martedì 30 novembre 2010

Prima e dopo Brian Eno


Per raccontare in maniera esauriente la storia della musica contemporanea non si può prescindere da questo disco. Before and after Science di Brian Eno, uscito nel 1977, rappresenta probabilmente l'apice del periodo "pop" di questo incredibile artista, che ha influenzato profondamente la musica contemporanea, grazie ad una miriade di geniali produzioni e collaborazioni (David Bowie, Talking Heads, Roxy Music, U2) e ad un approccio rivoluzionario alla sua creazione. Approccio perfettamente rappresentato da questo disco.
È difficile non utilizzare iperboli, per descriverlo. Questi quaranta minuti scarsi racchiudono un concentrato di qualità impressionante: qualità esecutiva, grazie ad un vero e proprio "dream team" di musicisti (Phil Collins, Robert Fripp, Phil Manzanera, per citare i più famosi); un suono perfetto, cristallino, attuale nonostante i suoi 33 anni, e per questo ancora più incredibile. Ma a rendere questo disco qualcosa di più e di diverso da un semplice esercizio di stile è la qualità compositiva: Brian Eno, oltre ad essere un finissimo levigatore di suoni, scrive canzoni perfette, che non si schiodano più dalla mente. Come Here He Comes, niente di più e niente di meno del pezzo pop che tutti sognerebbero di scrivere, o quella meravigliosa perla di pace e serenità intitolata By This River. E che dire dell'avveniristico funk di No One Receiving? Ogni traccia è semplicemente perfetta, tutto qui. Per questo Before and after Science si eleva ad Arte, fuori dal tempo e senza tempo, un piccolo trattato di musicologia che suonerà moderno anche fra cento anni. Avvicinatevi a lui in silenzio, con rispetto, come si fa davanti ad un'opera d'arte, e saprà regalarvi una gamma infinita di emozioni. Fondamentale.

domenica 28 novembre 2010

Contraddittorio

Replicate, prego. La telecamera è vostra. Occupate tutti i salotti buoni. Esplicate le vostre legittime posizioni. Penso possiate essere soddisfatti. Forse Fazio e Saviano vi hanno fatto un favore, che dite?
Sedetevi, e attorniatevi dai soliti tuttologi, che parlano di ogni cosa con la solita, invidiabile, incompetenza. Raccontate le vostre storie di lotta quotidiana a queste fosse biologiche televisive, che tutto ingurgitano per poi vomitarlo, puzzolente di qualunquismo. Armatevi di boccagli e nuotate nella melma. Approfittate del vento in poppa. È carico di ipocrisia, ma non fateci caso. Fanno così con tutti, è loro abitudine sventolare bandierine elettorali davanti al naso del popolo bue. Dei crocifissi, ecco cosa siete ai loro occhi. Guardate come invadono lo spazio a voi concesso, come coprono le vostre storie con dotte dissertazioni sulla "crisi del pensiero laico" e sull'"inno alla vita di Marx" (copyright Stefano Zecchi) - e me lo immagino, il vecchio Karl, discutere con i suoi contemporanei di eutanasia e di accanimento terapeutico. Ammutolite davanti a questi alieni, provenienti da un pianeta sicuramente meraviglioso, in cui tutti vivono felici e muoiono nel sonno, in cui la vita se ne va in un soffio e non in un rantolo che dura decenni; in un posto lontano da qui, dove esistono medici che un goccio di morfina in più ad un malato terminale e sofferente è sacrilegio, stiamo scherzando, si rischia di perdere il paziente, e medici che in piena scienza e coscienza ascoltano le loro preghiere. In silenzio, senza clamore, per non finire fucilati in piazza dagli stessi signori che adesso vi lisciano il pelo e vi mandano avanti con un cartello appeso al collo. Gridate la vostra voglia di vivere a chi vi incensa con la bocca e vi prosciuga con le mani, dirottando il denaro nelle cliniche private dei loro amici. Gridate e non ascoltateli. Questi vermi tele-politici, con voi, fingono solamente di farlo.

martedì 23 novembre 2010

Un salto da Silas

Silas Flannery è il gestore di un interessante blog collaborativo, Il padre dei racconti, a cui tutti possono contribuire con le loro opere. Ho deciso di mettermi in gioco anch'io con un racconto intitolato "Day Hospital". Lo trovate qui.
Fateci un salto, se vi va, e fatemi sapere cosa ne pensate.
Un grandissimo grazie al gentilissimo Silas, sia per lo spazio concessomi che per le generosissime (e francamente eccessive) parole di elogio.

EDIT: il blog "Il padre dei racconti" è sparito (Silas, dove sei finito?), per cui ripubblico qui il mio racconto.



