio. Goebbels stesso si toglierebbe il cappello di fronte ai suoi tocchi di classe. Come definire altrimenti la puntata di Forum di venerdì?
La parola d'ordine è "distrazione". Berlusconi, in chiara difficoltà, si eclissa dai Tg per lasciare posto alla guerra libica e agli sbarchi a Lampedusa. Gli spettatori sono già distratti, hanno paura dell'invasione barbarica e non pensano al principale responsabile di questa situazione. Ma il genio si manifesta nella seconda parte del piano, perché il premier ha capito che il consenso si cementa in maniera subliminale, quando meno te l'aspetti. Quanti, tra gli spettatori abituali di Forum, si aspettano uno spot "pro-governo" nel bel mezzo di una causa? Si stupiscono, si dicono che in fondo la signora Marina Villa non ci guadagna niente a tessere le lodi dell'operato del governo all'Aquila, senza sapere che in realtà la suddetta signora ha preso 300 euro per recitare un copione e il vero marito guarda la televisione nella loro casa di Popoli, un paesino abruzzese a 50 chilometri dall'Aquila. Un piccolo esempio che la rete disinnesca in poche ore, ma ormai il danno è fatto: la goccia di sonnifero è già stata assorbita, un altro po' di vaselina è stato spalmato. E così, giorno dopo giorno, l'Italia continua a farsi inculare, nonostante i suoi 150 anni siano tanti per gli standard a cui è abituato il nostro premier. Ma deve piacergli davvero tanto, visto che continua, instancabile, da quasi vent'anni.

lunedì 21 marzo 2011

Libia

Vorrei fare un piccolo esempio. Forse è scorretto, forse a qualcuno non piacerà, ma è il meglio che sono riuscito a trovare.
Parliamo di aborto. Un intervento straziante, che lacera corpo e anima. Non ha nulla di bello l'interruzione di gravidanza, ma in alcune situazioni è l'unica soluzione, e soprattutto è qualcosa che esiste ed esisterà sempre, e l'unico modo per far sì che sempre meno donne debbano ricorrervi è tramite l'educazione e la prevenzione. Non serve a nulla chiudere gli occhi e fare "no" con la testa.
Io credo che per un intervento armato debba valere lo stesso ragionamento. Ci sono delle situazioni in cui non si può fare altro, e penso sia il caso della Libia. È vero, gli obiettivi di Francia e Inghilterra sono tutt'altro che nobili. È vero, hanno lasciato che i ribelli venissero massacrati a piacimento da Gheddafi per troppo tempo, ma adesso la situazione è questa, e non vedo altri sbocchi.
Leggo in giro paragoni con Afghanistan e Iraq, ma non mi paiono molto azzeccati: in entrambi i casi c'è stato un attacco nei confronti di uno stato sovrano, un'azione che nessuno aveva il diritto di fare. Qui c'è una richiesta di cambiamento che arriva dall'interno, e io avrei iniziato molto prima ad assecondare questa ribellione. C'è chi chiede di attivare i negoziati, ma è una richiesta senza alcun fondamento logico: con un pazzoide non si può negoziare. Al massimo intrattenere rapporti commerciali e "umanitari" (ad esempio dirottare nel deserto i poveracci che avrebbero voluto arrivare in Italia), ma mediare non si può. Non si è mai potuto.
Per questo sono in disaccordo con la linea di Sinistra Ecologia e Libertà, il partito a cui mi sono iscritto. E mi spiace molto, perché credo che questa sia l'eterna contraddizione della sinistra italiana. In Italia, quando si capì la piega che stavano prendendo gli eventi, una miriade di giovani italiani e italiane imbracciò un fucile e si nascose nelle montagne, perché non si poteva fare altro. Quelli che sopravvissero dedicarono poi il resto della loro vita ad educare, a tentare di inculcare negli italiani una coscienza civile che impedisse l'insorgere di nuova violenza, ma quella era una guerra "giusta". E allora? Come la mettiamo con i "sempre contro la guerra, senza se e senza ma"? Anch'io penso che quello che sta accadendo sia la conseguenza di decenni di una politica estera, da parte dell'Occidente, che definire criminale è dire poco, ma adesso queste recriminazioni non servono a nulla, ed è inutile puntare i piedi. Adesso occorre far finire la guerra il prima possibile, chiudendo Gheddafi in una cella e buttando via la chiave, e non credo che questo possa accadere tramite un negoziato.

