mercoledì 24 febbraio 2010

Trent'anni e non sentirli


Sono passati 33 anni dall'uscita di Low, uno dei capolavori di David Bowie e, più in generale, di tutta la musica rock. E' un disco che ho scoperto di recente, facendosi spazio giorno dopo giorno, fino ad insediarsi in pianta stabile nella mia playlist. Se bazzicate in rete troverete centinaia di recensioni che parlano in maniera dettagliata di Low, sviscerandolo traccia per traccia. Io non ho intenzione di fare niente di tutto ciò, sarebbe un esercizio inutile e presuntuoso. Il fatto è che, ad un certo punto dell'ascolto, mi è venuta una voglia irrefrenabile di manifestare lo stupore, sempre uguale e sempre diverso, che mi coglie, nello scoprire per l'ennesima volta come i veri capolavori siano una conquista, molto spesso non immediata, ma che una volta raggiunta può regalare soddisfazioni ed emozioni incomparabili.
Low, ad un ascolto distratto, può sembrare niente di più che un buon disco di musica pop. Melodie accattivanti, ben cantato, ben suonato, ma niente di trascendentale, anzi. Le tracce sono in genere molto brevi, raramente superano i tre minuti. Sembrano quasi degli abbozzi di canzoni, degli embrioni in attesa di essere sviluppati appieno. La seconda parte del disco, poi, appare molto simile a tanta musica ambient odierna.
La chiave è tutta qui. Low potrebbe benissimo essere uscito ieri, e nessuno si stupirebbe. Posso solo immaginare lo stupore di chi, nel 1977, ascoltò quel suono spaziale di sintetizzatore che apre Speed of Life, la prima traccia, mescolarsi con il sax e le chitarre elettriche, dopo aver posato sul piatto il disco, il tutto accompagnato da una batteria dal suono inaudito, vivo e allo stesso tempo robotico, caldo e freddo assieme. Questo inedito mix di passato e futuro si ripropone lungo tutto il disco, sia nelle canzoni tradizionali, sia negli esperimenti strumentali della seconda parte. Se a questo aggiungiamo l'innata capacità di Bowie di costruire melodie indimenticabili e le sue immense doti vocali, il capolavoro è servito. E come ogni capolavoro, si svela poco a poco, ogni ascolto è un'esperienza familiare e diversa allo stesso tempo. E se oggi è un disco ancora capace di suscitare stupore ed ammirazione, all'epoca fu una rivoluzione. Probabilmente senza questo disco, e senza l'altro capolavoro Heroes, gran parte di tutta la musica successiva sarebbe stata diversa. I Joy Division nacquero scegliendo come primo nome Warsaw, ispirandosi alla meravigliosa Warszawa, e pure il loro suono si ispira fortemente a questo disco. Tutto il synth-pop, a partire dai Depeche Mode, non sarebbe mai esistito. L'elettronica che ha permesso ai Radiohead di costruire Kid A, senza Low, sarebbe stata sicuramente molto diversa. Eccetera eccetera eccetera.
David Bowie ha scritto canzoni indimenticabili anche successivamente a questo disco, ma credo che Low sia il suo apice, un'opera irripetibile che il tempo non potrà mai intaccare, e che non smetterà di stupire nuove generazioni di ascoltatori. Che grande magia.

