martedì 21 dicembre 2010

Rosi Mauro, detta Bazzi

Avvertenza: questo filmato non è una parodia.


I leghisti più ottusi, in un orrendo stridore di unghie sui vetri, potrebbero tentare di smarcarsi da questo delirio con una battuta: colpa di Roma Ladrona, che contagia anche il crociato più integerrimo. Ma non lo faranno, nessuno farà nulla. Con una scrollata di spalle avalleranno un gesto che in un paese normale segnerebbe la fine di ogni velleità politica del suo esecutore, i comici italiani avranno un nuovo personaggio, pronto e confezionato senza il minimo sforzo, e tra qualche tempo la psicopatica Rosi Mauro, detta Bazzi, tornerà nel buco nero in cui si abbuffa. E via con il prossimo giro di questa rivoltante giostra. Va tutto bene.
Ma quando altre auto verranno bruciate, e altre vetrine verranno sfondate, abbiate per una volta la decenza di non indignarvi. Per favore.

lunedì 20 dicembre 2010

Soffice come la neve, caldo come un abbraccio


Se cercate un disco adatto a queste giornate fredde e plumbee, in cui si sogna un camino acceso mentre fuori la neve imbianca tutto, non fatevi sfuggire Hymns di Kele Goodwin. La musica di questo cantautore originario dell'Alaska è una soffice coperta folk, in cui la chitarra arpeggiata disegna con pochi tratti paesaggi incontaminati e dolci come lo zucchero a velo, su cui la voce si posa lieve e gentile. Il richiamo a quel genio di Nick Drake è evidente, ma non c'è nulla di forzato o pretestuoso, perché il talento di Kele nel costruire melodie emozionanti è genuino. Ascoltare per credere:


Il disco non presenta cadute di tono né particolari sussulti: è una semplicissima manciata di belle canzoni, che si posano sulla mente come fiocchi di neve e scaldano il cuore come un abbraccio. Semplicemente perfetto.

