giovedì 30 settembre 2010

Sorci verdi


Mi piacerebbe tanto sapere cosa pensa la Lega Nord della propaganda svizzera in cui i cittadini italiani che ogni giorno attraversano la frontiera per lavorare vengono paragonati a dei ratti, parassiti che rubano il lavoro agli svizzeri. Mi piacerebbe sapere quanti, tra questi pendolari, sono fedeli ad Alberto da Giussano e ai suoi sedicenti discendenti. Mi piacerebbe averne uno qui, davanti a me, per porgli la questione: hanno ragione o no?
Ma scherzi, noi dobbiamo lavorare!
Ma in fondo dicono le stesse cose della Lega. Tu voti Lega, vero?
Sì.
E quindi?
...
...
...
...
...
Click. Cortocircuito innescato. Sento i neuroni del malcapitato ratto leghista friggere, in cerca di una risposta che contempli un briciolo di logica. Ma è impossibile. Alla fine farfuglia qualcosa condito da un elegantissimo fora dai bal finale. Missione fallita.
Ma forse sulla quantità qualcuno rinsavisce...

mercoledì 29 settembre 2010

Se questa è l'Italia

Questa mattina sono andato ad assistere ad una seduta di laurea. Prima della proclamazione è intervenuta una ricercatrice dell'Università di Pavia con una lettera aperta a nome suo e di tutti i suoi colleghi. Una lettera grondante passione e preoccupazione, recitata da una voce che a stento ha trattenuto l'emozione. I ricercatori dell'Università di Pavia, dice la lettera, hanno deciso di non sospendere la didattica. In loro prevale il senso di responsabilità nei confronti degli studenti, anche se la loro mansione permetterebbe loro di fregarsene altamente. Ma loro guardano avanti, e quello che vedono è preoccupante. Vedono l'istruzione pubblica colare a picco, trascinando con sé tutto il resto. Alla fine del discorso tutta l'aula ha applaudito calorosamente. Una scenetta tanto bella ed edificante quanto lercia di ipocrisia, e in quel preciso istante ho pensato: questa è l'Italia. Tutti ad applaudire, tutti a fare sì con la testa di fronte ai principi sacrosanti, ma quanti poi portano quei principi a casa e li applicano nella vita di tutti giorni? Quanti voltano loro le spalle non appena si presenta l'occasione? E soprattutto, quanti di quell'aula danno la loro fiducia, e il loro voto, a chi di quei principi ha fatto carta straccia? Si spellano le mani a sentire parlare di merito, si riempiono la bocca di questa bellissima parola, ma non muovono un sopracciglio davanti ad un ministro che sputa nel piatto in cui mangia, davanti ad un Parlamento trasformatosi in una casa chiusa, piena di zoccole incravattate disposte a vendersi per una seggiolina, davanti ad un imprenditore settantaquattrenne che oggi in aula parla di "responsabilità", di "clima d'odio", di "imbarbarimento della politica", sapendo benissimo di esserne il principale artefice, consapevole che i ribelli rientreranno zitti e muti nei ranghi e tutto tornerà come prima. Non si scompongono minimamente di fronte a un signore indagato per camorra difeso non da un avvocato in sede di processo, ma coperto, protetto da un intero partito politico. Niente, non c'è la minima reazione, anzi. Alla fine è giusto farsi i fatti propri. Alla fine è giusto crearsi le proprie occasioni. È così che si fa strada, nella vita. E chi se ne frega di tutto il resto. Chi se ne frega se esistono posti in Italia in cui accade che un boss camorristico venga acclamato nel pieno di una festa popolare:



"È così che funziona, da quelle parti", dicono scuotendo la testa, prima di telefonare all'amico professore perché "mio figlio è tanto bravo e tanto studioso, ma in questo periodo è stato male, sai, e non ha potuto studiare tanto. Ti pregherei di tenerne conto".
Ma certo, carissimo. Sono a tua disposizione.