domenica 21 febbraio 2010

Il declino di Annozero

Federico d'Orazio è un ragazzo aquilano, che nel suo blog descrive quotidianamente la vera faccia della "ricostruzione", dietro al pannello di cartone innalzato da questo governo a puro scopo pubblicitario. Federico faceva parte del pubblico, nell'ultima puntata di Annozero, dedicata interamente a Bertolaso e alla Protezione Civile. Pensava che avrebbe assistito ad una puntata forte, in cui sarebbero emerse le menzogne governative e il vergognoso sciacallaggio messo in atto da imprenditori e politici. D'altra parte, era stato proprio Annozero, pochi giorni dopo il terremoto, a dare fuoco alle polveri, con una puntata in cui si parlava delle infinite irregolarità strutturali degli edifici e delle speculazioni che ne sarebbero derivate. Vauro aveva concluso il programma con una vignetta, amarissima e contestatissima, che gli era costata l'epurazione, seppure momentanea. Avevo apprezzato molto quella puntata, dura e coraggiosa, che non guardava in faccia a nessuno e centrava in pieno il cuore del problema, come d'altra parte mi aspettavo da Annozero, programma che raramente mi aveva deluso, fino a quel momento.
Negli ultimi tempi, però, il programma di Santoro sta perdendo colpi. La puntata di giovedì è stata inutile, così come inutile è stato l'editoriale di Travaglio. Mi costa molto scrivere queste cose, ma mi sento in dovere di farlo, ed a maggior ragione dopo aver letto il post che Federico, dal suo blog, ha indirizzato a Santoro dopo la puntata. E' una lettera amarissima, scritta da un ragazzo che ha vissuto sulla sua pelle la tragedia, e soffre nel vedere che anche il giornalismo libero, quale si proclama essere quello di Santoro, trascura i fatti più rilevanti e sconcertanti, per lasciare posto ai dettagli più pruriginosi. Questa lettera - di cui invito assolutamente la lettura e la divulgazione - conferma quello che già pensavo dell'andazzo che Annozero ha preso, forse a partire dalla famosissima puntata costruita attorno alla superospite Patrizia d'Addario. Ho assistito a discussioni sempre più sterili con personaggi di dubbio gusto (uno tra tutti, l'on. avv. Ghedini), che invece di essere frenate sembrano essere incoraggiate dall'arbitro Santoro, al solo scopo di sottolineare la differenza tra i buoni e i cattivi. Le inchieste sono sempre più smilze, rosicchiate per lasciare spazio al "dibattito", come in un Porta a Porta qualsiasi. Ho guardato con un certo sconcerto le vituperate "docu-fiction", spettacolarizzazioni che a mio parere hanno poco a che fare con il giornalismo d'inchiesta. Infine, ho letto e ascoltato un Travaglio sempre più attore e sempre meno giornalista, più interessato a strappare una risata, che a mettere assieme fatti e documenti come ha sempre fatto. Ho notato questa degenerazione soprattutto negli editoriali del Fatto, a cui sono abbonato, e il confronto degli ultimi scritti con quelli di qualche tempo fa è disarmante.
Forse queste sono solamente impressioni personali, ma la lettera di Federico mi ha fatto capire che non è così, e posso solo immaginare la rabbia e la tristezza di Federico e degli aquilani, nel vedere il loro costante impegno per la verità relegato a striminzito articolo di fondo, tra uno sgradevole litigio tra Porro e Travaglio, ed una lunga dissertazione sulle massaggiatrici private di Bertolaso. Spero con tutto il cuore che Santoro e Travaglio riflettano seriamente sulla piega presa dal programma, perché non possiamo permetterci di perdere uno dei pochi spazi televisivi d'informazione libera, solamente perché ci si è dimenticati che è la forza dei fatti, e solo quella, a fare realmente paura. Il resto è fumo negli occhi.

