sabato 24 luglio 2010

Il capolavoro di Mister Autodistruzione


Il sonno della ragione genera mostri, ma non sempre portano danno. A volte i mostri generati sono abbaglianti come pietre preziose, capaci di illuminare una nuova strada da percorrere. È il caso di The Downward Spiral, il capolavoro assoluto dei Nine Inch Nails, uno dei dischi più importanti degli anni '90, assieme a Nevermind e OK Computer, ed è un disco da maneggiare con molta cura. Trent Reznor, il deus ex machina che si nasconde dietro ai Nine Inch Nails, ha riversato nei solchi di questo album i suoi fantasmi più oscuri, senza filtri né censure. La spirale discendente di cui parla il titolo è il vortice verso cui il protagonista viene risucchiato lungo le tracce, un vortice intriso di rabbia, follia e perversione, il cui epilogo non può che essere l'annullamento. Possono sembrare i deliri di un artista pazzo, ma in realtà parlano dell'essere umano, del devastante vuoto di valori con cui gli anni '90 hanno dovuto fare i conti, lo stesso vuoto che ha partorito Nevermind. Rabbia, violenza, perversione, smarrimento di sé: Trent Reznor, alias Mr. Self Destruct, descrive la sua deriva, ma è la deriva di una generazione intera.
Un contenuto così turpe è difficile, se non impossibile, da maneggiare. Eppure Trent Reznor ce la fa, perché Trent Reznor è un genio. In lui convivono l'artista maledetto ed il cantautore, capace di plasmare la materia più difficile con sensibilità ed inventiva.
Per cui come suona questo disco? La musica industrial, di cui The Downward Spiral è il massimo esempio, è un cocktail malato di hardcore, elettronica e metal. Ritmiche ossessive si mescolano ad effetti vocali disturbanti e venefici riff di sintetizzatore. Un suono molto adatto alla tematica. Le tracce si susseguono come una raffica di pugni, a partire dall'iniziale Mr. Self Destruct,  passando per la blasfemia di Heresy e la schizofrenia tradotta in musica di The Becoming. Il primo ascolto può essere davvero ripugnante, siete avvisati. Ma la statura dell'artista si rivela già al primo impatto nell'abilità con cui vengono plasmati i suoni più disparati e contraddittori (l'utilizzo "ritmico" delle grida in The Becoming è qualcosa di sconvolgente) per costruire non semplici frammenti musicali, ma vere e proprie, spesso grandi, canzoni. La vera forza di questo disco però si schiude ascolto dopo ascolto, quando dal terrificante impasto sonoro emerge il cuore profondamente cantautorale delle tracce, un cuore malato e devastato, ma terribilmente umano. Non a caso la traccia più sconvolgente è la conclusiva Hurt, una straziante ballata acustica appena sporcata dall'elettronica, ripresa poi in maniera eccelsa da Johnny Cash, in cui la rabbia lascia il posto ad un'infinita tristezza e desolazione. In funzione di questo pezzo tutto il disco assume un senso diverso, una forza purificatrice. Reznor ha dichiarato più volte che l'aver dipinto in musica i suoi fantasmi gli ha permesso di sconfiggerli. C'è da credergli, e c'è da ringraziarlo, perché nel farlo ha regalato all'umanità una pietra miliare della musica contemporanea, una devastante opera morale il cui fascino oscuro non farà che aumentare nel corso degli anni.