venerdì 18 marzo 2011

Doppiamo il quorum


Due giorni fa il ministro dell'ambiente Prestigiacomo etichettava le dichiarazioni contro il nucleare come "macabre speculazioni a fini domestici".
Ieri il ministro dell'ambiente Prestigiacomo discuteva con Tremonti e Bonaiuti, credendo che nessuno sentisse: "È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese".
Se non fosse solamente tempo sprecato, una richiesta di dimissioni nei confronti di questo cosiddetto ministro dell'ambiente sarebbe sacrosanta. Ma lasciamo perdere, e lasciamo perdere tutti gli insulti che gli antinuclearisti si sono sentiti in questi giorni, accusati di piegare l'"onda dell'emotività" ai propri, biechissimi, scopi personali. Lasciamo perdere i governatori che sull'"onda dell'emotività" hanno iniziato a farsela addosso per la paura di nuocere non alla salute dei cittadini, ma al proprio consenso elettorale. Lasciamo perdere tutto, e fissiamo il nocciolo della questione.
Chi è veramente contro il nucleare non lo è da oggi, e nemmeno da ieri. Quando la centrale di Cernobyl esplose non avevo nemmeno un anno, per cui non sono diventato antinuclearista sull'"onda dell'emotività". Ho cercato di informarmi, confrontando opinioni radicalmente differenti tra loro, e sono giunto a una conclusione. Non è semplice, sono in ballo questioni tecniche complesse e difficilmente comprensibili a un profano come me, ma due problemi mi sono chiari: la sicurezza e le scorie. Non c'è centrale di terza, quarta, millesima generazione che tenga: per quanto i sistemi di sicurezza possano affinarsi con il progredire della tecnologia, io non potrò mai fidarmi. Non posso fidarmi di una tecnologia che, in caso di problemi, comporta conseguenze devastanti che si ripercuotono per decenni, se non centinaia di anni. E lo stesso discorso vale per le scorie. Forse un giorno la scienza riuscirà a risolvere questi due problemi, e sarà un grande giorno per l'umanità, ma fino a quel giorno il potere politico e quello economico (perché di questo si tratta) devono starsene alla larga. Dicono che il nucleare è indispensabile: io non credo. Potranno dirlo il giorno in cui tutta l'energia prodotta verrà utilizzata a dovere, ma non oggi. Basterebbe sprecare meno, un po' di meno, tutti assieme, e di colpo l'energia a disposizione aumenterebbe a dismisura. Per cui no, il nucleare non è per nulla indispensabile, e noi abbiamo solo un modo per ribadirlo a questa classe politica ottusa e irresponsabile: votando "sì" il 12 o il 13 giugno. L'hanno fatto apposta, a non accorparlo con le amministrative: se è una bella giornata vanno tutti al mare e il quorum non passa, si sono detti. Ecco, facciamo in modo che quei 300 milioni di euro non vadano sprecati. Mi rivolgo a tutti, non è una questione politica: è il nostro futuro, dei nostri figli, dei nostri nipoti e di chi arriverà dopo di loro. Andate a votare. Sarebbe davvero una grande lezione di civiltà e responsabilità, per una volta.

giovedì 17 marzo 2011

Perché festeggio


Chi mi conosce sa che non mi si può di certo qualificare come fervente patriottico. Il patriottismo va costantemente di pari passo con una retorica militare a me insopportabile, come se l'orgoglio di essere italiano debba per forza accendersi alla vista dei mezzi corazzati presentati in gran pompa durante le sfilate. Questo è l'orgoglio nazionale che piace ai fascistelli alla La Russa, è un celodurismo di mussoliniana memoria che sarebbe ridicolo, se non fosse per la scia di sangue che lascia dietro di sé.
Ma oggi è festa nazionale, e io festeggio.
Vagando per la rete vedo che in tanti si chiedono cosa ci sia da festeggiare. Senza arrivare agli estremismi anarchici e indipendentisti, che arrivano a listare a lutto le pagine Web, sono in molti a credere che questo improvviso spirito patriottico sia solo una reazione alla secessione leghista, ai loro insulti a Garibaldi e Cavour (salvo scoprirsi nazionalisti quando si parla di immigrati). Io rispondo semplicemente che da italiano quale mi sento, ancor prima che piemontese, credo che l'Italia - tutta, dal Trentino alla Sicilia - sia un paese meraviglioso. Lo è grazie alla natura, ai giganti che ci hanno preceduto, e lo è nonostante troppi ne attentino la bellezza. Ci sono gli approfittatori, che non guardano in faccia a niente e nessuno pur di ricevere un tornaconto, consapevoli del danno che arrecano, e questi sono sotto gli occhi di tutti. Ma oltre a questa gentaglia che siede nei banchi del Parlamento e nei consigli di amministrazione, esiste un'altra faccia della stessa medaglia. È un versante ricco di sfaccettature, un misto di indifferenza, ignoranza e disfattismo. È la faccia dei qualunquisti, quelli del "sono tutti uguali", "è tutta una merda", "che ci vuoi fare, funziona così". Quelli che si chiamano sempre fuori, ma che in realtà sono coautori a pieno titolo della tragedia italiana. Io non sono di certo un ottimista di natura, ma mai resto indifferente, mai, e spero di non smarrire con il tempo il vizio di indignarmi e incazzarmi, anche se non fa bene alla salute. Per questo credo che non festeggiare l'unità d'Italia, il momento in cui abbiamo provato a camminare con le nostre gambe, sia un segno di resa incondizionata e ingiustificata che non possiamo permetterci. Se invece pensate davvero che l'unità d'Italia sia stata una disgrazia, allora avete tutto il diritto di non festeggiare, ma poi abbiate il buon gusto di non lamentarvi del paese in cui vivete. Sareste poco coerenti con voi stessi.
Almeno è quello che penso io.