Disintossicazione

Fine, fine, fine. Mai come quest'anno Sanremo ha tracciato un quadro precisissimo della società italiana. Basta fare un paio di sostituzioni e tutto coincide alla perfezione: mettete la magistratura al posto dell'orchestra in rivolta, ed il populismo di Berlusconi al posto del Triumvirato Sanremese, ed il gioco è fatto. E' lui il vincitore morale: sbattuto fuori dalla cattivissima orchestra, è rientrato e salito fin quasi al gradino più alto a furor di Popolo, irrimediabilmente tele-dipendente e tele-guidato. La vittoria dell'ennesimo prodotto griffato Amici (che sa cantare, indubbiamente, ma in gara con una canzone che sapeva di stantio già ai tempi di Claudio Villa) probabilmente è un elemento casuale, determinato da una manciata davvero esigua di voti. Un po' come la vittoria di Prodi nel 2006.
Ma basta parlare di questa baracconata, che per una settimana e più immobilizza qualsiasi cosa in Italia. Finalmente ora si tornerà a parlare della crisi economica che sembra tutt'altro che finita, della situazione disastrosa della scuola pubblica, della corruzione, che permette la costruzione di interi paesi sul fango. Finalmente si tornerà a parlare dei problemi reali del Paese.
Ok, sto sognando ad occhi aperti. Adesso, però, occorre una massiccia cura disintossicante. Apriamo le finestre, e scacciamo la troppa aria cattiva (musicalmente parlando, ma non solo), che questo Festival ci ha fatto respirare, volenti o nolenti. E come non partire dai Sigur Ros, autori inconsapevoli dello stacchetto che ha sostituito il vecchio "taratta-ta-ta-tara"? La canzone qui sotto ha un titolo impronunciabile, ma è un un sogno, una meraviglia, e il video... be', il video è poesia pura.
Giudicate voi. Guardate e ascoltate. Oppure ascoltate e basta, ad occhi chiusi. Respirate musica vera, poi andate a riascoltarvi la Triade o Scanu, se ne avete il coraggio.

venerdì 19 febbraio 2010

Basta un poco di zucchero

Avete presente quando si intasa la fossa biologica del bagno? Il fetore che risale lungo lo scarico fino alle nostre narici, a segnalarci che forse qualcosa, là sotto, si è inceppato? Che se non facciamo qualcosa al più presto, saremo piacevolmente invasi dalla merda? Quando entri in bagno è uno shock, il tanfo ti colpisce come un pugno sullo stomaco, ma passa qualche minuto e si affievolisce, fino a sparire del tutto. Così ti siedi sulla tazza, con grande soddisfazione. Quando esci quella puzza iniziale è un ricordo ormai lontano, come un sogno che evapora pochi minuti dopo il risveglio. Te ne ricorderai solo alla prossima incursione in bagno, quando la puzza sarà ancora più forte, e il tuo naso impiegherà un po' più tempo, ad adattarsi. Forse, allora, avviserai i prossimi avventori: "C'è un po' di puzza in bagno, ma dopo un po' passa".
Giorno dopo giorno, la puzza è sempre più persistente, e qualcuno, finalmente, deciderà di intervenire, pulendo la fossa e sturando quel tubo che impediva a tutto lo schifo di andarsene. Soltanto allora ci si accorgerà, con sollievo, di quanta puzza ci fosse prima, e parrà incredibile che nessuno abbia fatto niente, fino a quel momento.
Ma io mi chiedo quanta puzza potranno sopportare ancora gli italiani, quante cucchiaiate di merda riusciranno ad ingurgitare, se in una sola giornata sono riusciti a sciropparsi, senza il minimo conato, l'ennesima comparsata del vice-Bonaiuti, stipendiato da noi, e la riammissione in gara, a furor di Popolo, di questo Triumvirato Sanremese, che ora rischia di arrivare alla vittoria, con un'imbarazzante poltiglia pseudo-patriottica, un insulto alla musica adatto perlopiù all'apertura dei congressi Udc. Due eventi lontani eppure vicini, uniti da un filo sottilissimo che lega, come in un cortocircuito, le menti dei cittadini italiani, intasate da una melma appiccicosa e tossica. Una melma capace di stordire, di ottenebrare i sensi. In questo modo la puzza - che pure è forte, fortissima - sparice, e basta davvero un poco di zucchero, agli italiani, per ingoiarsi qualsiasi cosa.
Qualcuno con la forza di sputare via il cucchiaio, però, c'è ancora. E non si stancherà mai.

mercoledì 17 febbraio 2010

La doppia morale (reprise)

Esorciccio, sul suo blog, ha pubblicato questo video:



Nessuna imprecazione, nessun impeto di rabbia. Massimo pronuncia parole ragionate.
Questa è la vera bestemmia, per me.