sabato 17 luglio 2010

Sento puzza di morto

A volte qualche bicchiere in più serve (l'importante è che guidi qualcun altro). Le idee e le parole brillano come fari nella nebbia. Forse non cambieranno il mondo, ma escono fuori con più facilità, senza pudori né paure. Per questo sono qui, alle due di notte, a pigiare con furia la tastiera. Forse è soltanto uno sfogo fine a se stesso, questo, senza pretese né cose nuove da raccontare. Perché tutto è già stato raccontato. Tutto è sotto gli occhi di tutti. L'importante è tenerli aperti e  ben fissi sul soggetto. L'importante è non guardare da un'altra parte. L'importante è non continuare a far finta di niente, a prendere tutto con una scrollata di spalle. Non è più possibile. Non lo è da molto tempo, ormai, ma da una settimana a questa parte è ancora meno possibile.
L'Italia è una signora ben vestita, ma agonizzante. Si regge su un passato glorioso, anzi gloriosissimo. Il 60% dell'arte mondiale è italiana. Ma l'Italia sta morendo. Per colpa di chi? Indovinate un po'.
Ecco, il solito antiberlusconiano del cazzo. Eccolo, il solito comunista che riversa tutto il suo odio sul povero Silvio. Va bene, e se anche fosse? E se anche odiassi con tutto il cuore il responsabile dell'odierna devastazione, dello sdoganamento di ogni comportamento finalizzato unicamente al profitto personale? E se anche provassi l'insano desiderio di mandare affanculo tutti quelli che oggi si svegliano, che sembrano dire: "Ma tu guarda, che bello schifo", mentre fino a ieri ciarlavano riguardo alla "gogna mediatica" e al "giustizialismo"? Avrei torto, forse? Io non mi reputo più intelligente di chicchessia, per cui mi chiedo: come fare a non vedere, fino ad ora? Dov'erano, fino a ieri, i Verdini, i Carboni, i Cosentino, i Dell'Utri? Dove cazzo erano? Li vedevo solo io? Li vedevano i soliti comunisti? Ecco, io mi infurio per questo. L'Italia è da sempre il paese dei ripensamenti, del "forse ci siamo sbagliati". Dopo neanche sessant'anni ci siamo ricascati come polli. Uno in gamba, Benito, uno che ci sa fare. Però, mi piace il Berlusca, altro che quei democristiani corrotti del cazzo. È uno che si è fatto da solo. In quanto ad errori di valutazione non ci batte nessuno. E ci ricascheremo, questo è sicuro. Prima o poi ricascheremo.
Ma io adesso sento puzza di morto come mai prima d'ora. Basterebbe una spintarella per farlo cascare giù. Che so, una bella mozione di sfiducia. Ma se non è ora, sarà domani. Ha le ore contate. Dopodiché potremo riprendere un po' di fiato, forse.
Fino al prossimo salvatore.

giovedì 15 luglio 2010

Sanità à la carte

Qualche tempo fa ad un mio prozio sono state riscontrate, durante una visita in ospedale, delle cisti pancreatiche. Nulla di grave, ma i medici si sono raccomandati di tenerle sotto controllo, per verificarne la stabilità. Ad una visita più recente si è riscontrato un ingrossamento delle cisti, e per evitare problemi ne è stata consigliata la rimozione chirurgica. Come spesso accade, però, mio zio ha deciso di rivolgersi ad uno specialista della materia per avere una conferma, ovviamente in forma privata. Si reca quindi presso una grande clinica privata di Milano, sede di un'importante università, fondata da un sacerdote molto amico del premier (credo che gli indizi siano sufficienti), per farsi visitare da un luminare della chirurgia epato-pancreatica. La visita dura più o meno un quarto d'ora.
Costo della visita: 250 €.
Ai quali vanno aggiunti altri 250 € per la consultazione degli esami precedenti.
Io, nella mia ingenuità di studente di medicina la cui testa viene costantemente riempita di bellissime parole sulla natura quasi missionaria della professione medica, credevo che la consultazione degli esami precedenti fosse un momento fondamentale ed imprescindibile dell'approccio al paziente. Così ci han detto. Non credevo che tale importantissimo momento potesse essere venduto come un optional. Ma lo ripeto, io sono un ingenuo, e questa è la sanità verso cui stiamo andando. Una sanità alla carta, in cui si entra in clinica e si sceglie da un listino prezzi, come al ristorante. Colonscopia a 300 €. Valutazione del peso corporeo: 50 € (con un piccolo sovrapprezzo di 10 € verrà calcolato anche l'indice di massa corporea). TC encefalo per verificare la presenza di metastasi da adenocarcinoma polmonare: 200 €.
Soddisfatti o rimborsati, naturalmente.