martedì 14 dicembre 2010

Dei ex machina

Attorno al tavolo rotondo stavano molte sedie. Figure silenziose si avvicinarono ad una ad una e presero posto. Era una compagnia eterogenea: giovani e vecchi, cravatte e maglioni, agende e faldoni di carte, megafoni e macchine da scrivere. Ognuno sedette al proprio posto, con il proprio armamentario dinnanzi. Si guardarono negli occhi ad uno ad uno, lentamente, e all'unisono voltarono la testa verso un uomo anziano, con gli occhiali spessi, che in quel momento si stava accendendo la pipa. Alzò gli occhi e rise: "Devo proprio iniziare io?".
"Chi meglio di te, Sandro?". A rispondere fu un signore canuto, dalla voce e l'aria gentili.
"Va bene Enzo. Signori, siamo qui perché la situazione è grave". Mentre parlava sbuffi di fumo uscivano dagli angoli della bocca.
"Ma tu guarda", sghignazzò qualcuno. Era un uomo calvo dalla voce forte, che si agitava sulla sedia come se stesse sui tizzoni ardenti.
"Lo so Indro. Lo sappiamo tutti. Ma non spettava più a noi tentare di cambiare le cose. Noi ci abbiamo provato, ognuno a modo suo. Qualcuno non è stato ascoltato, qualcun altro non ha avuto il tempo di essere ascoltato, altri ancora hanno pagato più duramente il loro desiderio di cambiamento". Abbracciò con uno sguardo gli uomini e le donne che lo circondavano. Prese la parola un signore dai capelli scuri, gli occhi timidi puntati sulle mani che si contorcevano sul tavolo: "Ci ho provato, ci ho provato, accidenti a me, nessuno è stato a sentire".
"Non dannarti Enrico, lo sappiamo tutti. Qui tutti ci han provato".
"Abbiamo fallito!", gridò un giovane con il volto pieno di barba.
"No Peppino, non abbiamo fallito. Nessuno di noi ha fallito: né io, né tu, né Mino, né Giorgio, né Paolo. Finché qualcuno ricorderà e racconterà, nessuno fallirà. Ma oggi è un giorno difficile per tutti loro, forse il più difficile da quando esiste la Repubblica Italiana".
"Anche più della guerra?", disse un uomo dagli occhiali molto spessi, elegantissimo in un completo anni '50.
"Sì, anche più della guerra", rispose Sandro. "Ce l'hai insegnato tu, Piero, quanto sia importante il rispetto delle istituzioni e la cultura della Costituzione. Oggi tutto questo è in pericolo più che mai. Guarda il putridume in cui è precipitato il Parlamento, guardiamo tutti". Aveva le lacrime agli occhi. Enrico si mise le mani nei capelli.
"Ed è in pericolo", riprese Sandro, "perché la disperazione serpeggia tra i giusti. La rassegnazione sarà il nostro fallimento".
"E cosa possiamo fare, noi?", chiese un uomo con i baffi. Tra le mani rigirava un'agendina rossa.
"Oggi possiamo fare molto. Oggi possiamo dare ai giusti l'opportunità di ripartire da zero".
"E perché possiamo farlo? Perché proprio oggi?", incalzò l'uomo con l'agenda rossa.
"Perché oggi, Paolo, si sono barricati. Guarda: quello che una volta era il Parlamento oggi è diventato una fortezza inespugnabile. La paura che hanno riversato sugli italiani si è rivolta contro di loro. Oggi il Parlamento è, definitivamente, in un posto che non ha nome, ma che certamente non è l'Italia".
"Cosa proponi di fare?", chiese Enzo.
"Non è una mia decisione. Se siamo qui è perché sappiamo tutti quello che è giusto fare in questo momento". Da una tasca estrasse un telecomando tutto ammaccato, poi si rivolse all'uomo seduto a fianco di Paolo. "Sono passati diciotto anni da quando questo telecomando è stato usato la prima volta. Ricordi, Giovanni?".
Giovanni sorrise.
"È arrivato il momento di riutilizzarlo. Sarà terribile, ma sarà la cosa giusta da fare. La speranza a volte passa attraverso l'oscurità più totale".
Enzo si alzò: "Siamo sicuri che sia davvero la cosa giusta? La speranza deve davvero passare attraverso nuovo sangue?".
Sandro lo guardò: "Purtroppo sai già la risposta, caro Enzo. Tu ed io abbiamo già combattuto, e adesso quello che serve, ai disperati laggiù, è la speranza che combattere ancora serva a qualcosa".
Enzo si risedette. A fianco a lui un signore gli diede una pacca sulla spalla: "Fidati di un bischero come me, Enzo".
"Fidati di Mario, Enzo. Fidiamoci tutti. È la cosa giusta da fare", disse Sandro, e tutti annuirono. Si alzò, si avvicinò a Giovanni e gli porse il telecomando. "Giovanni", sussurrò Sandro.
Il giudice afferrò il telecomando e pronunciò la sua ultima sentenza. Non ci fu appello.

In ordine di apparizione:
Sandro Pertini
Enzo Biagi
Indro Montanelli
Enrico Berlinguer
Peppino Impastato
Mino Pecorelli
Giorgio Ambrosoli
Paolo Borsellino
Piero Calamandrei
Giovanni Falcone
Mario Monicelli

lunedì 13 dicembre 2010

Liberaci dal male (cioè da loro)

Rischio di essere ripetitivo, ma quando ho visto il titolo di questo articolo sul solito Pontifex le mani hanno iniziato a formicolare in maniera incontrollata.
Per chi non volesse incrementare il ranking del sito di quella cricca di pazzi indemoniati, lo riporto qui: "Donne violentate? Indurre in tentazione è peccato. Molte non lo ricordano. L'ateo vive una esistenza disperata e senza futuro, pregare per loro".
La libertà di parola è un bene assoluto, ma quando leggo frasi del genere, che esulano totalmente dalla ragione umana, si accende la briciola totalitaria che è in me. Sono un mostro per questo?

domenica 12 dicembre 2010

Obliterazione di coscienza

Lettera della signora Gaia Carata da Lecce, pubblicata oggi da Repubblica.