martedì 16 febbraio 2010

I mariuoli isolati, capitolo due

Vercelli: il presidente della Provincia Masoero viene arrestato mentre incassa denaro da un imprenditore, in cambio di una via preferenziale per un appalto pubblico. Lo stava ricevendo nel suo ufficio.
Milano: cambiano gli attori, ma la trama è la stessa. Viene arrestato il consigliere comunale Pennisi. Lui nega tutto, ma il giorno dopo l'arresto, le forze dell'ordine trovano 4500 € nel bagno della libreria Hoepli, in cui era avvenuta la transazione. Erano nascosti nel calorifero.
Nel frattempo, centimetro dopo centimetro, si sta scoperchiando il calderone puzzolente in cui crogiolavano e ingrassavano, accompagnati da amici e parenti, imprenditori e politici, alle spalle di disgrazie altrui e di eventi ampiamente previsti, spacciati per "emergenze". In questo calderone è scivolato, chissà quanto inconsapevolmente, anche l'Uomo della Provvidenza Bertolaso, già indagato dalla Procura di Napoli da più di un anno, nell'ambito della gestione dell'emergenza rifiuti. Da questa poltiglia, davanti alla quale gran parte della politica reclama, turandosi il naso, la "presunzione di innocenza", schizzano fuori frasi oscene, in cui il manipolo si proclama "bandito", quasi con orgoglio; in cui l'unico imperativo è: "arraffiamo tutto l'arraffabile".
Chissà, forse questi signori sono davvero innocenti (o perlomeno, non colpevoli del reato imputato), forse questa inquietante successione di eventi fa tutta parte del diabolico complotto attuato dai magistrati rossi a livello nazionale. Ma mi pare, francamente, un'ipotesi poco credibile. Forse, allora, sono ladri che rubano solo per sé, come ha detto Fini, e quindi sparute eccezioni che confermano la regola di un sistema Italia sano e trasparente.
La verità è che non credo nemmeno al Presidente della Camera. La verità è che mi sono fischiate le orecchie, quando ho letto le sue parole. Nella mia mente suonano simili, davvero troppo simili, a quelle pronunciate diciotto anni fa da un certo Bettino Craxi, il nuovo santo protettore dello Stato Italiano, in occasione dell'arresto di Mario Chiesa. Un "mariuolo isolato", lo aveva definito, una scheggia impazzita nell'integerrimo Partito Socialista milanese.
Spero di sbagliarmi, ma nella logica causa-effetto che vige in Italia, coincide tutto alla perfezione. L'eterno ritorno - in cui tutto si ripete, ciclicamente - è un meccanismo esatto, prevedibile quanto il movimento di una palla su un piano inclinato. Basterebbe un ostacolo, anche minimo, per fermarla, o farla deviare. Ma in Italia tutto è stato rimosso, a partire dall'ostacolo più grande, la memoria. E così la palla rotola, rotola, inarrestabile, per l'ennesima volta.