martedì 13 luglio 2010

Reperibilità e disponibilità

Dovrebbero dirlo, alle matricole che si apprestano ad intraprendere una gloriosa carriera universitaria. Sarebbe cosa buona e giusta, tanto per non prendere per il culo nessuno. In università non si deve parlare di diritti e di doveri. Gli uni e gli altri sono aleatori, totalmente affidati al caso. In università è tutta questione di reperibilità e disponibilità. Vale a dire che nell'università le regole sono due, e due soltanto: lo studente deve essere reperibile, per cui deve essere pronto e scattante, disposto a muoversi come un burattino ad uno schiocco di dita del professore. Il quale a sua volta non opera nel rispetto delle regole fissate e dei doveri per cui percepisce uno stipendio tutt'altro che modesto, ma di tanto in tanto si rende disponibile, con somma gentilezza, nei confronti dello studente. Per cui il professore è disponibile ad aggiungere un appello alla tal sessione, purché ci sia un buon numero di studenti sicuri al 100% di sostenere l'esame. Poco importa se il regolamento e i diritti dello studente garantiscono un numero minimo di appelli per sessione d'esame. Se il professore non è disponibile ti puoi attaccare, mentre se deciderà di esserlo gli dovrai eterna riconoscenza. Al contrario lo studente non ha potere decisionale, non ha diritto di replica. Deve eseguire gli ordini, deve essere un perfetto sicario ammazza-esami. Accade dunque che un professore decida di posticipare senza alcun preavviso un esame perché c'è il consiglio di facoltà (la cui data è stata sicuramente stabilita il giorno prima, se non il giorno stesso), e che si incazzi se qualcuno tenta di protestare. Lo studente non deve protestare, lo studente è reperibile. Però il professore è buono, è magnanimo, è disponibile, e mette a disposizione un'oretta qui e una là per interrogare chi avesse urgenza. Fantastico, ma io non sono bravo ad inventare balle, al contrario di qualcun altro, e d'altra parte penso che altri abbiano davvero necessità di essere interrogati subito. Io non ho problemi ad aspettare. Io sono reperibile. E sono sempre più schifato.

domenica 11 luglio 2010

Velleità letterarie

Un po' di tempo fa ho scritto un racconto dal titolo Faber50. Sarei molto curioso di sapere cosa ne pensate...