giovedì 23 settembre 2010

Sakineh: il remake ipocrita


Teresa Lewis è una donna di 41 anni con problemi mentali, condannata a morte 7 anni fa con l'accusa di aver imbastito l'omicidio del figliastro e del marito. Questa notte un'iniezione la ucciderà. A leggere la sua storia, c'è da chiedersi come gli Stati Uniti possano rappresentare il modello di civiltà a cui a quanto pare tutto il mondo occidentale e non solo aspira. Un modello fondato sul potere del denaro e un maschilismo ancora difficile da scalfire, in cui accade che se sei una donna minorata mentale e con scarse possibilità economiche finisci al rogo, mentre il vero carnefice, colui che ti ha abilmente usato, se la cava con un ergastolo. Ovviamente questa vicenda ha provocato un centesimo del polverone sollevato dalla storia della povera Sakineh, per la quale si sono mobilitati stati, politici, associazioni, celebrità assortite. Ma io mi chiedo: sono così diverse le sue storie? È così sbagliato affermare che la storia di Teresa è la versione ipocrita, più facile da indorare, della controparte iraniana? Facile, perché l'Iran è un paese teocratico, totalitario, impregnato di leggi e credenze che definire barbare è dire poco. È facilissimo mobilitarsi contro la lapidazione in un paese così cattivo, così distante geograficamente e culturalmente. Ma è interessante osservare quanto questo impegno, questa mobilitazione, si affievolisca quando questa distanza si riduce. È difficilissimo mobilitarsi contro le decisioni di un paese "civile". Ti prendono per estremista, sovversivo. Ma una società in cui una dura critica viene accolta come un estremismo, non è forse estremista a sua volta?

martedì 21 settembre 2010

La vita è bella


Dal punto di vista musicale gli anni '60 e '70 sono irripetibili. Nel giro di pochi anni è uscita una tale quantità di dischi fondamentali per ogni appassionato di musica da far girare la testa. Velvet Underground, Beatles, Rolling Stones, Beach Boys, Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis, le prime sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk, David Bowie, per non parlare di cantautori come Tim Buckley e Nick Drake, passati sotto silenzio per decenni prima di ispirare decine e decine di nuovi gruppi e cantautori. A questa verità però spesso si associa lo stereotipo secondo cui gli anni successivi sono totalmente da buttare via, o quasi. Ho creduto a questo dogma per molto tempo, ma frugando in rete mi sono reso conto dell'esistenza di una marea di gioielli passati inosservati che regge benissimo il confronto con l'ingombrante passato. Non sto parlando di avanguardia, dischi accessibili a pochi cultori per la loro difficoltà, ma di canzoni belle, anzi meravigliose, che per qualche strano motivo la grande distribuzione ha snobbato. Mtv ha fatto molti danni, da questo punto di vista. Con l'andare del tempo l'attenzione si è sbilanciata sempre più sull'immagine, relegando alla musica un ruolo marginale, quasi nullo, e se non ci si adegua a questo meccanismo le speranze di arrivare al grande pubblico si riducono al lumicino.
Probabilmente a Jeff Mangum, il leader dei Neutral Milk Hotel, il grande pubblico non interessava granché. Nel 1998, dopo l'uscita del loro ultimo disco, In the Aeroplane over the Sea, Jeff è sparito dalla circolazione, rifiutando persino la proposta dei R.e.m. di fare da supporter durante il loro tour. Ascoltando questo album, viene da chiedersi cosa avrebbe potuto fare ancora, perché In the Aeroplane over the Sea è un gioiello difficilmente ripetibile.
Si tratta di una sorta di concept-album ispirato alla vita di Anna Frank, il cui diario ha letteralmente folgorato Jeff. Chissà che roba angosciante è saltata fuori, penserete voi. Proprio per niente: Jeff ha costruito un disco disperato ma luminoso, pieno di amore per la vita. Questa strana contrapposizione emerge alla perfezione nella voce di Jeff, che sembra rivelare al mondo la sua voglia di vivere, ma che l'ineluttabilità del destino non può non increspare. È la voce, l'emozione che suscita, a dare l'andatura del disco. Folk psicologico, si potrebbe chiamare, ma dare etichette non ha nessun senso. Quando si hanno di fronte canzoni così belle, così perfette, niente ha senso. Prendete la title-track: quattro accordi semplicissimi su cui fluttua una melodia indimenticabile, una di quelle che potresti cantare per ore senza stancarti mai. Oppure Oh Comely, voce e chitarra che si trascinano per otto minuti alternando serenità e disperazione, la gioia con il dolore più straziante. Tutto questo in due scheletrici accordi.
A questo disco non si può rimanere indifferenti. È davvero troppa l'emozione che riesce a trasmettere. Ma se ad interessarvi è solamente la parte strettamente musicale, non rimarrete delusi: il talento di Jeff nel costruire melodie stupende e mai banali è fuori dal comune. In the Aeroplane over the Sea è un disco di bellissime canzoni. Ma non è solo questo a renderlo un piccolo capolavoro.
Quando siete depressi fate partire questo disco. Il suo inno a quel dono meraviglioso che è la vita non potrà che farvi bene.