I capelli bianchi del primario avanzavano lungo il corridoio. Lui stava a testa china, gli occhi puntati sulla cartella clinica di qualche suo amico, mentre tutti al suo passaggio si appiattivano lungo le pareti, si fiondavano verso la prima porta aperta per non ingombrare il tappeto rosso del grande capo. Avanzava come un automa, dritto come un fuso. Mi sono sempre chiesto come facesse a non sbattere contro i carrelli, a non schiantarsi contro l'infermiere o lo specializzando che corrono come dannati da una parte all'altra del reparto dalle otto del mattino alle otto di sera, a essere ottimisti. Forse ha due occhietti ben camuffati tra le ciocche candide, organi di senso di cui possono essere dotati solamente gli esseri superiori.
Non sapevo che faccia avesse. Nelle rare volte in cui mi ero trovato assieme a lui in una stanza la mia unica preoccupazione era di sparire nel modo più efficace possibile. Non che fosse un compito difficile: per il primario gli esseri inferiori come me non meritavano considerazione, alla pari dei batuffoli di polvere che si annidavano negli angoli del suo reparto. Quei batuffoli sembravano vivere per conto proprio: capitava di correre lungo un corridoio e di trovarteli tra piedi, quasi a reclamare attenzione. “Siamo qui! Ci vedi? Perché non ci rivolgi mai la parola?”, e tu li scacciavi con una pedata, pensando: ma come cazzo puliscono qui? Ecco, io ero nient'altro che polvere.
Di solito i capelli bianchi suggeriscono saggezza. Nei reparti d'ospedale, accompagnati in una malefica triade dal camice e dal “Prof.” che precede il nome nel cartellino, suggeriscono timore reverenziale, portano tutti gli organismi ad essi sottoposti a contrarsi in posizione di difesa: immobilità, silenzio tombale, efficienza e velocità nel rispondere quando interpellati (e solamente quando interpellati). Annullare totalmente l'impulso di reagire ad un rimprovero, ad un insulto, fosse anche con la mimica facciale. Io non credo di esserci mai riuscito.
Il prof era una presenza rara in reparto, ma il clima di terrore da lui instaurato aleggiava nei corridoi come una nube tossica. Anche i pazienti avevano paura di lui, ma era un timore speciale, il timore che ha un fedele nei confronti della sua divinità. Il timore dei suoi sottoposti era invece la corazza superficiale sotto a cui si celavano varie gradazioni di odio, miscelate in maniera proporzionale all'accondiscendenza. Se riuscivi a seppellire l'odio sotto ad uno spesso ed appiccicoso strato di servilismo la tua carriera era quasi garantita. In questo modo l'odio diventava un piccolo nucleo sclerotico di cinismo, una cosa che duole ogni tanto, ma a cui a lungo andare non si presta più attenzione, un male con cui si impara a convivere.
Io non sono mai riuscito a nascondere il mio odio, e di conseguenza la mia accondiscendenza stava a zero. Il mio odio era un tumore che si gonfiava sempre più, una bestia piantata tra gli emisferi cerebrali che ogni giorno si alimentava di dettagli, sfumature, piccole e grandi ingiustizie che gli altri, a quanto pare, digerivano benissimo. C'erano giorni in cui lo sentivo pulsare tra le tempie, ed allora mi irrigidivo ancora di più, mi rattrappivo contro la parete per evitare di essere sfiorato. C'erano giorni in cui avrei potuto esplodere.
Quel giorno era uno di quei giorni. Mentre mi recavo in ospedale, poche ore prima, avevo sfiorato l'incidente per colpa di quella cazzo di Audi. Stava di traverso all'imboccatura di un senso unico, come tutti i giorni. Il proprietario di quell'auto grigia metallizzata, sempre lustra come un gioiello, riteneva di avere l'esclusiva su quello spazio privato. Uno dei tanti stronzi che crede che le regole si annullino se le infrangi costantemente. Sempre lì stava, sempre con quel culo enorme che mi sbatteva in faccia, tanto da imprimermela nella memoria, la sua targa. Era una familiare, una di quelle macchine che quando passa per strada sembra urlare: “Fate largo, che devo passare io”, ed era troppo grande per quello spazio in divieto di sosta. Ingombrava la visuale, impediva di scorgere le auto che arrivavano dal senso unico.
Andavo di fretta, ero in ritardo. Ho rallentato, ho pensato che non arrivasse nessuno, ma mi sbagliavo. Il tizio sull'utilitaria per fortuna non andava molto forte, è riuscito a fermarsi in tempo. Ho alzato la mano in segno di scusa, ma quello continuava a sbraitare e a suonare il clacson. Sono ripartito e dallo specchietto lo vedevo agitarsi nell'abitacolo, senza dare segno di voler ripartire. Ho pensato di tornare indietro, ma non potevo, ero in ritardo, c'era traffico. E mi pulsavano le tempie. All'arrivo in ospedale uno specializzando mi ha rimproverato per il ritardo. Ho provato a giustificarmi, ma quello era già sparito. Un essere piccolo ed occhialuto, con una calvizie incipiente. Aveva una bocca inadatta a sorridere. Pensavo di continuo che se fossi diventato come lui, un giorno, mi sarei buttato da un ponte.