Il pusher si chiamava Morgan, lo aveva scoperto la sera prima in rete. Il suo fornitore di fiducia aveva trafficato troppo, era dentro ormai da una settimana. Il blitz era davvero ben riuscito, dieci in una botta. Quella mattina di novembre aveva il colore e il sapore del catrame, e di catrame era il suo umore. Era imballato nel suo X5 a benzina poco distante da un semaforo, ed era successo qualcosa di grave proprio al centro dell’incrocio. L’ambulanza sostava ormai da venti minuti appena oltre il semaforo.
Qualcuno sta male, aveva pensato, forse peggio di me. Il mostro ruggiva docile sotto di lui, mentre più indietro qualche clacson credeva di risolvere quel rompicapo stradale. Oppure era consapevole di aggiungere altro caos al caos? I pensieri dell’ometto sull’X5 andavano ormai a briglia sciolta, scomponendosi e ricompattandosi in fantasiosi arabeschi intellettuali, quando il giornale radio aveva riportato la notizia del blitz avvenuto nella notte. La zona era familiare. I pensieri erano precipitati assieme al suo umore già poco felice. Magari è scappato, aveva pensato. Comunque per un po’ non si farà vedere in giro, aveva immediatamente ribattuto. Mentre nella X5 l’ometto parlava da solo sudando come un maratoneta, l’ambulanza era ripartita. Davanti a sé aveva strada libera, ora, e i clacson erano tutti dedicati a lui, ora. Aveva interrotto il personalissimo dibattito ed era ripartito con furia.
Quando era rientrato, quella sera, aveva trovato un biglietto della moglie incollato al frigorifero, che aveva gettato senza degnare di uno sguardo. Nessuna traccia del figlio, ovviamente. Perfetto. Aveva acceso il pc e aveva trovato la solita chat in fibrillazione. Tutti sapevano del blitz. Lui, nickname Faber50, aveva subito chiesto del suo amico Orwell, ma intuendo in fondo la risposta. “È dentro anke lui”. Era Brown_Sugar70, asciutto come sempre. C’era da fidarsi, in quel club fatto di bit chi provava a fare il furbo si tagliava fuori da solo. Tra quei nicknames senza volto si instauravano rapporti di fiducia profonda, erano portati a una naturale condivisione, come naufraghi sulla stessa isola dimenticata.
Avevano deciso che si sarebbero ritrovati sei giorni dopo. Nessuno avrebbe dovuto tentare di connettersi prima, era troppo rischioso. Uno a uno i partecipanti erano usciti, erano tornati alle loro misteriose mansioni. Parecchie volte Faber50 si era chiesto quale fosse la vera vita dei suoi compari, cosa ci fosse dietro a quegli alias che mascheravano la vergogna. Capiva che era una domanda dalle risposte infinite.
Già, chissà gli altri cosa pensavano di lui, Faber50. Non sapevano di sua moglie, di suo figlio e della sua invidiabile esistenza. Non sapevano del suo ambulatorio, sempre affollato di pazienti vecchi e giovani in attesa di una ricetta, di conforto o di nuove pasticche da sperimentare, nella convinzione di essere eternamente malati. Anche loro dipendevano da qualcosa, qualsiasi cosa fosse. Lui era forse peggiore di loro? Mentre spegneva il pc con le mani tremanti si era chiesto questo ed altro, e non aveva idea di come avrebbe potuto tirare avanti quella settimana. Era andato a letto con un unico pensiero in testa.
Aveva passato quei sei giorni in preda a una frenesia quasi sovrannaturale. In casa si era visto ben poco, un paio di volte aveva sfiorato la moglie che tentava di comunicargli qualche sciocchezza casalinga, e martedì sera aveva incrociato il figlio, comparso a casa sua all’improvviso, come sempre. Per qualche strano motivo il loro rapporto era divenuto gelido, ormai da un anno, e nessuno dei due sembrava intenzionato a rompere il muro di freddo che li separava. Luca aveva un buon lavoro, e questo bastava. Faber50 si domandava a volte cosa fosse successo. Credeva che suo figlio sospettasse qualcosa.
In ambulatorio le cose erano andate bene, per una volta la sala d’attesa sovraffollata e le lunghe tirate ben oltre l’orario di visita stampato sulla porta l’avevano rallegrato. Una sera, dopo aver smaltito la lunga coda di malati o presunti tali, aveva chiuso la porta a chiave ed era scoppiato in lacrime. Aveva preso a insultarsi, se avesse potuto si sarebbe preso a botte fino ad uccidersi. La crisi di coscienza era durata circa venti minuti, dopodiché aveva pensato: mancano solo due giorni. Quella sera si era coricato sul suo letto ed era piombato in un sonno di sasso. La donna accanto a lui dormiva, distante mille miglia da suo marito.
I due giorni erano passati, e la sera in chat aveva scoperto il nome del suo nuovo amico. Brown_Sugar70 lo conosceva, bazzicava in una zona poco frequentata dal loro gruppo, ma dopo il blitz aveva deciso di ampliare la clientela. “Vende roba buona. È in giro da poco ma si è fatto già un buon nome. Si chiama Morgan”.
Il sole ancora dormiva e gli alberi galleggiavano nella bruma, mentre lui aspettava in macchina. Mancavano pochi minuti alle sei, l’ora convenuta. L’X5 era spento e i vetri si stavano lentamente spalmando di vapore acqueo e del fumo delle sigarette che macinava una dietro l’altra come grissini prima del pranzo. Nonostante il freddo stava sudando copiosamente. Stare a secco quella settimana l’aveva sbattuto ben bene. Ripensò al biglietto che aveva lasciato sul cuscino per sua moglie, in cui spiegava che aveva un appuntamento imprevisto con un paziente, e gli scappò una risata: era tutto vero, tranne che per un piccolo particolare. Era lui il paziente.
Diede un colpo di straccio al vetro. Non si vedeva nulla, fuori, nemmeno l’ombra di un movimento. Gli alberi sembravano morti. Non era mai stato in quel parco prima, Brown_Sugar70 gli aveva spiegato accuratamente come arrivarci. Era un posto davvero molto adatto per la compravendita: fuori città, lontano dalle strade maggiori, poche case all’intorno. Poteva succedere di tutto in quel parco. Nella sua mente si accese l’immagine di un uomo legato a un albero, e una bustina abbandonata a mezzo metro dai suoi piedi. L’immagine prese vita, e vide l’uomo scalciare, grugnire, masticare le corde per liberarsi, ma era tutto inutile. Le corde erano robuste e l’uomo era debole e gracile.