mercoledì 15 settembre 2010

Eppur si muove


G. G. guarda le stelle da quando i suoi occhi possono vedere. Non può farne a meno. Fin dalle elementari ha le idee chiarissime riguardo al suo futuro, e dopo la maturità si iscrive al corso di laurea in astrofisica. Studente geniale, si laurea con il massimo dei voti, con una tesi sperimentale in cui elabora una rivoluzionaria teoria riguardante il moto dei pianeti. G. G. sembra destinato ad una carriera luminosa, ed invece la laurea segna l'inizio di una strada lunga, faticosa, piena di buchi e di persone stronze che gli fanno lo sgambetto. Grazie alla sua bravura riesce ad ottenere borse di dottorato che gli permettono di proseguire i suoi studi, ma a volte qualcuno riesce a scavalcarlo, qualcuno di certo meno bravo di lui, ma più accomodante nei confronti dei superiori. G. G. però è ostinato, e di anno in anno affina la sua straordinaria teoria, secondo cui è la Terra a muoversi attorno al Sole, e non viceversa. Passa le notti con gli occhi incollati al telescopio, mentre le mani con frenesia tracciano rette e circonferenze e le attorniano di calcoli incomprensibili. Durante il giorno supplisce all'assenza dei professori nelle aule universitarie. Gli studenti sono entusiasti, G. G. è spossato ma è felice, anche se i soldi in tasca non sono tanti, anche se il suo contratto di lavoro dura solo un anno. Tutto questo prosegue per decenni, fino a quando il filo su cui ha camminato sospeso per così tanto tempo si spezza. Il Ministro dice che bisogna tagliare, che non ci sono i soldi, e G. G. viene tagliato. Il suo contratto non verrà più rinnovato. I rettori si lamentano dei ricercatori fannulloni che rubano soldi allo Stato. È la goccia che fa traboccare il vaso: G. G. protesta assieme a tanti colleghi. Annuncia che se ne starà a casa, che non insegnerà più al posto dei prof assenti. Decide di far collassare la didattica universitaria. È l'unico modo per ridare dignità ai ricercatori come lui, trattati come schiavetti dai tiranni togati che fanno la bella faccia e si prendono tutti i meriti. G. G. sa che gli studenti capiranno, ma non è abbastanza cattivo da prevedere la mossa successiva. Il rettore dice: volete stare a casa? Benissimo, ne assumiamo altri. Tanto dietro a voi c'è la fila. G. G. cede di schianto. Ama l'Italia ma non ce la fa più, e dopo tanti anni decide di accettare una delle tante offerte di lavoro che gli arrivano dall'estero. Se ne va sbattendo la porta, portando con sé l'incredibile teoria che rivoluzionerà la conoscenza dell'uomo, che mai sarebbe venuta alla luce se fosse stato per il suo paese. Prima di andarsene fa in tempo a leggere le parole del Ministro dell'Istruzione, che dopo aver eliminato la geografia ritiene doveroso un ritorno della Bibbia a scuola. In Italia la Terra rimarrà piatta per sempre, pensa G. G. con amarezza. Prima di salire sull'aereo fissa le orbite occhialute del Ministro e dice: eppur si muove, cara mia. Nonostante tutto si muove, ed è qualcosa che voi non potrete mai fermare.