giovedì 10 marzo 2011

Giornata mondiale del rene


Tutto comincia per caso: vai a fare un controllo per tutt'altro motivo e ti trovano gli indici di funzionalità renale alterati. Tu non ci credi, stai benissimo, mai avuto problemi a fare pipì, eppure non ci sono dubbi. Ulteriori esami confermano la diagnosi: i tuoi reni funzionano male, malissimo, l'alterazione è ormai irreversibile. La strada è tracciata: devi iniziare subito la dialisi, in attesa che qualcuno muoia e ti doni il suo rene. Tu sei distrutto, non riesci ad accettarlo, perché stai bene. Hai quarant'anni, vai in palestra tutte le settimane, scoppi letteralmente di salute. Sei malato: perché non stai male?
All'epoca del corso di nefrologia fu una delle cose che mi sconvolsero di più: i reni, quando soffrono, raramente si lamentano. Sembra incredibile ma è così. Forse in questo il nostro organismo è un po' difettoso: un dolore renale che segnali eventuali problemi nelle fasi più precoci sarebbe davvero utilissimo, perché il rene è un organo indispensabile, e trascuratissimo. La gente sa quanto sia importante il cuore, i polmoni, il fegato, ma del rene non sa quasi niente. È l'organo che fa fare pipì, e nient'altro. Invece ha un sacco di compiti: tramite il controllo dei liquidi nel nostro corpo tiene a bada la pressione sanguigna, ne regola l'acidità e molto altro. E lo fa con una precisione e una dedizione incredibili. Si fa un mazzo così e nessuno glielo riconosce fino in fondo. È un peccato, non trovate?
Vi dico queste cose perché oggi è la giornata mondiale del rene. In molte piazze specialisti nefrologi offrono un controllo gratuito della pressione e un esame delle urine, oltre al massimo dell'informazione. Dato che il rene è un organo che non fa male, la prevenzione è fondamentale, e due strumenti semplicissimi come il controllo della pressione e l'esame delle urine danno un sacco di informazioni utili a rilevare eventuali anomalie ad uno stadio precocissimo. Tanto per smentire clamorosamente chi reputa le tecniche di prevenzione e di screening uno spreco di tempo e soldi: costa di più un esame delle urine o un trattamento dialitico destinato a durare anni, in attesa di un trapianto che comporta l'assunzione di farmaci da centinaia di euro a flacone?
Una corretta prevenzione e un'informazione sanitaria adeguata evitano tantissimi problemi e malintesi: ecco perché giornate come queste sono utili. E non pagate nemmeno il ticket: perché non approfittarne?