Sei messo male, cazzo, cazzo! Si chinò sul volante e azionò il clacson con una testata. Il suono annegò nella nebbia, ma su Faber50 ebbe l’effetto di una secchiata d’acqua gelida. L’orologio sul cruscotto segnava le 6 in punto.
Alzò la testa e scorse un movimento tra gli alberi. Inizialmente era poco più di un’increspatura nella nebbia, ma dopo pochi secondi si delineò una sagoma umana che avanzava verso l’automobile. Doveva essere distante un centinaio di metri circa dall’automobile, quando si fermò accanto a un albero. Faber50 scese dal suo bestione, e il freddo lo colpì allo stomaco come un pugno. L’aria gelida gli strisciava in gola lentamente e dolorosamente. Cadde in ginocchio davanti a un albero, le mani strette al collo. Credette di essere morto.
Ma era solo un colpo di freddo e dopo qualche minuto l’aria riprese a viaggiare tranquilla, mentre il suo corpo provvedeva a fatica ad adattarsi alla temperatura. Si rialzò e prese a camminare verso Morgan. Man mano che procedeva, la sua figura si delineava sempre più: alto, snello, scorgeva la sfumatura bluastra dei suoi vestiti. Jeans, pensò.
Camminava forse da un minuto, quando vide Morgan muoversi. Credette che il suo nuovo amico stesse avanzando verso di lui, ma gli bastò qualche istante per capire che il pusher si era voltato e se ne stava andando, a passo spedito. Stava scappando con il suo borotalco preferito.
Non si preoccupò minimamente del perché di quel gesto. Pensò a cosa fare: inseguirlo in auto era impossibile, gli alberi erano troppo fitti. Senza ulteriori riflessioni, con lo scatto più bruciante della sua mezza età, si lanciò al suo inseguimento. Per qualche minuto tenne un ritmo forsennato, grazie alla scarica di adrenalina incazzata che l’astinenza gli aveva procurato. Nel frattempo insultava con grande fantasia il suo nuovo grande amico – ex grande amico – e chiedendosi quale parte del suo miserevole corpo avrebbe colpito per prima dopo essersi procurato la sua gustosissima neve. Scorgeva davanti a lui la macchia blu sempre più indistinta, e si diceva che ormai mancava poco. Dopo cento metri l’adrenalina si dissolse, e di colpo si liberarono tutti i mali che affliggevano Faber50. Si fermò con un grido, non aveva una minima parte del corpo che non gemesse di dolore. Cadde in avanti, e con l’ultimo riflesso che gli rimaneva evitò di finire con la faccia immersa nella terra umida. Stette per uno o due secondi così, il fermo immagine di un atleta al culmine di un piegamento, prima di lasciarsi andare e giacere immobile per molto tempo.
Quel giorno non si presentò in ambulatorio. La moglie lo vide arrivare molto tardi, quella sera, sudicio e immerso in una nube vagamente alcolica. Non credeva ai propri occhi. Tentò di scoprire cosa fosse successo, ma suo marito sembrava aver perso definitivamente la capacità di comunicare. Faber50, alias Fabio Morganti, le disse che era stata una giornataccia e che aveva bisogno di un bel sonno. “Tutto qui?”, chiese la moglie. Fabio si voltò verso di lei, sembrava stupito della domanda. “Tutto qui. Che altro deve esserci? Vado a dormire, buonanotte”. Avanzando a zig-zag, tra invisibili paletti, entrò in camera da letto e chiuse la porta.
La moglie Rita si rifugiò a piangere in cucina, dove la tv stava trasmettendo l’edizione notturna del telegiornale. Era china sul tavolo ormai fradicio di lacrime, quando colse la notizia di un nuovo arresto nell’ambito della lotta alle droghe. Questa volta si trattava di Luca Morganti, conosciuto nell’ambiente come Morgan. Era stato arrestato quel pomeriggio. Il giornalista raccontava che i carabinieri lo avevano trovato in stato confusionale, sicuramente ubriaco, nei pressi di un parco in periferia. Rita alzò la testa di scatto, e vide suo figlio entrare in un’auto dei carabinieri in manette. Aveva un’espressione indecifrabile, non sembrava affatto un pusher in manette. Pareva anzi contento, per qualche motivo misterioso. Rita urlò. Fabio inizialmente fece di tutto per ovattare quel suono orribile, ma dopo pochi minuti si alzò con una sonora imprecazione. Barcollando andò in cucina e biascicò: “Che diavolo succede?”.
“Hanno arrestato tuo figlio. Aveva un bel lavoro, sai, si faceva chiamare Morgan. Faceva il droghiere, pensa te, il droghiere!”.
Fabio si sedette a terra, il volto più bianco della luna, il sangue congelato nel cuore ammutolito. Si prese il volto tra le mani e iniziò a parlare. Raccontò a sua moglie la vita di Faber50, e di come Morgan sarebbe dovuto diventare il suo nuovo migliore amico. Rita ora non piangeva più. Tutti i pensieri erano scappati, rimaneva un cervello vuoto, racchiuso nel bel corpo di una donna di quarant’anni.
Fabio disse: “Credo di dovermene andare, e credo che passerò a trovare Luca”. Non so come, ma dobbiamo dirci due parole, concluse senza parlare.
Guardò sua moglie con l’espressione di un vagabondo, prima di farsi una piccola valigia, prima di andarsene.
Rita rimase immobile per un po’. Pensò che Luca era stato un fesso, a mettere un pezzo del suo cognome nel nick. Riprese a piangere, mentre lentamente si alzava e si chiedeva dove fossero le chiavi della sua X3. Pensò anche che quella macchina era troppo grande per lei, gliel’aveva presa quel fissato di suo marito. I parcheggi erano un problema enorme, con quell’astronave. Magari la cambio, pensò. Entrò in carcere con quello stupido pensiero che galleggiava nella sua mente, ma mentre urlava e piangeva davanti a suo figlio un’ondata lo affondò in un colpo solo. Chissà da dove veniva, quell’ondata misteriosa.