lunedì 13 settembre 2010

Cazzi tuoi



È bella questa pubblicità progresso. Realistica, soprattutto. Quelli della Mulino Bianco non avrebbero saputo fare di meglio. Forse è un po' fuorviante, ma chi se ne frega, l'importante è che sia bella. Che sia dolce. Con la musica giusta. Non possiamo mica violentare i delicati occhi dei telespettatori, ad esempio con qualcosa del genere:

Esterno, davanti all'ingresso di un cantiere.
"Da dove vieni?".
"Senegal".
"Sei un muratore?".
"Sì".
"Bene. Sali su quell'impalcatura e fatti dire cosa devi fare".
"Ma scusa signore...".
"Sì?".
"Non me lo date l'elmetto giallo?".
"Li vuoi questi 60 euro?".
"Sì".
"Allora sali su quell'impalcatura e non rompere il cazzo. E se non ti sta bene tornatene pure in Africa".


Non siamo mica fessi. Perché dobbiamo farci il sangue acido? Perché dobbiamo turbare la coscienza dei telespettatori? Ti fai male? È colpa tua. Fine del discorso. Sei in nero? Semplice, sono cazzi tuoi. E non lamentarti se ti cade un mattone in testa. D'altra parte, figuriamoci se esiste il lavoro nero in Italia! Chi l'ha visto mai?
Sì sì, è davvero perfetta questa pubblicità progresso.

sabato 11 settembre 2010

Terzo Reich in salsa padana

Il comune di Adro, in provincia di Brescia, è diventato famoso grazie alla mensa. Adesso una scuola, o meglio, un polo scolastico nuovo di zecca scongiura il rischio di far cadere nel dimenticatoio il fulgido esempio che questo comune mostra della politica leghista. Non servono le parole, bastano le immagini gentilmente fornite da un ragazzo di Adro, Enrico Capoferri. Io non volevo crederci, invece è tutto vero:



Spero di non essere l'unico a rabbrividire per tutto questo.
(P.s. Due post in poche ore forse sono troppi, ma una cosa del genere non può passare sotto silenzio. Una cosa del genere va divulgata il più possibile, va stampata nei volantini, va urlata per le strade, perché questi sono matti. Questi sono seriamente pericolosi.)

Attività di direttiva istruttoria complessa a supporto dell'assessore nelle materie delegate