Gli infermieri avevano già misurato le pressioni e le frequenze cardiache, per cui non avevo nulla da fare. Le facce erano scure, tutti urlavano per la minima stupidaggine. Era uno di quei giorni da buttare direttamente nel cesso. Ho provato a chiedere allo specializzando cosa stesse succedendo. Mi ha guardato come se gli avessi chiesto di spiegarmi la fisica quantistica applicata alla teoria del multiverso. La caposala mi urtò mentre correva verso non si sa quale destinazione e mi fece finire a terra. Mi stavo rialzando quando il primario fece la sua comparsa.
Calò il silenzio. Il corridoio si svuotò. Attorno a lui un nugolo di specializzandi simile ad uno sciame di mosche lo seguiva senza proferire verbo, a mani conserte come in chiesa. Soltanto io ero rimasto nel corridoio, appiattito al muro come una sogliola.
Il primario alzò gli occhi verso di me.
Era un bell'uomo, niente da dire, nonostante i suoi settanta anni e passa. Ma la sua faccia aveva qualcosa di strano e non riuscivo a focalizzare cosa. Quegli occhi, quelle sopracciglia arcuate... La testa pulsava più che mai.
Riabbassò lo sguardo. Non mi aveva visto? Poteva essere. Io ero un batuffolo di polvere. Mi avviai verso lo specializzando che stava controllando la cartella clinica di un paziente, ma anche in lui ora c'era qualcosa che non andava. Mi guardò – e non c'era forse qualcosa di familiare nei suoi occhi? – ma non mi vedeva, fissava un punto dietro le mie spalle. Non capivo. Entrò un'infermiera e mi scaraventò a terra. Lei parve non accorgersene.
Il dolore alla testa era sempre più forte, mentre tentavo di rialzarmi. Non sapevo cosa fare. Ero diventato un fantasma. Mi avvicinai allo specializzando ed iniziai ad agitare le mani davanti ai suoi occhi. Niente da fare. Ero ormai disperato quando vidi l'oggetto che stava afferrando: sembrava una siringa, di quelle che si usano per l'insulina, ma era più piccola e sottile. Al posto dell'ago brillava una capocchia di spillo azzurra. Lo specializzando avvicinò quell'aggeggio al braccio del paziente e premette un pulsante. Il paziente non sembrò accorgersi di nulla. – E anche oggi il prelievo è fatto – disse. – Grazie – rispose il paziente, e anche lui era strano. Alle braccia non aveva cateteri, solamente un affarino che sembrava incollato al bicipite, con una luce blu che lampeggiava ad intermittenza. Il letto su cui si trovava era sottilissimo, poggiava la testa su quello che sembrava essere un rigonfiamento del materasso.
La testa esplodeva, e in quel momento pensai: ho un tumore al cervello e queste sono allucinazioni. Non c'era altra spiegazione. Ma non potevo crederci. Era una spiegazione orribile. Serrai gli occhi e li riaprii, mi schiaffeggiai con violenza, ma non servì a nulla.
La follia si impadronì di me quando, sul cartellino dello specializzando, lessi il mio cognome.
Feci un balzo all'indietro e iniziai ad urlare. Corsi via dalla stanza e nel corridoio mi imbattei nel primario. Mi fermai e lo fissai. Lui non mi vedeva, nemmeno con i suoi occhietti nascosti tra i capelli. Mi avvicinai e lo spinsi a terra. Cadde come un pupazzo, senza alcuna reazione. Iniziai a prenderlo a pugni, gli ruppi gli occhiali, e mentre lo facevo sentivo l'odio sgonfiarsi come un palloncino, il suo battito da cuore malato rallentare ed infine morire. Ma io continuavo, lo prendevo a calci, mentre i suoi servi specializzandi, che forse ora inspiegabilmente mi scorgevano, arretravano, ma a me non importava. Picchiavo quel figlio di puttana, quel barone di merda, quel signorotto del cazzo che trattava tutti come schiavi per poi prendersi i meriti del loro lavoro, quello schifoso nepotista...
...che ero io.
La dentiera insanguinata giaceva lontana sul pavimento. L'uomo a terra sputava sangue e saliva, mentre tentava di rialzarsi. Raccolse la targhetta su cui, accanto alla dicitura “Prof.”, era stampato il mio nome. Alzai gli occhi e scorsi un orologio attaccato alla parete: erano le 9 e 15 del 15 novembre 2065. Stavo per svenire quando vidi lo specializzando avvicinarsi di corsa. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, mentre aiutava il primario a rialzarsi e gli chiedeva: – Che è successo, papà?
Certo che mi assomiglia, pensai prima di perdere i sensi.
Mi dissero poi che ero rimasto in coma farmacologico tre giorni. Quando mi svegliai ero pieno di cateteri e drenaggi. Avevo subito tre interventi e altrettante trasfusioni, ma finalmente ero fuori pericolo.
Lo schianto era stato violentissimo, l'utilitaria andava molto veloce. Per un miracolo il conducente non si era fatto nulla. La sua macchina era da buttare, ma aveva deciso di non rivolgersi all'assicurazione. – Tanto dovevo rottamarla – mi disse quando venne a trovarmi. Una di quelle persone che ti fanno recuperare fiducia nel genere umano. Negli anni successivi ripensai molte volte a quell'omino dall'aria triste e gentile, che mi aveva quasi ucciso ma che, senza saperlo, mi aveva salvato da quello che sarei potuto diventare, un passo alla volta, senza rendermene conto. È un pensiero che mi solleva, mentre guardo mio figlio sguazzare nella piscina gonfiabile.
Non assomiglia per niente a quello specializzando.