venerdì 9 luglio 2010

Ssssssssh!

Centro Italia. Interno.
Driiiiiiin!
"...mmmmmm, pronto?".
"Signore?".
"Sì".
"Signore, stava dormendo?".
"No, stavo... Sì, stavo dormendo. E comunque che ti frega?".
"Giusto, mi scusi. La sa la grande notizia?".
"Quale grande notizia?".
"Oggi non parla nessuno. Anzi, parliamo solo noi".
"Ah, è oggi? Eh eh eh, finalmente l'hanno capito, che non batte chiodo".
"I giornali non escono, i siti non vengono aggiornati. Dobbiamo approfittarne".
"Approfittarne? Cosa possiamo fare di diverso dal solito?".
"Effettivamente..."
"E comunque un po' sono incazzato che non escano quei giornali. Proprio ieri ho finito la carta igienica".
"Ma signore!".
"Eh, suvvia, ognuno ha i suoi piccoli piaceri... D'altra parte, Umberto...".
"Certo signore, ha perfettamente ragione. Ma quindi oggi che ha intenzione di fare?".
"Be', una bella doccia fredda non mi farebbe male, con questo caldo...".
"Certamente".
"Boh, magari potrei far approvare la legge finanziaria. Chiudo Giulio e Gianfranco da qualche parte, così non rompono le palle...".
"E approva la finanziaria, certamente".
"...dopo averla riveduta un pochetto. Potrebbero mancare ancora un paio di cose che potrebbero essere utili".
"Ha già inserito un provvedimento per la Mondadori, ricorda?".
"Sì sì... Vediamo, che altro potrei fare?... Senti, ci penso e poi ti richiamo, ok?".
"Perfetto, signore".
"Chiamo Angelino e poi ti faccio sapere".
"Benissimo, signore".
"Ah, per oggi non vorrei ricevere nessun messaggio, nessuna telefonata, nessun avviso di garanzia. Per me oggi è un giorno di vacanza. Siamo intesi?".
"Intesi, signore".
"Oggi non voglio baccano. Voglio godermi fino in fondo questa giornata".
"Molto comprensibile, signore. Nessuno la disturberà".
"Lo spero bene. E già che ci siamo, per colazione vorrei caffè, croissant e succo d'arancia".
(La voce parla lontano dal microfono: "Ti piace il succo d'arancia?". Un'altra voce lontana risponde: "Sì, mi piace tantissimo".)
"Per due".
"Arriveranno in pochi minuti, signore".
"Benissimo. A dopo".
Clic.

mercoledì 7 luglio 2010

Un uomo di Stato ai tempi di Berlusconi


''Ho il più profondo rispetto per i terremotati de L'Aquila. Per i veri terremotati, non per coloro che si sono intrufolati nel corteo e hanno attaccato la polizia''.