domenica 14 febbraio 2010

Santi e comunisti

Ieri sera, a Che tempo che fa, don Andrea Gallo ha sfoggiato la sua spiritualità gioiosa, totalmente aperta all'altro, libera dai dogmatismi che deturpano da secoli la Chiesa ufficiale, trasformandola in uno squallido partito politico lontanissimo dai valori che va predicando. Don Gallo si muove disinvolto nei quartieri più malfamati di Genova, passeggia senza problemi in Via del Campo. Parla con drogati e prostitute, parla e si fa ascoltare, se non amare. La Chiesa dovrebbe proteggere, valorizzare un uomo come lui, che riesce a portare il Vangelo dove non sembra esserci alcuna speranza, ed invece lo boicotta. Don Gallo viene semplicemente sopportato dai suoi superiori, che vedono in lui solamente un elemento di disturbo. Credo che siano in molti, all'interno della casta ecclesiastica, a volere la sua scomunica, ma un'azione del genere farebbe davvero troppo rumore.
Le parole di don Gallo mi hanno riempito il cuore di gioia e speranza, ma anche di tanta tristezza, perché purtroppo la Chiesa stessa, la cui influenza sulla società italiana e sui suoi centri di potere è immensa, fa di tutto per annullare personaggi come lui. Alla Chiesa non conviene sostenere chi si sporca le mani per trasformare il Vangelo in realtà, come fanno don Gallo e tantissimi sacerdoti, missionari, suore, laici credenti sparsi per il mondo. Alla Chiesa conviene stare buona, non pestare troppi piedi, battere le strade più semplici per aizzare le coscienze: aborto, eutanasia, omosessualità e famiglia, a ripetizione, mentre quando si tratta di parlare di povertà, di accoglienza, di amore, le parole sono le più banali e le più vuote possibili. Alla Chiesa conviene difendere personaggi medievali come la signora Binetti (da oggi Udc, Dio sia lodato), per continuare a succhiare favori che la politica concede volentieri, in cambio di voti. Se il tessuto sociale si sta sfaldando giorno dopo giorno, la colpa è anche del continuo indottrinamento che le gerarchie ecclesiastiche praticano a tutti i livelli, nei confronti dei governi e della società civile.
Ieri sera Don Gallo, parlando di tutti gli epiteti affibiatigli in tono dispregiativo (chierico rosso, prete dei tossici, eccetera eccetera), ha citato una frase pronunciata dal vescovo delle favelas Dom Hélder Câmara: "Quando davo da mangiare ai poveri, mi chiamavano santo. Quando chiedevo come mai i poveri non avevano da mangiare, mi chiamavano comunista". Forse non serve nient'altro, per descrivere alla perfezione la Chiesa Cattolica di oggi.

lunedì 8 febbraio 2010

L'arte del dubbio


Siamo alle solite, ma non bisogna stancarsi di ripeterle. Le parole di Massimo Ciancimino non possono fare altro che rimbombare, nella testa di chiunque abbia un minimo di coscienza civile, un minimo di amore per la giustizia. Forse questo signore è solamente un fanfarone che ama apparire nelle prime pagine dei giornali (quei pochi che metteranno le sue parole in prima pagina, sia chiaro). Forse la lettera che Ciancimino Jr. ha sventolato oggi davanti al naso dei giudici è un banale tarocco.
Forse.
Non ho studiato giurisprudenza, ma credo che l'arte del dubbio debba essere coltivata con cura da ogni magistrato che si rispetti. Seguire ogni strada possibile, non lasciare nulla di intentato, scavare a fondo nelle parole e nei documenti. Bisogna fare questo, a maggior ragione, se le parole sono particolarmente pesanti. In questo caso, sono macigni. Lo Stato che tratta con la mafia, il partito più grande d'Italia costruito grazie ai soldi della mafia, Berlusconi che fa affari con la mafia: se anche solo una parte di tutte queste ipotesi fosse vera, sarà tutto chiaro, dalla morte di Falcone e Borsellino alla proposta di legge anti-pentiti. Sarà la conferma che in Italia comanda la mafia, e con la Costituzione possiamo pulirci il culo.
Ma in Italia il dubbio non è ammesso, se si pestano certi piedi. Basta sfiorarli, per provocare reazioni spropositate: Alfano che parla addirittura di "agguato al governo", e a seguire tutti i valvassori e valvassini che riveriscono il padrone. Io mi chiedo di continuo: ma se sono davvero tutte calunnie, tutti complotti, perché non dimostrarlo nella giusta sede, vale a dire l'aula del tribunale? Non possono essere tutti comunisti, i giudici. Sono in malafede se dico che, attaccata al sederino di questi signori, brilla una chilometrica coda di paglia, che rischia di incendiarsi per la scintilla più piccola? Sono in malafede se penso che questa gente sa benissimo la storia per intero, e per questo cerca in tutti i modi di mozzare qualunque mano sia armata di pericolose pietre focaie?
Se è così, tappatemi la bocca.