Caro Augias, giorni fa, dopo l'ecografia alla ventesima settimana, ci viene comunicato che il bambino, desiderato, è affetto da danni al sistema cerebro-spinale "incompatibili con la vita". Può immaginare lo shock e il dolore. Dopo due giornate angosciose - tutti che facevano le condoglianze mentre lui era ancora vivo dentro di me - vengo ricoverata per essere sottoposta a stimolazioni volte a favorire il travaglio ed il parto. Inizia il mio incubo e quello della mia famiglia. Nella struttura tutti gli operatori di ginecologia si dichiarano "obiettori di coscienza" tranne due medici e un'ostetrica. Se mancano loro, gli altri si astengono da qualsiasi azione. Rispetto le azioni altrui e sono fondamentalmente religiosa. Quindi capisco alcune delle motivazioni; non però che questa scelta sconfini nel negare ogni assistenza. Dalla data del ricovero, nessuno dei presunti "obiettori" mi ha rivolto la parola, se non per dirmi che non potevo fare la Comunione, che non avrei potuto battezzare il bambino perché frutto di un aborto (anche se vorrei capire che cosa c'entra il bambino nella mia decisione, peraltro indicata dai medici), che dovevo solo aspettare i medici non obiettori. Quando il travaglio è partito i medici non obiettori non c'erano. Quando la frequenza e intensità delle contrazioni è aumentata ho chiesto a mia madre di chiamare qualcuno. Si sono rifiutati finché mia madre non ha alzato la voce, minacciando denunce penali per mancata assistenza. Finalmente arriva un'ostetrica nella mia stanza, mi visita in malo modo e mi comunica, infastidita, che sono ancora a due centimetri di dilatazione. Dieci minuti dopo il mio Alessandro nasceva, nel letto della camera, davanti a mio marito, mia madre, i miei suoceri e la compagna di stanza sotto shock. Sono confusa e scioccata, piango, li sento parlare di formaldeide, di inceneritore, di scarti organici, e mi sento dire che mi stanno facendo un favore a ripulirmi, perché avrebbero dovuto attendere il medico non obiettore. Grido che sono anch'io un essere umano, che ho solo voluto salvare il mio bambino dalla sofferenza e che il loro mestiere dovrebbe essere di cura ed assistenza, non di giudizio e condanna. Dico anche che scriverò le pene che ho dovuto passare. Di colpo diventano gentili, finalmente mi mandano a casa. Chiedo: se l'obiezione di coscienza è una questione morale, non è immorale abbandonare una donna ad affrontare tutto da sola sopportando angherie e umiliazioni?

C'è da aggiungere qualcosa?

giovedì 9 dicembre 2010

Niente per cui uccidere o morire (o diventare sordi)

Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace

Questa poesia mi è venuta in mente leggendo la notizia di una ragazzina costretta dal padre ad indossare delle cuffie durante l'ora di musica perché sarebbe "roba da infedeli".
Una volta credevo che col tempo le mie idee sulla religione si sarebbero in qualche modo mitigate. Invece mi rendo conto che più passano gli anni più le mie convinzioni si radicalizzano. Questo episodio è la metafora perfetta di quello che la religione, in misura minore o maggiore, produce: cecità e sordità mentale, azzeramento della capacità critica. Potrete dirmi: ma quelli sono fanatici, estremisti, e ogni fanatismo è intollerabile. Invece è solamente questione di punti di vista, e molti fanatismi sono accettati solamente perché si è abituati fin dalla nascita a respirarli. Ad esempio, come valutare una donna che decide consapevolmente di portare un velo per tutta la vita? Questa scelta può essere vista come una forma di fanatismo, ma se aggiungiamo che la donna in questione è una suora l'opinione cambia radicalmente: no, non è fanatismo, è vocazione. Eppure io non vedo tanta differenza dalle donne che, convertitesi all'Islam, portano il velo e cambiano nome per una regola religiosa. Questione di punti di vista, nient'altro.
Il problema nasce quando il punto di vista diventa verità inconfutabile, e che cos'è la religione, se non una verità assoluta, immodificabile, dettata dall'alto da una volontà assolutamente umana, e che per questo non può fare altro che scontrarsi con altre verità assolute? I faraoni regnavano per volontà "divina": ditemi voi quale sia la differenza da un Papa o da un Dalai Lama.
So di urtare la sensibilità di molti, con queste parole. La fede è qualcosa di impossibile da spiegare a chi non la possiede. Ma proprio a chi crede io vorrei fare la domanda che mi fa impazzire più di tutte le altre: quando il vostro credo detta cose che voi reputate sbagliate (perché accade, non è vero?) che fate? Tirate dritto come se niente fosse ("vi tappate il naso", per dirla in politichese)? Aggiungete un "però" alla vostra fede? E se la lista di "però" si allunga di giorno in giorno, come fate a non dubitare? Come fate a non credere che tutta la costruzione in cui avete riposto la vostra fede sia un immenso "però" alimentato da qualcuno con interessi molto poco spirituali?
Ma forse è proprio la fede a sopprimere certe domande.