sabato 20 novembre 2010

Scavate

Facciamo finta di distaccarci, di "volare alto", come dice Beppe Grillo, e guardiamoci. Osserviamo da lontano il nostro triste balletto: il Ministro dell'Interno che fa un incredibile harakiri scontrandosi con uno scrittore, colpevole di aver detto una cosa risaputa (la verità fa male, lo so), e che viene provvidenzialmente salvato dall'ennesimo arresto teleguidato di un superlatitante; un giornale che attacca lo stesso scrittore indicendo una raccolta di firme contro di lui; il medesimo ministro che si autoinvita al programma per ribattere, inaugurando la nascita dell'inedita figura del "Ministro del Palinsesto"; un altro ministro che non trova di meglio da fare che attaccare il presidente di una nota casa automobilistica intimandogli le dimissioni (quale barzelletta); una deputata del partito di maggioranza che attacca brutalmente una ministra più giovane e carina di lei, colpevole di aver parlato con il nemico; un altro ministro della Repubblica che ad una domanda dei giornalisti riguardante la mafia risponde con un "Fanculo"; il capo del governo che inizia candidamente una campagna acquisti degna della miglior Prima Repubblica in vista della fiducia di dicembre; uno dei monumenti storici più famosi d'Italia che crolla e il Ministro che ne è responsabile che non trova di meglio da dire che: "Non è colpa mia"; il capo di una parte della maggioranza che dice, poi non dice, poi fa un passo avanti, poi ne fa tre indietro, e che chi lo capisce è bravo; tutto questo mentre il paese è immerso in una crisi economica mai affrontata, e mentre un tribunale pubblica le motivazioni per cui l'amico e collaboratore più intimo del capo del governo è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Leggetele tranquilli. Fate finta che parli di qualcun altro, e non dell'uomo che da sedici anni tiene in scacco questo paese. Fatevelo scivolare addosso come tutto il resto, come se niente fosse. Non chiedetevi più come possa stare lì dove sta, e non in una confortevole cella. Smettetela, amalgamatevi, uniformatevi, ammassatevi. Diventate finalmente, ed inesorabilmente, italiani. E se ci riuscite senza troppi pudori la missione è compiuta. A questo punto però smettetela, una volta per tutte, di lamentarvi. Chinate il capo, e scavate come tutti gli altri. E non rompete le palle a chi non pensa nemmeno per un attimo ad aiutarvi a distruggere il Paese.

mercoledì 17 novembre 2010

Milano, Saviano, Vespasiano

Ieri sera, mentre attraversavo Milano per raggiungere l'Alcatraz (quanto sono bravi i National dal vivo?), non ho potuto fare a meno di pensare alle parole di Saviano di lunedì sera. Mentre varcavo l'ingresso del locale ho dato un'occhiata alle locandine affisse alle pareti, e in un flash abbagliante ho rivisto le immagini sgranate del rito iniziatico mafioso che si è svolto a pochi passi dalla capitale lombarda, in un circolo intitolato a Falcone e Borsellino. Ho risentito la voce di Saviano che racconta dei vetri coperti con manifesti di concerti fittizi, manifesti in tutto e per tutto simili a quelli che avevo davanti agli occhi proprio in quell'istante. È un piccolo episodio, ma spiega bene come conoscenza e consapevolezza, che dovrebbero correre di pari passo, in realtà siano sfasate, spesso molto distanti tra loro. Molto spesso si ha conoscenza di un argomento, ma non si ha consapevolezza di cosa può comportare in concreto, nella vita reale. Viceversa, si può acquisire una consapevolezza del genere senza possedere una conoscenza così approfondita. Io avevo conoscenza del fatto che l'economia mafiosa si regge sulle spalle del laborioso nord, ma soltanto ieri ne ho acquisito la piena consapevolezza, grazie alle semplici parole dello scrittore campano.
Chissà quanti dei nove milioni che hanno seguito il programma hanno acquisito almeno un briciolo di consapevolezza in più. Forse qualche leghista, chi lo sa, che magari in questo momento sta percorrendo la corsia di quel tratto autostradale costruito anche con soldi mafiosi. Di certo non penserà che son tutti dei delinquenti, ma forse inizierà a farsi qualche domanda in più, forse smetterà di prendere per buone tutte le stronzate di Bossi, Borghezio e company riguardo ai rom, ai terroni, ai clandestini. Forse inizierà a pensare con la propria testa. È un'illusione? Può darsi, ma quando vedo il ministro dell'interno scaldarsi tanto, chiedere con arroganza il diritto di replica, penso che sia proprio questo a fare paura a questi signori: la consapevolezza. Saviano non ha accusato nessuno, ha semplicemente smascherato la faccia sporca della politica, che schifa ancora di più se si nasconde dietro agli slogan padani. Tutto qui. Cosa potrebbe succedere, se qualcuno di quei nove milioni aprisse gli occhi, anche fosse una minima parte?
Vespa, da bravo servitore qual è, si è già posizionato a bocca aperta davanti al ministro dell'interno, pronto ad accogliere e a trangugiare con piacere tutto lo sterco che verrà scaricato nel suo salotto televisivo. Già mi vedo la scena: il ministro Bobo seduto su una poltrona al centro della scena, alle spalle la sua gigantografia su cui campeggia un'enorme scritta: "Maroni, la mia verità". Davanti a lui, il plastico del circolo tappezzato dai manifesti. Dirà che quel circolo si trova a Casal di Principe, come dimostrano i manifesti dei concerti neo-melodici, assolutamente impossibili da trovare al nord. E se anche fosse, concluderà il ministro, quelli sempre terroni sono. Vespa, tiri lo sciacquone, per favore.