venerdì 5 febbraio 2010

Merriweather Post Pavillion


Forse qualche bulimico di musica come me li avrà già sentiti nominare, ma sono assolutamente sconosciuti al grande pubblico, nonostante compongano uno dei gruppi più importanti e prolifici dell'ultimo decennio: sono gli Animal Collective, e nel 2009 hanno pubblicato il loro nono disco in nove anni di attività, riuscendo a mantenere uno standard qualitativo elevatissimo. Un gruppo davvero pazzesco, i cui componenti si mascherano dietro a bizzarri pseudonimi (Panda Bear, per fare un esempio), e in cui l'unica strada seguita pare essere quella della fantasia più sfrenata. Impossibile classificare la loro musica: folk? elettronica? psichedelia? pop? Probabilmente tutte queste cose assieme, ma mescolate e dosate in un cocktail dal sapore indescrivibile, diverso ad ogni sorso, ma irresistibile, in ogni caso.
Io li ho scoperti grazie al loro ultimo disco, Merriweather Post Pavillion, la cui copertina è la descrizione perfetta del suono racchiuso: un caleidoscopio coloratissimo e allucinogeno, sfavillante e mutevole. Un trip da LSD dolce come il miele. E' davvero impossibile non ricorrere a metafore per descrivere il suono che gli Animal Collective riescono a produrre, con qualche tastierina ed effetto vocale. Il risultato finale però è incredibile: dopo il disorientamento iniziale, è davvero difficile non farsi trascinare dal senso di festa e di gioia che questo disco trasmette, grazie anche ad alcune melodie irresistibili. Bastano due esempi: My Girls, in cui vi sembrerà di sentire i Beach Boys sotto l'effetto di qualche fungo, alle prese con percussioni digitali e tastiere Casio; Summertime Clothes, che come da titolo vi trascina in una spiaggia calda e psichedelica, grazie ad un ritornello memorabile.
Queste sono due perle, ma il disco nel suo insieme vale molto più delle singole parti. Una lunga sorsata di vita, dolce, frizzante, inebriante, calda e fresca assieme. Un disco così va solamente ascoltato, perché ogni tentativo di descrizione è inutile. Basta immergersi, lasciarsi trasportare una volta sola, per cadere vittima di questa dolcissima droga, dalla cui dipendenza sarà molto difficile liberarsi.

mercoledì 3 febbraio 2010

La doppia morale

Ma non poteva starsene zitto, Morgan? Non poteva, per una volta, essere ipocrita, fasullo, patinato come il giornale che pubblicherà l'intervista? Poteva perlomeno aspettare un giorno o due, o addirittura aspettare Sanremo, dove sarebbe stato sicuramente osannato dalla critica. E invece no. Nel giorno in cui la Camera approva il "legittimo impedimento", che suona molto meglio di "mi faccio processare, se proprio devo, quando c***o voglio io", il buon Marco Castoldi ha dato l'assist perfetto a questa maggioranza, che durante tutta la giornata si è lustrata ben bene di fronte ai media, a colpi di dichiarazioni degne della miglior Pubblicità Progresso. Si è rivisto, dopo una lunga assenza, l'ineffabile Giovanardi, mister "Farsi-una-canna-è-come-farsi-una-pera", ma è stata la sempre meravigliosa Alessandra Mussolini, ad illuminarci con un autentico colpo di genio: facciamo l'antidoping a tutti i cantanti. Sono assolutamente d'accordo con lei: quale migliore occasione per silurare definitivamente il Festival della Canzone Italiana (e da quest'anno, Dialettale)? Rimarrebbe davvero poca roba, da presentare sul palco. Due o tre cantanti, non di più.
Ma tant'è, questa è la situazione. Questa è la vera doppia morale di questo misero paese, non quella di cui ha parlato la Lega oggi, riferendosi all'opposizione. E non può essere che così, perché qui tutto si sdoppia: la giustizia, le sale d'attesa, i concorsi pubblici, ed anche la morale. Qui abbiamo gli obiettori di coscienza che fanno gli aborti clandestini, qui combattiamo la prostituzione in strada, ché tanto le zoccole (ops, escort), noi che abbiamo i soldi, ce le portiamo nel lettone e non ci vede nessuno; qui abbiamo i signori "mandiamoli-tutti-a-casa-loro" che si tengono la domestica filippina in nero, e qui abbiamo i moralisti di professione, quelli che, per carità, un cantante che si droga a Sanremo non ci può stare, ma un signore condannato per molestie (vedi Tyson) va benone, perché è una star internazionale, e che diamine! Quelli che: facciamo l'antidoping ai cantanti, perché è noto che un drogato che canta è socialmente pericoloso, ed invece, agli Onorevoli, solo se lo vogliono loro. D'altronde loro non fanno del male a nessuno. Dovrebbero discutere le leggi, fare proposte, parlare, ma alla fine dei conti, con tutti questi voti di fiducia, devono solo schiacciare un bottone, e se loro sono troppo rintronati dalla polvere magica o dalla cannetta del dopo pasto, c'è sempre il vicino di banco che può dare una mano a non confondere i tasti.
Sempre che non abbiano pranzato assieme, ovviamente.