mercoledì 9 marzo 2011

Selezione naturale

Televisione, tavola apparecchiata per tre, odore di minestrone. Il ragazzo affondò il cucchiaio nella zuppa mentre un opinionista spiegava come mantenere fulvo e lucente il pelo del vostro cagnolino. Il padre di famiglia esclamò: – Ma pensa te, dobbiamo provare! – La moglie annuì convinta sorbendo rumorosamente. – Eh già, sono queste le cose importanti – disse il figlio scuotendo la testa. – Per favore mamma, sembri un aspirapolvere – Il padre si voltò verso di lui e disse: – Porta rispetto a tua madre! – ma il figlio non lo ascoltava più. Strabuzzò gli occhi e crollò con la faccia immersa nel minestrone.
Cinema, primo spettacolo. Nella sala piena rimbombavano le risate. Gli attori, gli sceneggiatori e il regista erano al minimo sindacale, ma non importava. Il pubblico apprezzava lo stesso, anzi sembrava felice di masticare per la milionesima volta l'ennesimo eterno ragazzo che tradisce la sua futura moglie, l'ennesimo settantenne che si innamora della figlia del suo migliore amico, serviti così, senza un sussulto, un qualcosa che valesse la pena ricordare per almeno qualche secondo dopo la fine. La gente masticava popcorn, sorseggiava bibite gassate e sprecava risate in gran quantità. Ma quando apparvero i titoli di coda e gli spettatori iniziarono a defluire, qualcuno non si alzò. Una decina di persone stava riversa nel sedile, con gli occhi sbarrati e le briciole di mais saltato sul mento. In seguito un giornalista in vena di battute disse che probabilmente era stata la noia ad ucciderli, senza rendersi conto di non essere così lontano dalla verità.
Nel bar di fronte al cinema un gruppo di amici stava chiacchierando. Voci e argomenti si mescolavano senza soluzione di continuità, in un flusso di parole libero e spensierato. Nessuno teneva banco, nessuno aveva verità in tasca da spargere sul tavolo, e quasi tutti dicevano la loro. Quasi, perché qualcuno non partecipava. Annuiva, rispondeva quando interpellato, ma il suo contributo si esauriva in pochi monosillabi. Sembrava non avere niente da dire su nulla. Quando i suoi amici caddero uno dopo l'altro dagli sgabelli pensò a uno stupido scherzo, prima di correre a chiedere aiuto con le mani nei capelli. La carneficina si limitò a quel tavolo: in tutto il bar le vittime furono una dozzina.
Iniziò a spargersi la voce di una strana epidemia, di natura ancora ignota. Ma era sabato sera, la gente non aveva voglia di farsi prendere dal panico nei momenti di relax. Per cui la situazione rimase pressoché stazionaria fino al lunedì successivo, mentre gli obitori si riempivano dei morti della domenica mattina. I telegiornali annunciarono i soliti bollettini di guerra dei weekend, circondati dalle solite stronzate, e il giorno del Signore scivolò senza troppi sussulti. Fu registrato qualche decesso qui e là, invariabilmente avvenuto davanti alla televisione, niente di così disturbante.
La follia esplose il giorno dopo in diretta tv. Durante un'importante votazione parlamentare una quarantina di deputati si riversò sulla propria postazione, mentre la maggior parte dei loro colleghi era impegnata in una rissa. Trenta milioni di telespettatori si sintonizzarono su quella scena che il regista oscurò dopo dieci lunghissimi secondi, che bastarono a intasare tutte le linee di comunicazione. Le reti mandarono in onda un'edizione straordinaria che invitava alla calma, dopo aver annunciato ufficialmente la scoperta dell'epidemia. Senza la minima cognizione di causa i mezzi d'informazione suggerivano l'unica soluzione al problema: calma, rilassatevi, fate finta che non sia successo niente.
I medici legali e gli anatomo-patologi non sapevano che pesci pigliare. Le prime autopsie rilevavano cervelli devastati, come se qualcuno li avesse fatti esplodere con delle microcariche. Non trovarono agenti infettivi di alcun tipo. Quando alcuni colleghi finirono sul tavolo autoptico il panico si diffuse anche tra gli addetti ai lavori, e i pochi che tentavano di tranquillizzare gli animi erano ormai predicatori in un deserto affollato, pieno di invasati che correvano verso gli ospedali, i municipi, le scuole e le chiese, le più gettonate. Mai vista tanta gente in chiesa come in quei giorni. E chissà come, per una volta le preghiere sembravano funzionare, almeno all'inizio. In chiesa la gente moriva pochissimo, la percentuale sfiorava lo zero. Ma quando si diffuse la voce di questa cura miracolosa, ed anche chi si proclamava ateo iniziò ad accorrere, i morti aumentarono a dismisura, quasi a voler significare che soltanto i veri devoti (o i fedeli più creduloni) meritavano la salvezza.
Dopo molto tempo furono pubblicati i primi dati sull'epidemia: la malattia non era di natura infettiva, non essendo contagiosa, ma era trasversale. Sembrava esserci qualche minima differenza tra estrazioni sociali, ma per il resto il morbo non faceva distinzioni. Più avanti emersero gruppi che sembravano molto più colpiti, soprattutto nell'ambito del volontariato: parecchie associazioni furono letteralmente sterminate. Alcune professioni, dopo l'epidemia, si ritrovarono in mostruosa carenza d'organico: professori, magistrati, personale sanitario, operatori socio-assistenziali, per non parlare dell'ambito artistico. Una vera carneficina a cui nessuno riusciva a dare una spiegazione.
Ma passò. Dopo un mese la malattia sembrò indebolirsi, e dopo due mesi non si registravano più decessi. Il conteggio dei morti finale appurò che il panico provocato aveva poche giustificazioni razionali. Dopo la strage dei primi giorni l'epidemia aveva avuto una bassissima letalità, tanto che fu stabilito che la precedente influenza di stagione aveva provocato più morti. La notizia scivolò via dai tg e i talk show, che ripresero la loro attività senza alcun problema, con le stesse facce e gli stessi, inutili argomenti di prima. I quaranta parlamentari deceduti furono sostituiti in base alle graduatorie delle liste elettorali, e via, tutto come al solito. I cinema tornarono a riempirsi nei giorni di festa e tutti ripresero a ridere alle battute di sempre. Ben pochi continuarono a riflettere, a chiedersi: ma che è successo? Com'è possibile che nessuno se lo chieda più? E così via, una domanda dopo l'altra, interrogativi che si accumulavano, si caricavano come molle, senza la possibilità di una valvola di sfogo. Qualcuno provò a porle ad alta voce, e come risposta ricevette un'alzata di spalle: – Ma che ti frega, vivi tranquillo – Ma le domande sono come radici, ad alcuni basta un soffio di vento per strapparle via, ad altri nemmeno una tromba d'aria, e quando iniziano a crescere non le fermi più. Così il morbo uccise ancora, lavorando con pazienza giorno dopo giorno, livellando le punte, conducendo infine la popolazione ad una perfetta, inespugnabile mediocrità. E gli interrogativi sparirono, lasciando il posto all'unica, granitica certezza di un presente stagnante su cui galleggiare e un passato pieno di polvere. In quanto al futuro, bastava non pensarci.
Fino alla prossima epidemia.