giovedì 11 novembre 2010

Tutti uguali

Il meccanismo della macchina del fango in fondo è questo: non "quello che facciamo è sbagliato", non "quello che facciamo non è vero che sia sporco". Quello che dicono è: "Lo facciamo tutti. Abbiamo tutti le unghie sporche". [...] È qua che la macchina del fango vince, quando si arriva a credere a questo.
 Roberto Saviano

Partiamo da qui, dalle primissime parole di Saviano a Vieni via con me, e arriviamo a questo mini-post pubblicato ieri nel blog di Beppe Grillo. Poche parole per dire che, in fondo, il fatto che il programma di Fazio e dello scrittore abbia surclassato il Grande Fratello poco importa, dal punto di vista economico. Tutti e due i programmi sono della Endemol e Mediaset possiede azioni Endemol, quindi a vincere è comunque sempre il solito.
Qualche tempo fa avrei pensato: "Eh, però, cavolo, in fondo ha ragione". Adesso non lo penso più, per un semplice motivo: i Movimenti 5 Stelle. Lui ufficialmente non ne fa parte, ma ne è l'ideatore e il promotore, il che lo mette a tutti gli effetti nella posizione di leader politico, e da bravo leader politico fa campagna elettorale, come tutti gli altri. Tira acqua al suo mulino, come si suol dire, ed è bravissimo a dribblare eventuali incoerenze o contraddizioni. Proviamo a fare un giochino: cosa sarebbe successo se il programma non fosse andato in onda a causa della censura di Masi? È facile immaginarsi un post contro il bavaglio, contro la censura, contro il regime, eccetera eccetera eccetera. E giù applausi dai lettori di sinistra e da chi non ne può più di Berlusconi. Invece il programma è andato in onda ed ha avuto un successo clamoroso: cosa fare allora? Semplice, puntare il dito sui compensi, citare Saviano e Benigni con le società da cui percepiscono denaro alla stregua di un'appartenenza politica, e voilà, il gioco è fatto. Tutti nello stesso calderone. Tutti uguali. È un gioco semplice semplice, ma efficacissimo. Ed è molto, molto pericoloso, soprattutto per te, caro Beppe, e per i Movimenti che promuovi. Perché poco per volta in quel calderone sei finito anche tu, sei diventato uguale agli altri. Forse più uguale. E fai come fan tutti: è semplice celebrare uno come Angelo Vassallo, che da morto merita di finire nel tuo calendario dei Santi Laici, mentre da vivo avrebbe meritato tante critiche solamente perché appartenente al Pd (o Pdmenoelle, come lo chiami tu). È il gioco delle parti della politica, che tu dici di rigettare, ma che in realtà pratichi allo stesso modo di tutti gli altri. Tutti hanno torto a prescindere. A parte noi, ovviamente. Noi siamo il nuovo. Né destra né sinistra. Noi voliamo alto.
Lo diceva anche qualcun altro, esattamente vent'anni fa, in riferimento al suo giovane e rampante partito. Si chiamava Lega Nord, e a parlare era Umberto Bossi.

mercoledì 10 novembre 2010

Pietà

Il loro adorato cucciolo stava molto male. Trascinava la gamba violacea e piangeva di dolore. Gli avevano dato tutti gli antidolorifici conosciuti, ma non era servito a niente. Si rannicchiava in un angolo ed emetteva suoni flebili e stanchi. La sua sofferenza schiacciava i loro cuori in una morsa.
“Dobbiamo chiamare il veterinario”, disse la moglie.
“Lo chiamo subito”.
Il medico arrivò in fretta. Era anziano, dagli occhi dolci e sapienti. Si chiamava Scottish, ed era un vecchio amico dei signori German. Visitò il cucciolo sofferente senza tralasciare nulla. Dopo aver terminato chiese: “Da quanto tempo è così?”.
“Da due settimane".
"E perché non mi avete chiamato prima?".
"Perché... pensavamo non fosse niente di grave", disse la signora German.
"...e perché avevamo paura", aggiunse il marito abbassando gli occhi.
Il vecchio medico sospirò: "Mi spiace molto, ma devo darvi una brutta notizia. Il vostro cucciolo ha un tumore osseo in stadio molto avanzato".
"E quindi?", gridò la signora German.
"E quindi non possiamo fare più nulla, se non porre fine alla sua sofferenza".
La signora German si sedette e scoppiò in lacrime, mentre il marito tentava di consolarla: "Non è giusto, non è giusto...".
"Lo so, signora mia, mi creda. La malattia non è mai giusta".
"Cosa intende fare dottore?", chiese il marito.
"Gli farò una piccola iniezione. Chiuderà gli occhi e non sentirà nulla. Per lui sarà come addormentarsi".
La signora continuava a singhiozzare. "Non è giusto, non è giusto", ripeteva, fissando il suo tesorino. "Non è possibile".
"Non sa quanto vorrei fare qualcosa, signora, ma il nostro compito è quello di procurare benessere, ed in questo momento qualsiasi tentativo arrecherebbe solamente ulteriore malessere".
La signora annuì. Aveva capito. Si avvicinò al suo cucciolo. Era un caucasico pallido, occhi azzurri e capelli biondi. Non aveva ancora i peli sotto le ascelle. La signora German lo leccò in fronte con la sua morbida lingua da pastore tedesco e gli sussurrò ad un orecchio: "Andrà tutto bene tesoro mio. Dopo starai meglio".
Il bambino la guardò con occhi pieni di gratitudine: "Grazie, ti voglio bene", disse prima di chiudere gli occhi.
"Anch'io tesoro mio". Si voltò e disse al dottor Scottish, un vecchio pastore scozzese dal pelo ancora fulvissimo: "Sia delicato, la prego".
"Ci metterò tutto l'amore possibile".
"Grazie dottore". Si voltò ed uscì assieme al marito ad aspettare. Non dovettero aspettare molto.