Il decalogo del post perfetto dice che il titolo è fondamentale. Deve essere accattivante, richiamare l'attenzione, e allo stesso tempo anticipare il contenuto dell'articolo. Il titolo che ho scelto per questo post soddisfa solamente il secondo dei requisiti, perché è troppo lungo, ed è assolutamente incomprensibile. L'abbinamento con la foto del Cota qui presente, poi, potrebbe essere letale. Ma se state leggendo queste righe avete superato brillantemente la prova, per cui capirete il perché di questa scelta apparentemente suicida.
Il titolo che ho scelto sembra il frutto della cattiva digestione di un burocrate. Avete presente? Quella figura grigia e deprimente che da un paio di decenni gli sputazzanti amici di verde vestiti annunciano di voler eliminare (assieme a Rom e musulmani, ovviamente)? Bene, questa attività-di-nonsicapiscechecosa esiste e viene svolta nella segreteria dell'assessore regionale ai Trasporti della Regione Piemonte da Paola Ambrogio, moglie dell'assessore all'Ambiente. Sarà un caso, direte voi. Chi se ne frega se è la moglie di un assessore della medesima Regione. La signora Ambrogio sarà sicuramente molto competente nello svolgere attività di direttiva istruttoria complessa. E' proprio il suo mestiere! D'altra parte a quella semplice ci pensa l'assessore in persona. E' sicuramente un caso, figuriamoci se l'integerrima Lega Nord si mette a piazzare parenti e amici, perlopiù inventandosi incarichi di sana pianta come una Regione Sicilia qualsiasi, forte di una nutrita squadra di "addetti specializzati alla conta dei tombini". Ma figuriamoci se Michela Carossa è stata assunta presso la segreteria del Governatore solamente perché è figlia del capogruppo della Lega Mario! Figuriamoci se Rosanna Armosino lavora al gruppo del Pdl solamente perché sorella del presidente della Provincia di Asti Maria Teresa, deputata nazionale del Pdl! Sono tutte coincidenze, così come lo sono tutte le altre, un elenco lungo e tragicomico di figli, fratelli, sorelle, mariti e mogli che colonizza la Regione Piemonte. Leggendolo mi salta in mente un'immagine, nitida e macabra: una grande cappella da cimitero, con tante lastre di marmo messe in ordine in cima alle quali troneggia lui, il capofamiglia Cota. Che ne dite? Sono dei furbastri, succhiano sangue prezioso allo statalismo che fanno finta di ripudiare, proprio come i morti viventi dei film di Romero. Perché questo sono, dei morti viventi, e puzzano da vomitare. E chissà se anche i loro ingenui elettori iniziano a sentirne il tanfo.