Franco Frattini, 7 luglio 2010

(Grazie ad Alessandro Tauro per la segnalazione)

martedì 6 luglio 2010

Frati, baroni, servi della gleba

Ma quanto è ganzo Luigi Frati, il rettore della Sapienza di Roma? Di certo è uno che sa il fatto suo, senza peli sulla lingua, senza alcun timore di rilasciare dichiarazioni che possano essere impopolari. Ci vuole fegato, dall'alto del suo potere, a sparare ad alzo zero sui ricercatori. È come sparare sulla Croce Rossa. Ma d'altra parte a chi sparare? Su chi riversare la responsabilità ultima dell'inesorabile declino dell'università italiana? Sulla categoria universitaria più sfigata e bistrattata, ovviamente. Ma non c'è nulla da stupirsi, da uno come Frati. Basta dare un occhio alla sua biografia per capire il personaggio. È preside della facoltà di Medicina da un bel Ventennio tondo tondo, ventennio durante il quale si è impegnato moltissimo a sistemare moglie, figlia e figlio su cattedre intagliate accuratamente su misura, e durante il quale ha moltiplicato corsi e materie al fine esclusivo di sistemare i suoi favoriti. Il suo amore per l'università pubblica è talmente viscerale da spingerlo ad utilizzare, nel 2004, l'Aula Magna del suo istituto per il ricevimento di nozze della figlia, una festa grandiosa da 200 invitati. Questo è il pulpito da cui arriva il terribile anatema. Nulla di cui stupirsi, quindi. Uno dei tanti, tantissimi baroni di cui è infestata l'università italiana. Riconoscerli è facilissimo, anche per un esterno. I curricula sono tutti uguali: dopo l'età, che si attesta quasi sempre attorno ai 60-70 anni, se non oltre, troviamo una sfilza di "Professore emerito di", "Professore ordinario di", "Presidente di", "Direttore generale di", "Membro onorario di", eccetera eccetera. Accanto ai molti titoli onorifici, segno di una carriera lunga ed illuminata, abbondano denominazioni molto più prosaiche, ad evidenziare l'occupazione tentacolare di tutti i centri di potere. Uno pensa: ma come fa questo a stare dietro a tutto? È semplice: non ci riesce, e non si fa il minimo scrupolo a trascurare i suoi compiti principali, come le lezioni universitarie, o la supervisione attenta e costante del proprio reparto. Basta mandare un sostituto, oppure uno specializzando ad annunciare che "il professore è spiacente, ma non può tenere la lezione". Basta passare ogni tanto lungo i corridoi del reparto e fare la voce grossa di quello che ha tutto sotto controllo, soprattutto se c'è qualche VIP davanti a cui fare bella figura. È così che funziona, esattamente come nel Medioevo. C'è il re e ci sono i baroni, impegnati a servire e riverire il loro Dio personale, pur di mantenere i loro personali privilegi, i loro spazi privati. E scendendo lungo la piramide, giungendone ai piedi, troviamo gli ultimi, i servi della gleba, quelli che alla fine prendono le frustate se non portano il dovuto dazio al padrone. Indovinate chi sono.

sabato 3 luglio 2010

Due minuti e diciassette



Ok, non è la prima volta che accade, ma non riesco a rassegnarmi. Non ce la faccio più, ma non ce la faccio a gettare la spugna. La speranza che qualcuno si risvegli è sempre più flebile, ma sopravvive. La speranza è testarda. Forse durante il frammento di regime andato in onda ieri sera - un frammento lungo DUE MINUTI E DICIASSETTE, l'equivalente di un'era geologica per un telegiornale - qualcuno, anche solamente uno dei tanti, avrà finalmente avuto la rivelazione, l'epifania, per dirla alla James Joyce. "Mio Dio, ma questo è fuori!", o qualcosa del genere, dopo quel ghe pensi mi finale che suona tanto ridicolo e tanto terrorizzante. "Mio Dio, ma chi si crede di essere?", dopo DUE MINUTI E DICIASSETTE densi di retorica berlusconiana esausta come olio fritto. Il regime ormai è un dato di fatto, non è più il momento di augurarsi che non sia troppo tardi per tornare indietro. Il regime c'è e vive, si alimenta e si distrugge da solo, tra ministri inutili ma legittimamente impediti, comizi improvvisati di consiglieri strafatti di coca, padani convertiti sulla via di Arcore, quelli che d'altra parte "al premier qualcosa si deve", nel trionfo della politica concepita come puro mercimonio, un enorme puttanaio in cui si dà e si prende, ma mai si paga. Qualcuno avrà visto la novità di questo regime, il cui segreto non sta nelle folle fasulle, montate e ritoccate alla perfezione dal Minzolini di turno, ma nella folla muta che sta dall'altra parte della barricata, una folla che ha disimparato a fare e farsi domande. "Ma come cazzo ho fatto ad andare dietro a questo?". Chissà, forse questo pensiero è davvero passato come un fulmine nella testa di qualcuno, durante quei DUE MINUTI E DICIASSETTE viscidi di cerone. Lo avrà visto colare lungo le guance, avrà visto cadere i suoi capelli posticci, avrà visto disfarsi tutta la grande menzogna che ormai sovrasta l'essere umano, una menzogna che invade il paese come una nube tossica, e che sopravviverà al suo creatore molto, ma molto a lungo. L'avrà vista e si sarà chiesto: "Ma come ho fatto a non capire prima?".
Il regime c'è e si vede. Non fa nulla per nascondersi. Non ci siamo vicini, ci siamo dentro. Ma io sono ottimista. Forse qualcuno si è davvero svegliato, durante quei DUE MINUTI E DICIASSETTE.