martedì 9 novembre 2010

21/12/2012

Ha vomitato di nuovo, e ormai non smette più. Prima di andare a dormire ho posato una bacinella accanto a lui, nella speranza che sarebbe bastato. Mi sbagliavo, e mi sbagliavo di brutto. La bacinella straborda, non basta più, lo schifo è tracimato, ed è roba tossica, puzzolente. Ha corroso il pavimento, formando un buchetto da cui posso vedere la camera degli inquilini al piano di sotto.
Ha iniziato questo pomeriggio. Giletti stava discutendo con i suoi valenti opinionisti del delitto di Avetrana, prima di passare alla puntualissima polemica pre-sanremese. Ho indossato le cuffie del mio lettore mp3 e per un quarto d'ora il mondo, grazie a Sufjan Stevens, è diventato una cosa lontana e indistinta. Arrivato alla traccia 6 ho iniziato a sentire suoni poco chiari rompere con maleducazione il mio isolamento. Suoni aspri, sgradevoli, ma non particolarmente intensi. Ho alzato il volume per scacciarli via, quando all'improvviso un fracasso assordante ha sovrastato la musica. Mi sono strappato via le cuffie dalle orecchie e ho aperto gli occhi.
Giaceva sul pavimento a faccia in giù, immerso in una pozza rossastra e densa. Da quella rivoltante marmellata di ribes affioravano frammenti del suo pasto: mattoni sbriciolati, pezzi di cravatte, una macchinina giocattolo, il moncone di un'asta da microfono, quotidiani ridotti in poltiglia, un dito, una ciocca di capelli grigia, una lingua. Mi sono avvicinato per osservarla meglio: era biancastra, secca, appuntita, la lingua di chi parla tanto per dire poco. Mi sono chiesto di chi potesse essere, ma era difficile stabilirlo: di Giletti, forse, o di quel criminologo del cazzo che salta come un grillo da un approfondimento all'altro? Chi lo sa. Non mi importava molto, a dire la verità. Quella lingua non avrebbe più sbraitato o leccato inutilmente.
Sui capelli non avevo dubbi, e anche sul dito. Sgarbi era spirato lisciandosi i capelli nel suo solito, civettuolo gesto. Mi è scappato da ridere.
Osservando la macchinina ho pensato con grande soddisfazione a Vespa ed ai suoi plastici, ma era un'ipotesi poco probabile, a meno che qualcuno da qualche parte non avesse avuto l'idea perversa e geniale di trasmettere vecchie registrazioni di "Porta a Porta" la domenica pomeriggio. Se fosse stato così, tanti saluti anche al vecchio Bruno.
Ho recuperato un paio di guanti e ho estratto il televisore dalla melma in cui era immerso. Lo schermo era crepato ma funzionava ancora. Una serie di bande colorate indicava che le trasmissioni erano sospese. Con un fazzoletto ho levato per bene la bava rossa che ancora colava dalla crepa e l'ho risistemato al suo posto.
Per strada qualcuno urlava, e non si capiva se erano urla di festa o di panico. Sono corso sul balcone, ed ho visto un tizio inseguire con una telecamera un signore molto elegante. Doveva essere un politico locale. L'uomo con la telecamera urlava: "Vieni, vieni, a te piace tanto finire in pasto al pubblico!". L'uomo incravattato urlava.
Non è così male la fine del mondo, ho pensato.