mercoledì 8 settembre 2010

Un piccolo passo verso la guerra civile

La tristezza è tanta, la voglia di parlarne sta a zero. Ma credo sia giusto farlo, credo sia giusto rimarcare certi confini. Forse è troppo tardi, ma nel mio piccolo ci provo lo stesso, e mi piacerebbe che facessero in tanti questo piccolo esercizio. Perché voglio credere che siano in tanti ad essere disgustati da quello che sta succedendo in questi giorni. Leggendo le notizie battute dai siti web (inutile parlare dei tg), provo una sensazione quasi inebriante, come se stessi fissando l'acqua che vortica dopo aver tirato lo sciacquone del cesso, una sensazione di discesa vorticosa ed inarrestabile. E non sto parlando dell'ennesimo editoriale di Minzolini, dei dieci milioni di persone che Bossi vuole a tutti costi portare in piazza. Non sto nemmeno parlando dell'ennesima cazzata targata Pd sulla possibile alleanza con Fini e l'Udc. Assolutamente no. Parlo di quella che una volta si chiamava Festa dell'Unità. Parlo dei fischi che oggi si sono trasformati in fumogeni. Parlo della Festa Democratica che sta disgraziatamente rimarcando, da una parte, l'assoluta incapacità del Pd di essere partito d'opposizione, e dall'altra la pericolosissima piega che sta prendendo quella che fino ad ora è stata la vera opposizione a questo mefitico governo, ma che forse si sta trasformando in qualcos'altro, qualcosa che non mi piace per niente. Perché è evidente che c'è qualcosa che non va, se uno ritiene che fare contestazione portandosi i fumogeni da casa sia indice di una democrazia matura e consapevole, se ritiene che in questo modo si faccia politica. E non venitemi a dire che hanno fatto bene. Non hanno fatto bene, per niente. No, no e poi no. Sono dei deficienti. Se con Schifani il confine tra la lecita contestazione e la prepotenza era sfumato, qui non c'è nessuna ambiguità. Se con Schifani iniziavo a sentire una certa puzza (perché un conto è contestare, un conto è impedire ad una persona di parlare, anche se ti sta sul culo all'ennesima potenza, anche se non è rispettabile, anche se ricopre un ruolo che in nessuna democrazia seria potrebbe ricoprire), in questo caso il tanfo è insopportabile. Odore di disastro imminente.
Probabilmente la penso allo stesso modo di quei "contestatori". Penso che Schifani sia una persona viscida, ambigua, totalmente asservita al suo padrone e invischiata in faccende inquietanti. Penso che il Pd abbia fatto un'idiozia enorme ad invitarlo, e che se proprio ci teneva doveva quantomeno rivolgergli delle domande stringenti, domande da vera opposizione. Ma il Pd ha dimostrato ancora una volta la sua assoluta inconsistenza. Allo stesso modo mi sta sulle scatole Bonanni, non sopporto il suo continuo cerchiobottismo troppo spesso inclinato verso Confindustria ed il governo. Ma possono parlare. Anzi, devono parlare, devono dire qualcosa. Noi dobbiamo costringerli a dire qualcosa. Ma con i fischi? Con i fumogeni?
Quelli sono ultras. Quelli vogliono fare casino. Punto. Qualcuno dirà che è un deficiente in mezzo a tante persone civili, ma già mi immagino il "lanciatore" elevato ad eroe nazionale per aver zittito quello schifoso doppiogiochista di Bonanni. Per aver fatto tacere quel mafioso di Schifani. Mi spiace, ma questi sono metodi fascisti, sono metodi mafiosi. Non vi fa incazzare sentire i picchiatori berlusconiani zittire l'interlocutore? Non vi fa incazzare essere malmenati senza motivo dai celerini? E soprattutto, non vi fa orrore assistere all'ennesima morte dell'ennesima persona troppo onesta? A cosa serve uccidere un uomo, in fondo, se non a farlo stare zitto? Quello è il loro metodo. Se diventa anche il nostro, dove andiamo a finire? Se l'indignazione viaggia a senso unico, se il fine ultimo di sconfiggere l'egemonia culturale e politica berlusco-leghista giustifica tutti i mezzi, i passi per arrivare ad una guerra civile diminuiscono notevolmente.
Sto esagerando? Forse sì. Spero di sì. Ma come diceva Flaiano, gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura, e lo sono perché tendono a percorrere sempre la via più semplice, senza preoccuparsi delle conseguenze, a partire dalle piccole cose, a partire da un fumogeno lanciato per zittire un politico antipatico.

P.s. Se vi va leggetevi anche anche questo. Io lo trovo cristallino ed esemplare.

lunedì 6 settembre 2010

Malate mentali?