giovedì 1 luglio 2010

La pacchia è finita


Il miracolo è compiuto. Da oggi l'Aquila torna ad essere una città normale. Il centro è finalmente sgombro dalle macerie, chiese e palazzi storici sono tornati al loro antico splendore, le case distrutte o dichiarate inagibili sono sistemate. L'Aquila torna a popolarsi, i cittadini tornano e riaprono i negozi, i ragazzi riprendono possesso dell'Università e della Casa dello Studente, rimessa in sesto a tempo di record. Il commercio riprende a camminare, le tendopoli e i container vengono sbaraccati, gli alberghi possono iniziare la stagione estiva. I turisti accorrono a visitare la città ricostruita a puntino, fotografano i luoghi della tragedia che grazie al Caro Premier e a San Guido sono diventati i luoghi della rinascita. È tutto bellissimo, va tutto alla grande, è tempo che l'Aquila riprenda a marciare con le proprie gambe. La Divina Provvidenza di Silvio tanto ha fatto, e di più non si può pretendere. È tempo che l'Aquila inizi a pagare il proprio debito di riconoscenza. Non bastano più i voti, ora serve qualcosa di più.
D'altra parte, pagare le tasse è un dovere fondamentale di ogni cittadino italiano. Non sei d'accordo, Silvio?

Il baldo Giovine


La foto è quella che è, ma non si trova di meglio. Questo signore si chiama Michele Giovine, ed è il leader - sembra una barzelletta - del Partito dei Pensionati piemontese. La sua carriera politica è una fotografia deprimente dello stato comatoso in cui versano le istituzioni italiane: il baldo Giovine salta come un grillo da un comune all'altro, racimola cariche e gettoni di presenza con un fiuto degno di un cane da tartufi. È uno che va per la sua strada, il Giovine, senza preoccuparsi di quisquilie burocratiche quali l'autenticità delle firme. Questo amore per la trasgressione l'ha fatto finire sotto inchiesta nel 2005, all'epoca della sua militanza nel gruppo Codacons - Consumatori per Ghigo, quando emerse che l'86% delle firme da lui presentate era falso. Un'inezia ormai caduta in prescrizione, per la quale il Giovine non ha mai pagato la dovuta contravvenzione.
Ma nel 2010 il nostro eroe si supera, presentando, per la sua lista Pensionati, 18 firme false su 19. Per questo piccolo aggiustamento, senz'altro effettuato per meglio evidenziare la "volontà del popolo", Giovine rischia una condanna e l'annullamento delle elezioni regionali. Sarà il Tar a decidere il da farsi, il prossimo 15 luglio. Il centrodestra naturalmente non sta a guardare: promette battaglia contro il "golpe giudiziario" e chiama il tanto amato popolo a sfilare in fiaccolata. A detta degli organizzatori, lunedì sera a Torino hanno sfilato seimila persone, tra cui il nostro Giovine, un po' in disparte. Dicono che abbia portato con sé una cinquantina di persone, ma che nel dubbio gli organizzatori non le abbiano contate. Chissà a che pensava, il nostro Giovine, durante la sfilata. Forse al casino che ha combinato? O forse ha pensato: "È la volta buona che faccio carriera"? Chissà...