lunedì 1 febbraio 2010

Noi Amiamo Silvio



L'accusa che il centrodestra lancia più frequentemente nei confronti dell'opposizione è di essere ossessionata da Berlusconi, di ricondurre ogni discussione sulla sua figura. Credo sia un'argomentazione piuttosto curiosa, da parte di un partito nato letteralmente da una frase pronunciata dal suo Demiurgo, dall'alto (?) di un predellino. Un partito che, al posto dei congressi, organizza spettacoli meravigliosi, pieni di bella gente accuratamente selezionata, in cui non sono previste elezioni ad alzata di mano, dibattiti e tutte quelle cose si fanno in un congresso di partito. I congressi del Pdl sono in realtà una sorta di rito pagano in cui si venera il Sovrano, investito di un potere quasi divino.
Ma c'è una questione di fondo che mina alla base l'obiezione del centrodestra, una questione che è emersa con forza dopo l'aggressione di dicembre, e che in questi giorni tornerà sicuramente in voga. Trovate il motivo qui sopra, in questo spot che pubblicizza un libretto fotografico contenente tutti i momenti salienti della carriera del nostro Premier. Va sottolineato che non è assolutamente uno spot elettorale, ma una pubblicità come tutte le altre, pagata da un editore privato. Più paghi, più spot passano in una giornata.
Il succo della questione, il nucleo più profondo del Berlusconismo, sta tutto in questi pochi secondi: da una parte il Conflitto di Interessi, che permette al premier di impregnare ogni aspetto della società civile, aggirando a suo piacimento ogni regola e legge; dall'altra, il suo smisurato Egocentrismo, che non chiede al popolo di essere eletto, bensì di essere amato, e l'amore, per sua definizione, non è un sentimento moderato. A suo modo, è un'ossessione. Per cui è il premier stesso a voler essere un'ossessione, per il popolo. E' chiaro che questo atteggiamento è pericoloso, è chiaro che in questo contesto può emergere, di riflesso, un sentimento altrettanto estremo come l'odio. Ed è chiaro che in questa situazione, che non prevede mezzi termini, ogni voce critica diventa "fomentatrice d'odio", ogni obiezione sussurrata, anche all'interno della maggioranza stessa, è una crepa pericolosissima, che rischia di sgretolare il granitico potere dell'Unico. Questo desiderio di occupare totalmente la mente e il cuore dell'elettore è profondamente malato, e non si può accordare in nessun modo con le regole di una democrazia moderna e costituzionale come la nostra. Non a caso i migliori amici di Berlusconi sono il dittatore Gheddafi e lo pseudo-dittatore Putin. Credo che Berlusconi provi molta invidia nei loro confronti.
Questi concetti sono stati espressi infinite volte, ma credo sia utile ribadirli ogni tanto, e mi piacerebbe che gli elettori di centrodestra ci riflettessero su. Di certo non ho la pretesa di cambiare la loro idea politica (e d'altra parte sarebbe sbagliatissimo), ma semplicemente di insinuare qualche dubbio, riguardo all'idea di destra, e più in generale di politica, che porta avanti Berlusconi. Nel caso ci riuscissi, però, state attenti a non farvelo scappare. Potreste entrare a far parte anche voi del famigerato "Partito dell'Odio".