"Ti trascinerò in bagno, sulle tue ginocchia, a fissare nel vuoto della tazza del cesso. Le tue dita ti si cacceranno in gola e, non senza un bel po' di sofferenza, la tua festa di cibo risalirà. Questo deve essere ripetuto, fino a quando non sputerai sangue e acqua e ti renderai conto che è tutto andato. Quando ti rialzerai, avrai una sensazione di vertigine. Non svenire. Alzati immediatamente. Tu vacca grassa questo dolore lo meriti!".
A parlare è Ana, affettuoso diminutivo di anoressia. La citazione è tratta da una lettera che circola in rete da parecchio tempo, ma che io ho scoperto solamente qualche giorno fa. A prima vista potrebbe sembrare il parto di un'aspirante scrittrice dalla fantasia particolarmente macabra, in realtà è molto peggio. Questa lettera può essere considerata come una sorta di manifesto programmatico delle cosiddette "pro-ana", ragazze che venerano l'anoressia come una dea e la inseguono con determinazione e - a quanto pare - un certo grado di consapevolezza. Leggere i post di uno dei loro blogs, che a decine si annidano della rete, è un viaggio allucinante, difficilmente descrivibile, a partire dal sottotitolo che invariabilmente accoglie il visitatore: "Questo è un blog dichiaratamente Pro-Ana. Se non condividete questa filosofia siete gentilmente pregati di abbandonare immediatamente il blog". A seguire il racconto scarno e sgrammaticato dell'autodistruzione: le giornate si riducono a vuoti intervalli tra pasti vomitati o saltati, a sedute liturgiche sulla bilancia, al calcolo infinitesimale delle calorie assimilate. Tutto sembrerebbe rientrare alla perfezione nel classico quadro dell'anoressia nervosa, considerata ormai da decenni una patologia psichiatrica a tutti gli effetti. Anche i paranoici riferimenti alla crudeltà dei medici e delle persone che vogliono solo fare loro del male coincidono con i freddi criteri diagnostici dell'anoressia. Quello che mi turba profondamente, quello che mi destabilizza, non è solamente la lucidità con cui queste ragazze parlano del loro cammino verso la "perfezione", ma il fascino perverso che esercitano su ragazze "sane" che chiedono consigli non su come dimagrire, ma su come diventare "ana". Queste nuove adepte vengono accolte a braccia aperte, e non manca un certo grado di autocompiacimento da parte delle autrici, ben contente di fare proseliti. A questo punto la mia mente va in cortocircuito: è più malata un'anoressica o una ragazza che vuole diventare anoressica? Ripeto: non vuole dimagrire, vuole diventare anoressica. È come affermare, parlando di droga, di voler diventare un tossicodipendente. Faccio fatica a comprendere: cosa spinge una ragazza a voler diventare anoressica? L'insoddisfazione per il proprio corpo o piuttosto il desiderio di entrare a far parte di una sorta di club esclusivo, assoggettato ad un'unica, rigidissima regola? Il desiderio di essere accettata non dal mondo, ma da questa esigua, seppur sempre troppo ampia, minoranza? Perché l'anoressia è l'aberrazione di un modello fisico, non è un modello in se stessa. Cos'è successo, se una ragazza può arrivare ad assumere come modello l'anoressia?
Forse sono domande ingenue, o prive di senso, ma non posso fare a meno di pormele, e non riesco a trovare nemmeno una risposta.

venerdì 3 settembre 2010

Un, due, tre... Mariastella!

La parola "merito" è bellissima. Riempie la bocca, è semplice da dire e conferisce a chi la pronuncia un'aura di autorevolezza. È una parola-faro capace di abbagliare gli ascoltatori, e nel contempo tenere ben celate le eventuali mancanze o contraddizioni dell'oratore. Probabilmente fanno discorsi del genere nella cosiddetta "scuola di formazione politica" berlusconiana, e questi discorsi devono aver impressionato tantissimo la nostra valentissima Ministra dell'Istruzione. Forse però ha saltato le lezioni successive, in cui si diceva di non esagerare, altrimenti si corre il rischio paradossale di svelare in un sol colpo le proprie manchevolezze riguardo alla materia in discussione. La parola "merito", in verità, è sempre stata un filino ridicola in bocca ad una mediocre laureata in giurisprudenza che si è fatta mille chilometri di strada per superare più agevolmente l'esame di stato. Talvolta è utile la fannullonaggine terrona. Fatto sta che la Mariastella è riuscita a ficcare la parola "merito" anche nella conferenza stampa di ieri, in cui si parlava di precariato. Perché è la prima cosa che salta in mente, no? Migliaia di docenti precari - parecchi da decenni - rischiano il posto, alcuni di loro iniziano uno sciopero della fame, e tu che fai? Parli di "merito", ovviamente, e ovviamente parli della "crisi", altra parola magica che appare e scompare a piacimento. Ma d'altra parte che può fare, la Mariastella? È solamente uno dei robottini programmati a ripetere sempre le stesse cose a qualsiasi domanda. Non c'è nulla di scandaloso in questo atteggiamento. Non c'è nulla di nuovo. Chi ha detto, tempo fa, che il figlio dell'operaio e dell'imprenditore non possono avere le stesse opportunità? Chi, nel silenzio quasi generalizzato, sta continuando a foraggiare le scuole "paritarie"? Purtroppo è molto banale quello che sta accadendo oggi. C'è solo da rabbrividire e non smettere di urlare, perché un paese in cui gli insegnanti vengono licenziati, in cui si coltiva l'ignoranza della plebe con metodo, è un paese destinato ad un triste destino. L'ennesimo.

