Attorno al tavolo rotondo stavano molte sedie. Figure silenziose si avvicinarono ad una ad una e presero posto. Era una compagnia eterogenea: giovani e vecchi, cravatte e maglioni, agende e faldoni di carte, megafoni e macchine da scrivere. Ognuno sedette al proprio posto, con il proprio armamentario dinnanzi. Si guardarono negli occhi ad uno ad uno, lentamente, e all'unisono voltarono la testa verso un uomo anziano, con gli occhiali spessi, che in quel momento si stava accendendo la pipa. Alzò gli occhi e rise: "Devo proprio iniziare io?".
"Chi meglio di te, Sandro?". A rispondere fu un signore canuto, dalla voce e l'aria gentili.
"Va bene Enzo. Signori, siamo qui perché la situazione è grave". Mentre parlava sbuffi di fumo uscivano dagli angoli della bocca.
"Ma tu guarda", sghignazzò qualcuno. Era un uomo calvo dalla voce forte, che si agitava sulla sedia come se stesse sui tizzoni ardenti.
"Lo so Indro. Lo sappiamo tutti. Ma non spettava più a noi tentare di cambiare le cose. Noi ci abbiamo provato, ognuno a modo suo. Qualcuno non è stato ascoltato, qualcun altro non ha avuto il tempo di essere ascoltato, altri ancora hanno pagato più duramente il loro desiderio di cambiamento". Abbracciò con uno sguardo gli uomini e le donne che lo circondavano. Prese la parola un signore dai capelli scuri, gli occhi timidi puntati sulle mani che si contorcevano sul tavolo: "Ci ho provato, ci ho provato, accidenti a me, nessuno è stato a sentire".
"Non dannarti Enrico, lo sappiamo tutti. Qui tutti ci han provato".
"Abbiamo fallito!", gridò un giovane con il volto pieno di barba.
"No Peppino, non abbiamo fallito. Nessuno di noi ha fallito: né io, né tu, né Mino, né Giorgio, né Paolo. Finché qualcuno ricorderà e racconterà, nessuno fallirà. Ma oggi è un giorno difficile per tutti loro, forse il più difficile da quando esiste la Repubblica Italiana".
"Anche più della guerra?", disse un uomo dagli occhiali molto spessi, elegantissimo in un completo anni '50.
"Sì, anche più della guerra", rispose Sandro. "Ce l'hai insegnato tu, Piero, quanto sia importante il rispetto delle istituzioni e la cultura della Costituzione. Oggi tutto questo è in pericolo più che mai. Guarda il putridume in cui è precipitato il Parlamento, guardiamo tutti". Aveva le lacrime agli occhi. Enrico si mise le mani nei capelli.
"Ed è in pericolo", riprese Sandro, "perché la disperazione serpeggia tra i giusti. La rassegnazione sarà il nostro fallimento".
"E cosa possiamo fare, noi?", chiese un uomo con i baffi. Tra le mani rigirava un'agendina rossa.
"Oggi possiamo fare molto. Oggi possiamo dare ai giusti l'opportunità di ripartire da zero".
"E perché possiamo farlo? Perché proprio oggi?", incalzò l'uomo con l'agenda rossa.
"Perché oggi, Paolo, si sono barricati. Guarda: quello che una volta era il Parlamento oggi è diventato una fortezza inespugnabile. La paura che hanno riversato sugli italiani si è rivolta contro di loro. Oggi il Parlamento è, definitivamente, in un posto che non ha nome, ma che certamente non è l'Italia".
"Cosa proponi di fare?", chiese Enzo.
"Non è una mia decisione. Se siamo qui è perché sappiamo tutti quello che è giusto fare in questo momento". Da una tasca estrasse un telecomando tutto ammaccato, poi si rivolse all'uomo seduto a fianco di Paolo. "Sono passati diciotto anni da quando questo telecomando è stato usato la prima volta. Ricordi, Giovanni?".
Giovanni sorrise.
"È arrivato il momento di riutilizzarlo. Sarà terribile, ma sarà la cosa giusta da fare. La speranza a volte passa attraverso l'oscurità più totale".
Enzo si alzò: "Siamo sicuri che sia davvero la cosa giusta? La speranza deve davvero passare attraverso nuovo sangue?".
Sandro lo guardò: "Purtroppo sai già la risposta, caro Enzo. Tu ed io abbiamo già combattuto, e adesso quello che serve, ai disperati laggiù, è la speranza che combattere ancora serva a qualcosa".
Enzo si risedette. A fianco a lui un signore gli diede una pacca sulla spalla: "Fidati di un bischero come me, Enzo".
"Fidati di Mario, Enzo. Fidiamoci tutti. È la cosa giusta da fare", disse Sandro, e tutti annuirono. Si alzò, si avvicinò a Giovanni e gli porse il telecomando. "Giovanni", sussurrò Sandro.
Il giudice afferrò il telecomando e pronunciò la sua ultima sentenza. Non ci fu appello.
In ordine di apparizione:
Sandro Pertini
Enzo Biagi
Indro Montanelli
Enrico Berlinguer
Peppino Impastato
Mino Pecorelli
Giorgio Ambrosoli
Paolo Borsellino
Piero Calamandrei
Giovanni Falcone
Mario Monicelli