mercoledì 2 marzo 2011

Andate a lavorare

Crisi, crisi, crisi. C'è la crisi, è una follia stare a casa il 17 marzo, tuonava il coro di angeli dalle alette verdi dirette dal ministro della Repubblica Calderoli. Sai che notizia: cosa aspettarsi da questi poltronati con il Sole delle Alpi all'occhiello, sempre abilissimi a stare in equilibrio tra il vuoto pneumatico della loro azione di governo e le sparate, programmatiche e propagandistiche, con cui tengono buoni i loro elettori? È dura la vita dei leghisti, in questo centocinquantenario, ma sono degli autentici funamboli, saltano da una dichiarazione all'altra (leggi: da una cazzata all'altra) con la grazia del democristiano più navigato, e non c'è niente di meglio di un sodalizio con Berlusconi per imparare a dribblare ogni contraddizione con una scrollata di spalle. Per questo voglio proprio vedere quale brillante argomentazione si inventeranno in Lombardia per giustificare la festa dello statuto regionale, indetta per il 29 maggio. Non è un do ut des degno delle migliori tradizioni clientelari, ma figuriamoci! E poi, cosa vuoi che sia un giorno di festa in più? Il tutto per la gioia dei loro elettori lombardi, perché è così che si fa, loro sì che ce l'hanno duro e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno. E anche se fosse non se ne accorgerebbero, poveri loro. Se hai il cervello in vacanza da quasi vent'anni, un giorno di vacanza in più non cambia proprio nulla.

martedì 1 marzo 2011

Non taccio più

La coda alle poste, al supermercato, in banca: sono molte le occasioni in cui si è a contatto con la gente, in cui si apprezza l'ipnosi in cui vivacchia il popolo. Li senti lamentarsi e ti mordi la lingua per evitare discussioni, perché è troppo difficile scalfire la corazza di qualunquismo e ignoranza di cui è rivestito l'italiano medio. Ma è arrivato il momento di smetterla, di vincere l'eventuale timidezza e ribattere. Ormai l'abbiamo capito, nessuna manifestazione di piazza cambierà lo stato delle cose, ma soltanto una presa di coscienza, e per tentare di conquistarla bisogna parlare, avere il coraggio di uscire dal guscio e a volte rischiare qualche insulto. È difficile, soprattutto per una persona timida come me, ma credo che in questo momento sia il dovere di ogni cittadino di buona volontà, perché se non proviamo a cambiare qualcosa adesso, qualcuno lo farà al posto nostro con mezzi molto meno gentili, e non credo resti molto tempo.
Per cui, quando qualcuno arriverà alla cassa del cinema e si lamenterà dell'aumento del biglietto, voi ditegli di chi è la colpa. Tentate di spiegargli. E chissà, qualcuno nella quantità magari si ricorderà delle vostre parole. È un gesto piccolo, piccolissimo, ma in questo paese anche le cose più semplici possono sembrare rivoluzionarie.