giovedì 2 settembre 2010

Musica bella e musica brutta


Qualcuno dice che è troppo lungo. Qualcun altro dice che non è al livello dei precedenti. Altri ancora dicono che è deludente su tutta la linea. The Suburbs, il nuovo disco degli Arcade Fire, ha scatenato i giudizi impietosi della rete, magicamente comparsi il giorno stesso della sua uscita. Il tempo di un unico, rapido ascolto e già le dita si affannano sulla tastiera. La critica musicale a volte sa essere molto divertente: prontissima ad incensare dischi ai limiti dell'ascoltabile, che richiedono molti ascolti prima di essere apprezzati, è altrettanto rapida nel demolire dischi un pizzico più commerciali (anzi, mainstream, che fa molto più radical-chic) del dovuto. Naturalmente ringrazio chi ne sa di musica più di me, e che mi ha fatto scoprire moltissime perle sconosciute ai più, ma ho l'impressione che troppo spesso i critici partano per la tangente, dimenticandosi a volte l'essenza fondamentale della musica: puro piacere per le orecchie, per la mente e per l'anima.
La musica degli Arcade Fire racchiude questo concetto alla perfezione, e The Suburbs non fa eccezione. Sedici tracce per un'ora di musica sono troppe? Forse sì, ma questi signori si divertono talmente tanto a suonare assieme che hanno voluto regalare agli ascoltatrori la quantità, oltre che alla qualità. Che è alta, altissima, non fatevi ingannare dalle recensioni che trovate in rete. Ovviamente era impossibile ripetere due dischi irripetibili come Funeral e Neon Bible, ma qui troviamo molta carne al fuoco, ed ogni boccone ha un sapore diverso. Non mancano le parti insipide: Modern Man, al di là dell'andamento dispari, è noiosetta, Wasted Hours e Deep Blue sono quantomai soporifere, ma nulla è indigeribile, e questo disco è bello nella sua interezza. In un certo senso, le parti più spente fanno risaltare ancora di più i tanti gioiellini di cui è disseminato il disco, a partire dalla malinconica title-track. Vogliamo parlare poi della scheggia impazzita intitolata Empty Room, con un impasto vocale che sembra arrivare dritto dritto da un disco dei My Bloody Valentine? E il valzer per chitarra, archi e percussioni della prima Half Light è forse roba che lascia indifferente? E come non battere il piede in Ready to Start, come non rimanere coinvolti dal crescendo di We Used to Wait? Per non parlare di quello che è, a mio parere, l'autentico gioiello del disco, una perla inaspettata intitolata Suburban War, un arpeggio degno di Simon & Garfunkel che affoga in un finale da togliere il fiato. Insomma, avercene di dischi così, e di gruppi come gli Arcade Fire, gente che sa cantare e suonare e che offre il proprio talento con un gusto e una fantasia strepitosi. Questa è bella musica, al di là dei gusti e delle recensioni, ed è musica che può piacere davvero a tutti.



Spero che questo disco aiuti gli Arcade Fire ad emergere dall'anonimato in Italia, perché se lo meritano. Loro fanno bella musica, una boccata d'ossigeno nel mare di merda che le radio ci fanno ingoiare, a partire da quel raccapricciante intruglio che è Sono già solo dei Modà, strafavorita a vincere il premio come canzone più brutta del 2010, ma puntualmente riproposta una decina di volte al giorno. Roba da conati di vomito. Ecco, io spero che The Suburbs apra finalmente una breccia nelle orecchie degli ascoltatori. Perché la musica bella non necessariamente è difficile, e la musica bella non è necessariamente quella che ascoltano tutti, anzi.