Molti si chiederanno, in futuro, per quale bizzarra coincidenza le televisioni hanno iniziato a vomitare proprio oggi. Ma è una domanda priva di senso. La domanda giusta è: perché hanno aspettato così tanto?
È difficile stabilire il momento esatto in cui tutto è cominciato. Le prime segnalazioni su Internet si collocano nelle primissime ore del mattino. Fatto sta che oggi, 21 dicembre 2012, le televisioni italiane rigurgitano il loro contenuto, lo espellono con violenza in una sorta di tardiva reazione da corpo estraneo. Lo fanno senza preavviso, e in un battito di ciglia mezzibusti, politici, sportivi, soubrette, opinionisti d'accatto, presentatori, polemisti, massmediologi, non-famosi prestati alla televisione sgorgano, pezzo dopo pezzo, da schermi piatti e vecchi tubi catodici. Arrivano in frammenti grandi e piccoli, inversamente proporzionali allo share. Si dice che i protagonisti di un'opera teatrale trasmessa in piena notte siano sopravvissuti: nessuno li stava guardando.
Le voci sono ancora confuse, ma a quanto pare la prima vittima è stata la più scontata. Nessuno sa di preciso quando e come sia successo: qualcuno dice di aver riconosciuto, immerso nella materia emessa dal suo televisore, un pezzettino del suo enorme orecchio. Qualcuno giura di avere trovato nella melma una sua scarpa, munita di un tacco altissimo. Io non ci credo, e comunque a contare è il risultato, e quell'omino triste e malato è svanito in un attimo, fagocitato dalla stesso mostro con cui per decenni ha fagocitato noi. I suoi fan si sono riversati in rete, hanno lanciato appelli disperati su Facebook: "Forse possiamo ancora salvarlo: spegniamo tutti la televisione!", ma era troppo tardi. Qualcun altro ha iniziato a pubblicare i palinsesti televisivi, in modo che ognuno potesse decidere chi eliminare con un po' di zapping.
Qualcuno riesce a sfuggire: si dice che Minzolini abbia fatto a pezzi con le sue mani tutte le telecamere del suo Tg1, prima di prendere un aereo privato e volare in un posto sconosciuto. Ce ne siamo liberati, in un modo o nell'altro. Degli altri arrivano notizie frammentarie: Di Pietro, povero lui, è stato sorpreso durante la trasmissione della Annunziata, di Fini non si hanno notizie. Si sa per certo che Capezzone non riceverà più pugni da chicchessia. Bersani forse si è salvato, ma non ne sono sicuro. La Lega è stata decimata, a partire dall'ubiquitario Castelli. Grillo in televisione non c'è mai, quindi non credo abbia grossi problemi.
La televisione continua a vomitare: vedo qualcosa che potrebbe essere uno scampolo del reggicalze della Brambilla. Di questo passo prima di domani sera non ci sarà più nessuno. Butteremo le televisioni e ricominceremo. E chissà che questa sia la volta buona, la volta in cui non avremo più bisogno che qualcun altro (o qualcos'altro) un bel giorno si svegli e faccia la rivoluzione al posto nostro. Dovremo stare attenti, perché sarà l'ultima occasione, e perché questa volta, dall'altra parte della telecamera, potremmo finire noi.

venerdì 5 novembre 2010

Gesto estremo

Alle 22 e 35 di venerdì 5 novembre 2010 il premier chiese ad una delle sue innumerevoli guardie del corpo la pistola d'ordinanza. Il nerboruto agente oppose una debole resistenza, ventilando bizzarre direttive impartite da non si sa bene chi, prima di cedere ed estrarre l'arma dalla fondina. "Ma cosa ci vuole fare?", chiese il povero agente porgendogli la pistola. "Mi fulmini il cielo prima di dirtelo", rispose, prima di chiudersi a chiave nel suo ufficio. "Non voglio essere disturbato da nessuno!", urlò attraverso la porta blindata. In sottofondo si sentiva una musica, un frammento della Cavalcata delle Valchirie di Wagner che si ripeteva ad intervalli pressoché regolari.
Il premier guardò il cellulare tremare e sbraitare come un forsennato sulla scrivania, poi chiuse gli occhi e si puntò la pistola alla testa.

Qualche ora prima l'ANSA aveva battuto la notizia riguardante il pacchetto sicurezza. Maroni aveva deciso di lanciarlo quel giorno con grande sprezzo del pericolo. Il premier aveva provato a dissuaderlo: "Ma ti rendi conto, dopo tutta 'sta storia di Ruby e le altre? Sai che mi sentirei preso per il culo pure io?". Ma il Ministro degli Interni non aveva ceduto: "Si fidi Presidente, non succederà niente. Tutti parleranno della liberalizzazione del Wi-Fi, e la stretta alla prostituzione piacerà ai nostri amici preti".
"E Ruby?", aveva chiesto il premier disperato.
"E chi sarebbe questa Ruby?", aveva risposto Maroni sorridendo.
Era andata così. Grande risalto al Wi-Fi, e l'Udc e il partito di Rutelli il cui nome al momento mi sfugge ad applaudire per il "chiaro segnale" dato da questa legge. Il premier guardava soddisfatto i titoli dei telegiornali che aveva accuratamente selezionato, quando squillò il telefono. In quel momento di totale relax, le Valchirie di Wagner quasi lo stesero. "Ma chi cazzo è?". Il display annunciava: "Numero privato". Il premier rispose.
"Pronto, chi è?".
"Silvio, aiutami!".
"Ma chi sei?".
"Mi chiamo Marika, aiutami, ti prego...".
"Voglio sapere chi sei!".
"Ho visto il tuo numero in televisione, aiuto, non voglio che mi arrestino!".
Il premier riattaccò. Una pazza che aveva il suo numero di telefono privato, com'era possibile? Aveva appena appoggiato il telefono alla scrivania quando squillò di nuovo. Un altro numero privato.
"Pronto, chi è?".
"Sei Silvio?".
"Chi è???".
"Aiutami, tu sei buono con le ragazze!". La voce di una ragazza che piangeva.
"Siete matte", disse prima di mettere giù. Cercò in fretta il numero del Ministro degli Interni, ma quello che vide scorrere tra le notizie del Tg2 lo bloccò. Incastrato tra le estrazioni del lotto e una notizia di sport il suo numero di telefono scorreva con una lentezza impressionante, accompagnato dalla dicitura: "Sono Silvio, risolvo problemi".
Il telefono squillò.