domenica 5 dicembre 2010

Rivoluzione

Viene da dire che Monicelli è morto in tempo, e viene da pensare che forse non è stata la malattia spingerlo sul balcone. Forse ad ucciderlo è stata quest'Italia. Forse nelle fibre del suo corpo, ancor prima della sua mente, sentiva il veleno che sta uccidendo questo paese. Viene da credere che le sue orecchie non riuscivano più ad ascoltare la poltiglia che ogni giorno tocca nuovi, ma non inaspettati, apici di grottesco. Lui, che con i suoi occhi ha sempre guardato oltre, forse aveva previsto l'ennesima, merdosissima vetta. Aveva sentito, prima di tutti gli altri, il pacato "me ne frego" di Verdini nei confronti del Capo dello Stato e il successivo tentativo di mediazione di Calderoli (e ripeto, Calderoli), e deve essersi detto: no, questo non potrei più sopportarlo. Non tocca più a me. Tocca a voi. Io ho provato ad indicare la via, sta a voi seguirla. E se non ne avete il coraggio, allora non vi meritate altro che un bel vaffanzum.

mercoledì 1 dicembre 2010

Non è cambiato niente

Non è uno scherzo: il 9 febbraio 2011, su proposta del sottosegretario alla salute Roccella, verrà celebrata la giornata degli stati vegetativi. A leggere questa notizia mi si è seccata la lingua e i solchi cerebrali si sono spianati, ma mi è tornata in mente una cosa che ho scritto all'epoca di Terri Schiavo. Rileggendola ho costatato con profonda desolazione che in cinque anni non è cambiato un cazzo di niente.
Dedicata a voi, strenui difensori della vita artificiale.


Guardatela: è forse vita questa? È forse vita un corpo nutrito meccanicamente da macchine di metallo, che si possono spegnere come frullatori? Osate chiamare respiro l’immissione e il riciclo forzato di ossigeno tramite una pompa? Chi ha il coraggio di dirlo?
Nessuno, immagino. Eppure siete così sfacciatamente, ipocritamente ostinati a difenderla, questa presunta “vita”. Siete così dannatamente decisi nel reclamare il diritto alla vita, nel chiudervi in una fortezza sigillata dal giusto dogma che la vita umana è sacra e inviolabile. Siete così quadrati in questo vostro tenace moralismo, complimenti.
Quanto siete abili nell’appellarvi a vostro piacimento alla scienza, intoccabile nella sua oggettività, per suffragare la vostra tesi. Proclamate ad alta voce la definizione di essere vivente secondo la fredda terminologia scientifica, e dichiarate che un embrione di 10 cellule è un essere umano a tutti gli effetti, scientificamente parlando.
Quanto avete ragione, e quanto siete paradossali! Proprio voi, che proclamate l’esistenza di un Dio indimostrabile vi abbarbicate ostinatamente su concetti per i quali l’unico dio a dominare è la Ragione umana. Proprio voi, che dovreste al contrario pensare che essere vivente ed essere umano non hanno la stessa definizione, che la vita umana non è assimilabile solo a processi chimici, per quanto complessi essi siano. La consapevolezza, i sentimenti, la coscienza sono forse per voi solamente effetti di impulsi elettrici trasmessi e ricevuti dal cervello? Evidentemente no, eppure è questa tesi che sostenete quando affermate che l’embrione di 10 cellule è una vita umana, o quando difendete strenuamente la vita di una persona attaccata a una macchina. Cos’è vita per voi?
Lei non è più qui, ormai, e così dovreste pensarla anche voi. Lei forse ci guarda da un fiore, un sasso, dagli occhi di un cane, o forse dal purgatorio, chi lo sa. Il suo corpo – il nostro corpo – è una macchina con dentro, oltre a una calibrata combinazione di elementi che reagiscono tra loro, qualcos’altro. Voi la chiamate anima, che un Dio ha infuso in ognuno. Ora il suo corpo è un involucro tenuto in “vita” da una pompa, e niente di più. Lei è altrove, e dovreste esserne contenti, perché di certo Dio, o la Natura, sarà più generosa con lei in futuro. Gli ultimi saranno i primi, giusto?
La donna è volata via, e voi vi ostinate a voler tenere in vita il suo corpo. Guardatevi intorno, vedrete milioni di corpi che respirano a fatica, da soli, in attesa di qualcosa da voi. La vostra stupenda missione è alleviare le sofferenze della vita umana, non prolungare quelle di un’anima appollaiata su un letto d’ospedale, dove giace il suo vecchio corpo animato come un burattino.


Un grazie a web runner, tra i primi a pubblicare la notizia.