Interruzione immediata del telegiornale. Dimissioni istantanee del direttore dall'aria contrita e distrutta: "Non so come possa essere accaduto, signore, evidentemente quel foglietto che mi aveva lasciato l'altro giorno è finito nelle mani...".
"Mani un cazzo! Fuori di qui, prima che ti faccia arrestare per violazione della privacy!". Il direttore si voltò e uscì strisciando la lingua a terra. Nel frattempo era caccia al buontempone che aveva manomesso le notizie, proprio nel giorno in cui le battone di tutta Italia avevano un disperato bisogno di aiuto. Il premier si asciugò la fronte con un fazzoletto e lo diede in mano a Maroni, che lo guardò come si guarda la Sacra Sindone. Lo riscosse il premier: "E datti una mossa, cribbio!".
"Sì, certo, Presidente!", scattò Maroni infilandosi il fazzoletto nel taschino.
Nel frattempo il telefono del premier squillò.

Diede un'occhiata al display. Questa volta non era un numero privato. Aveva ricevuto decine e decine di chiamate. Qualcuno gli aveva urlato: "Muori, pezzo di merda!", qualcun altro l'aveva incoraggiato: "Vai Silvo, continua a sbattertele tutte, alla faccia dei froci comunisti!". Un altro doveva avergli mollato una scoreggia. La notizia che il numero era vero era corsa rapidamente su Internet, mentre tutti i canali di comunicazione televisivi erano bloccati.
"Come sta, Presidente?".
"Non ne posso più, Roberto. Sai che ho una pistola in mano?".
"Ma non scherzi, per una sciocchezza del genere! È tutto sotto controllo".
"Ormai lo sanno tutti, la mia vita è diventata un incubo! Cosa posso fare, se non farla finita?".
"Ha mai pensato di cambiare numero di telefono?".
Silenzio.
"E nel frattempo lo spenga".
Silenzio.
Il premier ripose la pistola. "Roberto, sei un genio!". Riattaccò e spense quella diavoleria. Andò alla porta, la aprì, restituì la pistola all'agente e disse: "Devo fare una conferenza stampa".

Il buontempone fu rintracciato durante la notte, ricevette un'offerta che non poté rifiutare, e un paio d'ore dopo sedette alla scrivania del direttore del Tg2. Lo scherzo del numero fu l'ultima birbonata della sua vita.

martedì 2 novembre 2010

This is the end (?)



Qualcuno di voi ricorda Final Fantasy VII, uno dei videogiochi più belli e famosi per la prima, mitica PlayStation? Io ho perso ore della mia vita infantile incollato alla magica storia di Cloud e company, impegnati in un'epica battaglia contro il cattivissimo Sephiroth, e ricordo che il giocatore in fin di vita acquisiva la capacità di sferrare un ultimo, disperato attacco prima di tirare le cuoia. Si chiamava Limit Break, e se ti andava bene era talmente potente da annientare l'avversario, proprio nel momento in cui le sorti sembravano segnate.
Forse oggi Berlusconi ha lanciato la sua ultima Limit Break, e l'ha fatto senza rendersi conto che gli si ritorcerà contro. C'è stato un tempo in cui la sua parola aveva il potere di cancellare tonnellate di parole e di scandali, tra le risate del mondo intero e la tristezza degli italiani non assoggettati ai suoi poteri magici. Oggi non è più così: il mondo si è stancato di ridere, come ci si stanca di un comico che ripete all'infinito lo stesso, ammuffito monologo, e in Italia anche le lingue più viscide di saliva iniziano ad inaridirsi, faticano a trovare giustificazioni alle follie del Sire. Forse siamo alla fine.
Come insegna il Re Lucertola, però, la fine non è mai uno spegnersi silenzioso ed educato. La fine è un processo sfibrante, dilatato, doloroso, e l'epop(p)ea berlusconiana non farà eccezione. Sul cadavere di questa destra si avventeranno le furbissime iene padane, attentissime a non pronunciare una parola, per non compromettersi. Saranno loro a condurre definitivamente l'Italia in un nuovo, fulgido Medioevo, ottuso e autarchico, se l'opposizione (Fini compreso) non sarà in grado di stare a galla dopo il naufragio. Sarà dura, durissima, risanare la devastazione che il berlusconismo ha provocato a tutti i livelli, ma ci si deve impegnare con tutte le forze.
Ma forse sto parlando troppo in fretta.